Si tratta della sfida più complessa e ambiziosa, ma anche di quella che dà il senso all’intera manifestazione collegandosi a una domanda fondamentale: cosa lascia l’Expo all’Italia?

Un primo calcolo sull’impatto economico e di immagine che la grande kermesse esercita ed eserciterà sul nostro Paese è stato fatto dall’Ufficio Studi di Euler Hermes all’interno del rapporto “Expo Milano 2015: la fine o l’inizio?”. Partendo dall’obiettivo raggiunto dei 20 milioni di visitatori, lo Studio si domanda quali saranno gli effetti della manifestazione sul sistema produttivo italiano, dando delle importanti risposte.

La prima riguarda le entrate derivanti dai flussi turistici generati da Expo che già oggi sono pari a 6 miliardi di euro. Per quanto riguarda invece l’impatto sulla ricchezza prodotta, secondo le analisi di Euler Hermes, il Pil addizionale legato all’evento milanese sarà pari allo 0,1% nel 2015 (+0,4% nel triennio 2013-2015).

Inoltre, il peso dell’immagine italiana rilanciata in tutto il mondo ha favorito una rinascita delle esportazioni che, nel settore manifatturiero, si sono rafforzate di 15 miliardi di euro nell’anno in corso. In pratica – calcola il Report – i guadagni derivanti dalle esportazioni nel 2015 saranno quasi il doppio rispetto a quelli registrati l’anno precedente (15 miliardi sulle merci e 6 miliardi sui servizi) e questo anche grazie all’euro debole e all’aumento della domanda sui principali mercati di esportazione dell’Italia. Ma a spingere l’export in avanti non sono tutti i settori. Meccanica, chimica, agroalimentare, tessile e servizi guidano la corsa, mentre molti altri restano fermi al palo.

Ma il tema più delicato legato al dopo-Expo è quello che coinvolge le imprese nate in concomitanza con la manifestazione. Sempre secondo le analisi di Euler sono circa 10.000 le aziende create per rispondere alla domanda di beni e servizi sorta insieme alla kermesse. Di queste, però, molte rischiano oggi di cadere nel rischio insolvenza o addirittura di fallire.

La previsione più pessimistica parla di 3.000 imprese a rischio default, quindi il 30% del totale, mentre nello scenario base le aziende con maggiori difficoltà non dovrebbero superare le 1.000. Il piccolo dei fallimenti dovrebbe verificarsi nel 2017 e potrebbe concentrarsi ancora una volta sul settore più critico degli ultimi anni, ossia quello edile.

Guardando al bicchiere mezzo pieno, molti settori hanno finora beneficiato dell’effetto Expo e i dati di produzione sono qui a confermarlo. Nel secondo trimestre del 2015 molti settori hanno assistito ad un aumento del fatturato, in particolare la vendita all’ingrosso e la distribuzione (+4,2%), l’alberghiero e la ristorazione (+2,9%), i trasporti (+2,1%) e i servizi commerciali (+1,3%).

Ma se le imprese italiane sono cresciute in Italia e all’estero, l’Expo ha anche svolto il ruolo di attrattore per molte aziende straniere che hanno ricominciato a guardare all’Italia come un Paese dove fare business. Tra febbraio e aprile di quest’anno gli investimenti diretti esteri hanno raggiunto i 6 miliardi di euro, l’importo trimestrale più elevato dalla fine del 2013. Inoltre, spiega il Report di Euler Hermes, l’iniziativa del governo “Destinazione Italia”, nata proprio per stimolare gli investimenti esteri, potrebbe aggiungersi all’effetto Expo facendo da moltiplicatore e quindi contribuendo a intensificare ulteriormente la presenza straniera nel nostro Paese.

Tornando invece agli scenari più critici, il tema della chiusura aziendale rimane in cima all’agenda economica del dopo-Expo. In ogni caso, molte delle imprese potenzialmente interessate sono di piccolissime dimensioni e la loro eventuale chiusura non dovrebbe avere un impatto forte sul sistema economico. Più in generale, le insolvenze delle imprese in Italia dovrebbero continuare a diminuire nei prossimi anni, mettendo a segno un -8% nel 2016, un -10% nel 2017 e un -8% nel 2018.

I pericoli ci sono, ma la vera sfida Expo 2015 la vincerà solo se sarà in grado di mettere a sistema imprese italiane e imprese straniere creando sinergie capaci di migliorare il posizionamento delle nostre PMI sui mercati internazionali. Per fare questo sarà necessario innovare, investendo in ricerca & sviluppo e nella modernizzazione dei processi produttivi, ma soprattutto cominciare a puntare su mercati meno battuti. Ad oggi, infatti, solo il 13% dell’export italiano è indirizzato verso i Paesi più lontani ma con una forte crescita delle importazioni. Un gap che deve essere colmato per recuperare competitività e uscire definitivamente dalla crisi.