La previsione è elaborata dall’Ufficio Studi di Euler Hermes nell’ambito di un rapporto che analizza i trend mondiali delle insolvenze, indicando le previsioni per il biennio 2016-2017.

Analizzando i dati dello studio, emerge chiaramente che la buona performance italiana è totalmente in controtendenza rispetto all’andamento medio globale. L’indice globale di insolvenze dovrebbe chiudere infatti il 2016 con una crescita del 2%, e questo a causa di tre fattori principali.


Il primo è la debolezza della crescita economica e degli scambi commerciali. Nell’anno in corso la crescita del Pil mondiale dovrebbe rallentare attestandosi ad un +2,5%, rispetto al +2,6% dello scorso anno. Contestualmente anche il commercio mondiale potrebbe subire una contrazione in negativo rispetto al 2015 che le previsioni indicano pari ad un -2%. Il dato è significativo perché arriva dopo il pessimo risultato del 2015, quando gli scambi mondiali sono crollati del 10%.


La seconda causa che tiene il freno tirato alla crescita mondiale è legata agli effetti indiretti di alcuni shock idiosincratici. In particolare le problematiche maggiori arrivano dal settore energetico, dove i prezzi del petrolio rimangono molto bassi. Questo ha comportato un gravissimo contraccolpo per le aziende statunitensi che hanno investito nello shale oil e in generale, solo negli Usa, influirà sui risultati economici del 2015 riducendo i margini operativi delle aziende del settore di 10 miliardi di dollari.


Terzo e forse più pericoloso fattore di rallentamento della crescita è l’effetto domino che i grossi fallimenti mondiali possono innescare. Nel 2015 – riporta il Report di Euler Hermes – sono fallite 152 imprese con un fatturato superiore ai 100 milioni di euro, rispetto alle 95 del 2014 e alle 110 del 2013. Di queste, 25 addirittura superavano la soglia del miliardo di euro. I loro fallimenti inevitabilmente ricadono su tutta la filiera dei fornitori, fatta di piccole e medie aziende che rischiano a loro volta la vita.

Così, tornando a guardare all’anno in corso, i Paesi che più di altri stanno soffrendo la crescita delle insolvenze sono quelli dell’Area Pacifico (+13% sul 2015) e dell’America Latina (+17%). Ma forse il dato più significativo riguarda gli Stati Uniti che, per la prima volta dopo sei anni, tornano in campo positivo e potrebbero chiudere l’anno con un aumento delle insolvenze aziendali del 3%.


In questo quadro segnato dallo scetticismo, per una volta, le buone notizie arrivano dall’Europa Occidentale che dovrebbe assistere ad un calo medio delle insolvenze nell’ordine di un 5% e di un successivo 3% nel 2017. In ogni caso non c’è ancora ragione per festeggiare perché il valore assoluto delle insolvenze per 11 Paesi su 17 rimane superiore ai livelli pre-crisi.

L’Italia, da parte sua, mette a segno una delle performance migliori avviandosi verso una riduzione dell’8%, un risultato ottenuto grazie al passaggio dell’economia dai 3 anni consecutivi di recessione alla ritrovata crescita. Detto questo, anche nel nostro Paese i livelli rimangono superiori a quelli pre-crisi e il numero di insolvenze previste (13.500 casi attesi nel 2016) è pari al doppio rispetto a quello del 2007.


«Nell’ambito generale – commenta Massimo Reale, Direttore Rischi Euler Hermes Italia – è da monitorare l’andamento di alcuni settori, in particolare il commercio al dettaglio che, nonostante la ripresa moderata dei consumi delle famiglie, potrebbe ancora risentire di una struttura distributiva poco efficiente, di una dimensione delle imprese troppo limitata e della concorrenza della grande distribuzione. Nel comparto industriale occhi puntati su tessile e metalli, ancora legati fortemente alle dinamiche dei costi variabili delle materie prime e all’evoluzione dei fatturati oltreconfine».