L’indagine, condotta dall’Ufficio studi della società leader mondiale dell’assicurazione crediti, parte dalle previsioni: il commercio nominale internazionale crescerà dell’1,8% nel 2015 e del 4,5% nel 2016, una frazione rispetto al 12% di espansione annuale globale a cui si è assistito tra il 2001 e il 2008.

A rallentare le vendite mondiali, ancora una volta, concorrono la stagnazione economica che coinvolge molti Paesi sviluppati, la debole pressione sui prezzi e la persistente sovracapacità.

Analizzando le cause del difficile rilancio del commercio, Wilfried Verstraete, Presidente del Management Board di Euler Hermes, ha commentato: «Innanzitutto, i programmi di austerità hanno ridotto a livello generale la spesa pubblica, storicamente un importante fattore di crescita. In secondo luogo, sono diminuiti i volumi globali di import ed export e data la loro intercorrelazione, l’impatto sulle “supply chains” si è rivelato esponenziale indebolendo ulteriormente la crescita e il commercio globale. Infine e soprattutto, la ripresa dei consumi e degli investimenti, gli elementi principali dell’espansione commerciale, è rimasta modesta. Di conseguenza, il commercio globale non guida più il Pil mondiale, ma semplicemente lo accompagna».

Analizzando le cause della stagnazione del commercio, le pressioni negative sui prezzi appaiono determinanti e infatti, secondo il Report di Euler Hermes, sembrano destinate a prosciugare di 560 miliardi di dollari il commercio nominale solo nel 2015. Il tutto si perde in un circolo vizioso dove le pressioni deflazionistiche si intensificano e i margini operativi diminuiscono fino al punto che i prezzi al consumo sono così bassi che le imprese faticano a rimanere redditizie. Il rischio, quindi, è quello di un maggiore protezionismo che si può manifestare sotto forma di vere e proprie guerre valutarie, attraverso controlli tariffari e restrizioni commerciali.

Guardando ai singoli Paesi, quelli asiatici, con 221 miliardi di dollari di esportazioni addizionali nette, dovrebbero diventare i primi esportatori nel 2015. In particolare la Cina supererà gli Stati Uniti per maggiori profitti ottenuti dal singolo Paese, seguiti da Germania, Giappone e Corea del Sud. In termini di commercio mondiale, il Capo economista di Euler Hermes, Ludovic Subran, ha dichiarato: «È di importanza vitale per gli esportatori fatte attenzione alle tre “P” dei rischi, cioè prezzi, protezionismo e pagamenti. Ciò significa gestire la concorrenza globale sui prezzi, il protezionismo a livello nazionale ed il rischio di insolvenze commerciali, in modo da affrontare con successo la sfida dell’espansione internazionale».

 

Il caso Italia

Le esportazioni continuano a rappresentare un volano di crescita importante per l’Italia. In particolare è il made in Italy, quindi l’eccellenza della manifattura italiana, a trainare le vendite all’estero delle imprese. Secondo le analisi di Euler Hermes, le PMI italiane dovrebbero ottenere guadagni addizionali dall’export pari a 10 miliardi di euro nel 2015 e a 15 miliardi nel 2016. E questo grazie al traino speciale garantito da settori come meccanica, chimica, tessile e agroalimentare.

Sul tema è intervenuto Michele Pignotti, il Capo della Regione Euler Hermes Paesi Mediterranei, Africa e Medio Oriente. «L’indebolimento dell’euro – ha commentato Pignotti – e una base di prodotti e servizi fortemente diversificata potranno consentire alle imprese italiane di crescere ancora una volta sui principali mercati export, affascinati dalla qualità, dall’italian style e dall’innovazione. Ad affiancare gli emergenti nell’acquisto di prodotti italiani ci saranno ancora una volta le principali economie partner del Vecchio Continente come Francia e Germania, attese ad una crescita più sostenuta e la Svizzera, dove da gennaio è stato abbandonato il cambio fisso euro-franco