Questo è quanto si ricava dal nuovo studio sul commercio internazionale realizzato da Euler Hermes, società del gruppo Allianz e leader mondiale dell’assicurazione crediti. Gli scossoni sul versante della domanda nei paesi emergenti, i prezzi delle materie prime troppo bassi per troppo tempo, l’ondata delle svalutazioni monetarie in tutto il mondo ed una crescente tendenza verso l’isolamento (minore dipendenza dal commercio), spiegano questa performance deludente.

«Fra il 2014 e il 2016 il mondo ha perso un volume di scambi di merci e servizi pari a 3.129 miliardi di USD, quasi il PIL tedesco,” afferma Ludovic Subran, capo economista di Euler Hermes. “E sfortunatamente sono poche le prospettive di tornare ai ritmi precedenti la crisi finanziaria, anche dopo il 2017».

Secondo Euler Hermes, la crescita addizionale delle importazioni nel periodo 2016-17 saranno generate grazie alla Germania (77 miliardi di USD nel 2016-17), agli USA (66 miliardi) e al Giappone (49 miliardi), mentre la Cina perderà la posizione di principale acquirente del mondo e la maggior parte dei paesi importerà in misura minore rispetto a prima.


Sul lato esportazioni, in un contesto di decelerazione della domanda, i paesi europei dovrebbero essere in posizione primaria per quanto riguarda i proventi delle nuove esportazioni, mentre gli esportatori di materie prime continueranno a soffrire. La Germania occuperà il primo posto con 75 miliardi di USD di export addizionale nel periodo 2016-17, seguita da Francia (42 miliardi), Irlanda (38 miliardi) ed ex aequo da Italia e Spagna (34 miliardi). La Cina è solo in quinta posizione con 33 miliardi di USD di maggiori esportazioni, a testimoniare il difficile rimbalzo della “export machine” cinese.

In futuro, la crescita del commercio globale reale dovrebbe attestarsi sotto al +4% l’anno, anche per quanto riguarda il medio termine.

«A livello globale – prosegue Subran – i consumatori chiedono più servizi ed esperienza che merci, finanziare il commercio è diventato più complesso e costoso e sia il rischio politico che il protezionismo sono in crescita. Riteniamo che la ricetta della globalizzazione dovrà evolversi in qualcosa di più inclusivo, più fondato sulla fiducia e gestito in maniera diversa sia dai politici che dai massimi dirigenti».

In tale contesto, le imprese dovranno trovare nuove alternative per espandere le proprie attività. Potrebbero far ricorso alla servitization e digitalization, in quanto entrambe permettono alle imprese di diventare multinazionali più rapidamente di prima, anche con una dimensione iniziale più piccola (micro multinazionali). Lo scambio di servizi ha subito meno sussulti rispetto a quello delle merci: le esportazioni di servizi si sono mantenute stabili al 6,7% del PIL globale nel periodo 2014-2015, mentre le esportazioni di merci sono scese al 22% nel 2015 (dal 24% nel 2014). I flussi di dati da un paese all’altro sono risultati immuni al rallentamento del commercio globale. Il parametro Enabling Digitalization Index (EDI) di Euler Hermes dimostra come la Germania, i Paesi Bassi e la Svezia siano posizionati meglio per trarre beneficio da queste trasformazioni. 


Un’altra strada potrebbe essere decidere di far ricorso agli investimenti stranieri per crescere e internazionalizzarsi in maniera diversa. Lo scorso anno le operazioni di M&A fra paesi diversi hanno toccato la cifra record di 1,6 trilioni di USD, con la Cina al timone di questa nuova ondata di internazionalizzazione. 


Sulla scia dei deludenti risultati di “mega trade” orizzontale, la riscoperta dei blocchi verticali regionali appare come una mossa necessaria: Europa/Medio Oriente/Africa, America del Nord/America del Sud, Asia Meridionale/Asia Orientale.

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