L’azienda pugliese, mix perfettamente riuscito tra artigianalità sartoriale legata ad antiche tradizioni familiari e impostazione aziendale moderna, è il risultato di un saper fare squisitamente italiano e di un approccio particolarmente orientato all’internazionalizzazione. Due facce di una stessa medaglia che hanno permesso ad una piccola azienda familiare di divenire un punto di riferimento sia per il mercato nostrano che per quello internazionale.

Quella di Pino Lerario non è solo un’intuizione creativa nel disegnare abiti chic e sofisticati, ma è soprattutto la capacità di scegliere stoffe e tessuti classici, ma lavorati con tecnologie avanzate, che danno a ogni capo Tagliatore l’unicità dello stile e della qualità.

 

Può sembrare un luogo comune ma lo stile, nel mondo, parla italiano. Quanto conta l’italianità per il marchio Tagliatore?

«Credo che l’italianità, sia fondamentale per qualsiasi prodotto. Ancor di più nel nostro settore dove è importante che il consumatore finale percepisca immediatamente che si tratta di un capo made in Italy».

Pino Lerario con suo padre Franco

 

Cosa caratterizza le vostre collezioni?

«Sono molteplici i fattori che caratterizzano le nostre collezioni. Principalmente la creatività, l’offerta di tessuti di qualità, per la maggior parte esclusivi, l’ampia gamma di vestibilità e una buona manifattura. Sicuramente tutte queste componenti stimolano il nostro cliente finale a scegliere un capo Tagliatore».

 

Cosa significa innovare nel vostro settore?

«Mentre nel campo delle tecnologie si ha più possibilità di fare innovazione, nel campo della moda questo è più difficile. I volumi e le dimensioni si modificano molto lentamente, per cui la vera innovazione sta principalmente nella ricerca di nuovi tessuti caratterizzati da nuovi disegni e abbinamenti di colori».

 

Made in Italy per voi significa gusto e tendenza oppure approccio manageriale e cultura aziendale?

«Le due cose vanno di pari passo. Non è sufficiente proporre delle collezioni di tendenza, con capi che diano emozione, che stimolino la voglia di indossarli. Se si vuole arrivare sui mercati e non essere delle meteore, è necessario avere alle spalle una struttura manageriale all’altezza, soprattutto quando ci si affaccia sui mercati internazionali».

 

Nel mondo la vostra azienda e il vostro marchio sono molto apprezzati e l’export incide notevolmente sul vostro fatturato. Come si è chiuso il 2016?

«Abbiamo chiuso il 2016 con un fatturato in leggera crescita, dove il mercato export incide per il 50%».

 

Quali sono i Paesi dove gli investimenti hanno dato maggiori risultati?

«A parte il nord Europa, in particolare la Germania, ultimamente il mercato che ci sta dando grosse soddisfazioni è quello giapponese, dove le collezioni Tagliatore, sia per l’uomo che per la donna, da subito hanno avuto un alto indice di gradimento».

 

Qual è invece la quota di mercato in Italia?

«La quota si attesta intorno al 50% del fatturato. Naturalmente ci fa molto piacere verificare che, da un paio di stagioni, anche il mercato italiano è in crescita».

 

Come selezionate il vostro circuito di vendita e l’apertura verso nuovi mercati?

«Considerando che il marchio Tagliatore, grazie anche agli investimenti pubblicitari, ha acquisito una buona visibilità, è molto importante che la distribuzione sia fatta in maniera oculata. Per quanto riguarda l’apertura verso nuovi mercati, uno degli obbiettivi sul quale stiamo lavorando è quello americano. Sicuramente più difficile di quello giapponese, ma riteniamo che nell’arco di un paio di anni avremo una buona presenza anche oltre Oceano».

 

In questa ricerca gli studi di Euler Hermes sono un valore aggiunto?

«Sicuramente la collaborazione con Euler Hermes, con la quale lavoriamo da oltre 20 anni, è stata importante e di grande aiuto, soprattutto nella fase iniziale della nostra crescita e questo sia per i prodotti e servizi offerti, sia per la grande professionalità e cortesia».

 

Lo stesso discorso vale sul fronte degli insoluti?

«Proprio per avere messo in atto, nel tempo, una buona distribuzione, non abbiamo problematiche serie legate ai mancati pagamenti. Naturalmente, come sta accadendo a tante aziende italiane, il tempo medio degli incassi si è leggermente dilatato. Quando, oltre ai fornitori, si ha la responsabilità di avere alle proprie dipendenze circa 200 unità lavorative, è essenziale avere una buona gestione dei crediti».

 

Mentre in merito alla contraffazione come riuscite a difendervi?

«Per il momento non abbiamo questo problema. I nostri capi sono caratterizzati da una continua ricerca di nuovi tessuti. Inoltre, la costruzione sartoriale e la ricchezza dei dettagli rendono i nostri capi difficilmente contraffattibili».

 

Come è nata l’intuizione di creare un marchio dal forte respiro internazionale?

«L’azienda è stata fondata da mio padre 45 anni fa, e nasce come azienda “façonista”, ovvero produzione in conto terzi. Essere “façonista”, vuol dire non essere padroni del proprio futuro, perché tutto dipende dalle alterne fortune di chi ti passa le commesse. È stato grazie alla voglia di essere indipendenti che, circa 25 anni fa, abbiamo iniziato a produrre una piccola collezione inizialmente a marchio “Lerario”, il nostro cognome di famiglia. Naturalmente, niente a che vedere con le collezioni “Tagliatore” che realizziamo oggi».

 

E quella poi di uscire dal territorio pugliese e tentare la conquista del mercato italiano e di quello internazionale?

«Inizialmente il nostro mercato di riferimento era quello locale. Con il tempo, e tanti sacrifici, insieme a mio padre e ai miei fratelli siamo riusciti a distribuire i nostri prodotti anche all’estero, con buone soddisfazioni. Quando i media ci informano che a livello nazionale c’è stato un incremento delle esportazioni, con molta modestia pensiamo che un po’ è anche merito nostro».