Il presidente e fondatore di Miniconf, Giovanni Basagni, ripercorre questi 42 anni come un lungo viaggio che ha portato il suo gruppo a crescere in Italia e all’estero, arrivando ad occupare una posizione di leadership nel settore.

«Nel tempo – spiega – siamo cresciuti rimanendo fedeli ad una strategia che prevede la multicanalità, quindi tre brand principali (Sarabanda, Dodipetto, iDo) e 1.500 punti vendita sparsi in tutta Italia.


Quali differenze vede tra allora, quando fondò l’azienda, e oggi?

«Sinceramente non so se nelle condizioni odierne potrei ripetere quell’esperienza. Ogni cosa è diventata più complessa, le banche sono meno disponibili a concedere credito ad una start-up e il mercato è sempre più competitivo».

Anche nel settore bambino i competitor sono agguerriti?

«Assolutamente sì. Fino a dieci anni fa sul mercato c’erano pochi player tradizionali e un unico grande marchio globale rappresentato da Benetton. Oggi i colossi internazionali che si sono buttati nel settore sono tanti, da Zara a H&M, passando per Oviesse. La loro forza sta nel fatto di produrre abbigliamento anche per adulti e quindi di attirare naturalmente una fascia di pubblico più ampia».

Come avete fatto a mantenere le vostre quote anche a seguito di questi cambiamenti?

«Siamo rimasti uguali a noi stessi e ci siamo concentrati sulla parte commerciale lasciando la fase produttiva a terzi, da noi controllati e certificati. In Cina, ad esempio, siamo presenti dal 1992 come produzione. Inoltre siamo cresciuti sia perché il mercato è diventato più selettivo tagliando fuori molti soggetti più piccoli, sia perché ci stiamo smarcando dal mass market con alcuni dei nostri marchi. Oggi per un’azienda non basta solo vendere un buon prodotti, ci vuole l’assistenza e il rapporto costante con il cliente ma anche uno storytelling del brand che permetta di essere visibili, ma soprattutto riconoscibili con un messaggio specifico che confermi proprio la qualità del prodotto».

Quanto vale l’estero per la vostra produzione. Dove siete presenti?

«Noi vendiamo l’85% del nostro prodotto in Italia e il restante 15% fuori dai confini nazionali. Il nostro primo mercato è la Spagna, ormai da diversi anni. Qui abbiamo anche una sede e i nostri prodotti sono molto apprezzati. Poi siamo presenti nel Regno Unito e in Russia, dove abbiamo messo in piedi da circa un anno una società con l’obiettivo di aumentare le quote di mercato del Gruppo su quel territorio. Anche in Cina abbiamo avviato una collaborazione commerciale e siamo entrati nel Paese aprendo una start-up e 4 negozi con l’obiettivo di arrivare a 10. Questo è reso possibile dal fatto di aver stretto una partnership con il più grande distributore cinese di abiti da bambino. Siamo convinti di dover crescere ancora sui mercati internazionali e il nostro obiettivo è arrivare a una quota del 25-30% di export. Per questo però è necessario riallineare l’azienda su alcuni obiettivi e modelli di crescita».

In che modo la crisi economica ha influenzato la vostra attività?

«Abbiamo vissuto gli anni difficili della crisi in modo anomalo. A guardare i nostri conti fino al 2011 sembra che niente fosse accaduto, poi le cose sono peggiorate e nel 2013 abbiamo registrato la contrazione più significativa di fatturato, pari a circa 8 milioni di euro. Da allora l’azienda ha ricominciato a crescere e sta tornando ai livelli degli anni migliori con ricavi che si aggirano intorno ai 75-80 milioni di euro. Per questo contiamo di chiudere il 2015 con una crescita dei ricavi pari a circa il 4%».

In questo periodo e non solo il rapporto con Euler Hermes vi è stato d’aiuto?

«Non possiamo circoscrivere la partnership con Euler agli anni della crisi perché ormai è una vita che collaboriamo insieme.  E il fatto che continuiamo a richiedere i servizi assicurativi del Gruppo è una conferma dell’utilità che hanno per la nostra azienda. In generale siamo consapevoli che la parte economia è importante, quindi la copertura dai rischi, ma riteniamo che lo sia ancora di più accedere al bagaglio informativo di Euler, quindi poter sapere se il cliente, in Italia o in qualche parte del mondo, ha problemi oppure se è finanziariamente affidabile».

  

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