La nostra è la prima nazione per consumo pro capite, e anche se il consumo è sceso di qualche punto decimale passando dai 27/28 kg pro capite ai 26,5/26,7 kg, questo calo va ad essere compensato dai consumi oltre oceano e in estremo Oriente».

C’è una vasta possibilità, quindi, per i produttori nostrani di aprire a nuovi mercati e di rafforzare i commerci già intrapresi oltre confine, così come sta accadendo all’azienda pugliese che vanta 130 anni di storia nella produzione di pasta secca, prodotti da forno, e in maniera ridotta anche di pasta fresca e che si è confermata negli anni come un’eccellenza tutta italiana.

 

Da imprenditore, riscontra una ripresa dei consumi nel nostro Paese?

«Per quanto riguarda il settore di mia competenza, non noto un effettivo aumento dei consumi. Inoltre, il settore della pasta secca è consolidato e saturo, per cui è difficile per noi aumentare le vendite in un mercato dove la competizione è altissima. Tanto meno osservo che ci siano aumenti di consumatori e quindi il relativo aumento del consumo del prodotto. Per quanto riguarda i prodotti da forno, addirittura, nel 2015 e nei primi mesi del 2016 si è registrata una lieve flessione. Non parlo di grandi numeri, circa 0,5-0,7 che non determinano grandi collassi, però per la prima volta, in un settore che è sempre cresciuto con grandi dinamiche, si è registrato uno stop e un decremento come per altri generi di consumo. Noto invece un consumo in aumento di beni di lusso come cellulari, tablet e abbonamenti alle reti mobili. Il risultato di tutto ciò è che lo scenario di fronte al quale ci troviamo è un po’ paradossale perché i beni di larghissimo consumo non crescono mentre i beni di lusso sì».

Francesco Divella

Qual è il volume delle vostre vendite in Italia e all’estero?

«Le nostre quote di vendita riguardano l’Italia per il 70-75% e il restante all’estero. Queste vendite si distribuiscono principalmente nell’Unione europea, in particolare Germania e Francia che sono paesi di grande distribuzione e di grande tradizione del consumo di pasta italiana. A seguire Inghilterra, Stati Uniti, Giappone, Australia, Canada e Brasile. Al momento siamo presenti in oltre 115 paesi. Poi ci sono i Paesi per noi molto promettenti che sono Cina, India, Tailandia, Vietnam e Cambogia dove il potenziale e i margini di crescita sono alti».

Vi state aprendo ora a questi nuovi mercati?

«In verità ci stiamo provando da tanto tempo ma da un po’ di anni questi Paesi stanno cominciando ad essere ricettivi e ad apprezzare di più la pasta italiana nella sua originalità, rispettando anche tempi di cottura e condimenti. Quindi piano piano il food italiano viene scoperto e apprezzato nella sua originalità anche in Oriente, perché di paste comuni che si producono in tutto il mondo ce ne sono tante. Però noi stiamo tenendo duro e stiamo facendo capire ai consumatori non italiani che la vera pasta made in Italy è fatta di grano duro, di sapori genuini e sani e anche diversi dal punto di vista organolettico da quelli che offre la concorrenza di Paesi come la Turchia che è molto agguerrita».


Le loro regole sono anche meno restrittive delle vostre?

«Sì, ci sono i sistemi doganali e i dazi che la favoriscono di più. Bisognerebbe inoltre vedere gli accordi bilaterali di import-export tra Paese e Paese».

Come si può battere la concorrenza?

«Tanto lavoro, tanto impegno e tanto sacrificio. Inoltre cerchiamo sempre di coniugare la qualità delle materie prime con processi di produzione sempre più evoluti che, con il passare degli anni e con grandi investimenti, abbiamo reso più economici e veloci. Quindi riusciamo a produrre molto di più nello stesso arco temporale e questo ci ha consentito nel tempo di abbattere notevolmente i costi di produzione, di essere sempre più competitivi e di portare avanti il nostro marchio per 130 anni».

Quindi si può essere innovativi nel realizzare un prodotto così tradizionale come la pasta?

«Non è facile innovare in un contesto così tradizionale come la produzione della pasta. Realizziamo un prodotto che ha centinaia di anni e che non è mai cambiato da quando è stato importato per la prima volta in Italia. Si è sempre fatto così e così viene apprezzato dai nostri consumatori in giro per il mondo, quindi cambiare la ricetta e innovarla non credo sia una mossa vincente. L’innovazione può essere però nel proporre, comunicare, vendere e distribuire il prodotto. Da questi punti di vista ci sono tante possibilità percorribili, ovviamente ci sono tutte le possibilità del web, tutte le declinazioni della comunicazione sulla base degli strumenti tecnologici più avanzati come quelli che Industry 4.0 sta proponendo e di cui noi siamo già dotati da tempo. Abbiamo sensori automatici e controlli telematici delle produzioni. Il personale è ridotto nelle linee di produzione e negli stabilimenti produttivi, inoltre abbiamo tanti strumenti per la salvaguardia e la tutela dei dipendenti e da questo punto di vista siamo molto avanti. Stiamo inoltre per acquistare un cloud grazie al quale possiamo archiviare i dati in maniera sempre più sicura. Diciamo che da tutti i punti di vista siamo in continuo movimento nella ricerca e nell’innovazione rimanendo ben saldi alla tradizionale ricetta Divella. Ovviamente se vogliamo possiamo considerare il biologico, l’integrale, il funzionale più ricco di fibre, il biscotto fonte di giovinezza delle innovazioni e non solo delle varianti alla ricetta».

Oltre alla sua, ci sono tante aziende nel Paese che hanno una storia ultracentenaria e che a guidarle da generazioni hanno qualcuno della stessa famiglia che le ha fondate. Rimanere legati alla ricetta tradizionale forse è anche la vostra forza?

«Sì in Italia c’è un grande tessuto di aziende che hanno una lunga tradizione, alcune hanno anche 400 anni. Noi dal 1890 siamo un’azienda basata sulla presenza della famiglia che ne detiene ancora l’80%, mentre il restante è in mano a piccoli azionisti. Fino ad oggi la “ricetta” vincente è stata questa, e non mi riferisco solo a quella della pasta, in futuro vedremo quali saranno le sfide alle quali saremo chiamati a rispondere».

È ancora difficile essere imprenditori nel Sud del Paese?

«Spesso sono a Milano e nel Nord Italia e quando mi guardo intorno vedo lo stesso genere di attività commerciali che ci sono a Bari. Cosa manca al Sud? Essere interconnessi più velocemente con il resto del mondo. Ci manca il collegamento Internet che hanno le grandi città e il Nord Italia, reti ferroviarie sviluppate che ci consentano di trasportare passeggeri e merci più velocemente. Ad esempio, sulla tratta ferroviaria Adriatica ancora non c’è l’alta velocità e l’alta capacità e stiamo aspettando che arrivino entrambe. Il sistema portuale negli anni è migliorato Bari è diventato uno scalo importante anche se fa la spola a porti più importanti del Sud Italia di cui è partner minore».


Quindi il gap tra Nord e Sud è ancora un problema di infrastrutture?

«In linea generale i trasporti sono da potenziare per poterci mettere in competizione vera con gli imprenditori del Nord Italia. Per il resto vedo tantissima voglia di fare e tantissimo dinamismo che non vedo più a Milano o nel Nord in generale».

Com’è nata la partnership con Euler Hermes? Come mai avete sentito l’esigenza di un’assicurazione sul credito?

«Credo sia nata la necessità perché siamo un’impresa che vuole crescere e vuole competere ma vuole anche essere una realtà sana, e quindi ha bisogno di tutele. Nel senso che non può pensare di vendere i propri prodotti in tutto il mondo senza una minima salvaguardia. Abbiamo cambiato la nostra strategia e il nostro approccio che sono divenuti più difensivisti e attenti alla salvaguardia del prodotto e del credito maturato. Da qui è nata l’esigenza di affidarci a un partner e il migliore che in quel momento potevamo immaginare al nostro fianco era Euler Hermes. Sono passati molti anni e nulla è cambiato perchè, oltre a darci la copertura del rischio del credito che vantiamo nei confronti dei clienti, Euler Hermes continua a farci stare tranquilli».