La recessione sta squassando i conti e i bilanci di mezzo mondo: l’Europa arranca, l’Italia fatica a tenere il passo della Germania e delle altre locomotive del globo. Mario Moretti Polegato, però, non si perde d’animo. Rifiuta il pessimismo e cerca di guardare al futuro «sempre con grande fiducia». Così, nonostante il quadro macroeconomico assai preoccupante e la crisi finanziaria internazionale che non pare voler arrestarsi, il patron di Geox, colosso mondiale della moda e delle calzature, non rinuncia a investire. «Sono ottimista per definizione» dice. L’imprenditore trevigiano guida una grande industria (30mila addetti e 1.300 negozi in 105 paesi), ma volge lo sguardo verso le «piccole e medie imprese, cuore dell’economia italiana a cui il Governo – spiega – dovrebbe  garantire più dignità».

Dottor Moretti, Confindustria indica per il 2015 qualche spiraglio per la ripresa e per la crescita, mentre il Governo auspica che già il 2013 possa rimettere in moto il ciclo economico, portando il Paese fuori dal tunnel della recessione. Secondo lei quando finirà la tempesta perfetta?
«Possiamo ripartire presto, io ci credo. Sono un imprenditore e come tale devo avere fiducia per trasmetterla anche ai miei collaboratori. Ora, però, tra le famiglie c’è l’incubo di comperare, si teme il futuro, non si acquistano beni di consumo. Ma sappiamo anche che questo timore è largamente infondato. Serve una propaganda che potremmo chiamare di serenità. Bisogna spiegare che siamo fuori ormai dalla crisi, bisogna chiarire che si può ricominciare a crescere. Io sono il responsabile di una delle più grandi aziende italiane. E sono fiducioso per la mia azienda e per l’Italia. Noi alla Geox non abbiamo licenziato nessuno. Anzi, assumiamo; investiamo il 2% del fatturato in ricerca e sviluppo e continuiamo ad aprire negozi, cento soltanto quest’anno in tutto il mondo, a partire dall’Asia. Cerchiamo nuovi mercati senza mai abbandonare la nostra forza, che è in Italia. Questa è la risposta che deve dare l’imprenditore».
D’accordo. Ma l’inizio della ripresa?
«È una domanda complessa. C’è stato un grande temporale, ma adesso il cielo si sta schiarendo, il vento sta spazzando via le nubi. Non posso aspettare la primavera per ripartire del tutto, altrimenti perdo spinta. Bisogna ripartire ora. Bisogna crederci. Per la ripresa, dunque, dico anche subito, ma bisogna chiarire che fare impresa sarà diverso in futuro. A cominciare dal Nord Est che conosco da vicino e che è cresciuto a livello industriale con la trasformazione dei prodotti: da questo punto di vista sarà difficile immaginare una ripresa come in passato».
Vuol dire che ci sarà un ridimensionamento delle industrie o che bisogna cambiare passo?
«Penso che processi innovativi, ricerca e marketing assumeranno un ruolo sempre più centrale nella vita degli imprenditori. Che poi dovranno puntare anche sulla formazione del personale. Ma, soprattutto, bisogna tornare ad avere il coraggio di investire. E questo vale per chi come me guida aziende importanti come Geox e Diadora, ma anche nelle piccole e medie imprese, che sono il cuore dell’economia italiana alle quali il Governo dovrebbe assicurare più dignità».
Esiste un comparto produttivo o un settore economico su cui varrebbe la pena scommettere di più?
«Si dovrebbero individuare quei settori dove l’Italia possa incrementare le esportazioni. Abbiamo alcune produzioni, alcuni settori, che sono particolarmente forti sui mercati esteri: industria meccanica leggera, turismo, mobili, l’alimentare, la moda. Dovrebbero godere di una sorta di corsia preferenziale sugli interventi che lo Stato può effettivamente fare. E non devono essere interventi a pioggia, ma legati a progetti, valutati da una commissione tecnica seria, non politica, non clientelare, che premi quelli che meritano di essere sostenuti. La stragrande maggioranza di noi imprenditori si attende dal Governo un qualche aiuto per poter rilanciare le imprese. L’Italia ha bisogno di far ripartire l’industria, soprattutto per quanto riguarda le esportazioni, anche attraverso una ripresa dei consumi. Sappiamo benissimo che le risorse sotto mano sono limitate e che non esiste una formula magica. Ma qualcosa si può e si deve fare».
Squilla il suo telefono: è Mario Monti. Le chiede qualche idea per scrivere un altro decreto sulla crescita. Cosa suggerirebbe al premier?
«Incentivi alle esportazioni, innanzitutto, magari di natura anche fiscale. Ma qualsiasi aiuto darebbe un contributo importante. Nessuno si aspetta che lo Stato arrivi e ci copra di danaro, figuriamoci. Sappiamo come stanno le cose, siamo realisti. Ma sarebbe importante dare un segnale positivo, di coraggio. Può essere un credito sull’imposta, ma va bene tutto quello che può restituire entusiasmo all’imprenditore. Perché non è lo Stato che salva l’impresa; l’impresa deve salvare sé stessa, reagire, andare sul mercato con prodotti competitivi. Un’altra cosa importantissima: non investire solo per l’oggi, ma a medio termine».
Fisco, burocrazia, infrastrutture e giustizia civile. Sono i quattro aspetti del Sistema Paese considerati fra i più penalizzanti per le aziende italiane. Vede altri elementi che contribuiscono a zavorrare l’Italia?
«Sono tutti punti strategici su cui c’è bisogno di interventi proprio per aiutare gli imprenditori. Poi c’è sicuramente qualche problema nel rapporto con le banche. La stretta creditizia si fa sentire e se gli istituti fossero più generosi… Ma, prima di tutto, pongo al centro dell’attenzione la certezza del diritto. Sa perché gli imprenditori stranieri non vengono dentro i nostri confini?».
Lo spieghi.
«Per paura delle “sabbie mobili italiane”. Chi ci guarda da fuori non si sentirebbe sicuro e quest’assenza di sicurezza frena l’ingresso di capitali. Il cammino è giusto. Monti ha già raggiunto un risultato importante: ha messo il Paese in condizione di rimanere agganciato all’euro grazie alla stabilizzazione dei conti pubblici e a un alleggerimento dei tassi di interesse. È da apprezzare quello che il governo ha fatto in una situazione di tensione estrema. Direi che i tecnici hanno svolto un lavoro veramente lodevole: a noi imprenditori sembra che per fortuna lo spauracchio della divisione dell’Europa e della fine della moneta unica sia lontano».

La vita di un imprenditore italiano, a sentire lei, non è affatto facile. Non le è mai venuta voglia di mollare tutto e fuggire all’estero?
«Non rinnego le mie origini. L’estero rappresenta il 70% del fatturato e per me è la fonte primaria di ricchezza. Ma quando vado al Forum di Davos, quando parlo alla Columbia University o al Mit di Boston, metto sempre in primo piano il nostro Paese: sono fiero di essere italiano. Ma adesso l’Italia, per fare un salto di qualità, deve essere capace di far diventare la creatività un business».
E come si arriva a raggiungere questo obiettivo?
«Bisogna premiare le aziende che investono nella ricerca, che investono sulla formazione dei giovani, quelle che collaborano con le università per sperimentare nuove tecniche e nuovi materiali e nuovi prodotti. Non è impossibile scegliere questa strada. La fortuna di Geox è stata anticipare la globalizzazione, investire sui giovani, creare scuole di formazione a nostre spese. Una pmi non può farcela da sola, lo so, e un contributo pubblico sarebbe decisivo, per creare specializzazione e competenze. Sui lavori qualificati, ma anche quelli meno qualificati. Abbiamo aperto un centro logistico a Treviso per servire i nostri store nel mondo. Cercavamo 220 dipendenti non specializzati: si sono presentati soltanto sei italiani. Per questo serve anche un impegno dello Stato per sostenere e diffondere l’istruzione tecnica e professionale. È assurdo che a chimica all’Università di Venezia ci siano solo 42 iscritti».
La ricetta di Mario Moretti Polegato per rilanciare il Paese e metterlo in condizione di reggere la concorrenza con l’estero.
«Metto sul tavolo tre assi: alla creatività, aggiungo i brevetti e la collaborazione con le università. In qualche modo dobbiamo trasformare il capitalismo industriale in capitalismo di idee».