Maurizio Stirpe, imprenditore classe 1958, è presidente di Unindustria (l’unione delle associazioni confindustriali di Roma, Frosinone, Rieti, Viterbo) e Confindustria Lazio, e presidente di Prima spa, società capofila del Gruppo industriale operante nel settore della progettazione e realizzazione di componentistica in plastica per l’industria dell’auto, della moto e degli elettrodomestici.

Un doppio ruolo, il suo, come guida di una delle più importanti rappresentanze territoriali degli Industriali e come proprietario di un’azienda con circa 2.000 dipendenti e una dimensione internazionale: 10 stabilimenti operativi in Italia, uno in Germania, uno in Francia, uno in Slovacchia, e una sede operativa in allestimento a Shanghai.

Presidente, alla situazione di crisi si aggiunge oggi l’instabilità politica. La Confindustria ha assunto una posizione molto dura. In che modo, anche sul territorio, l’instabilità sta aggravando lo stato dell’economia?

«La mancanza di una guida politica è un fatto gravissimo che purtroppo noi come Unindustria abbiamo vissuto sulla nostra pelle anche a livello regionale. Dalle dimissioni della Giunta Polverini nel settembre scorso sono passati sette mesi senza un governo regionale, e oggi si sta ripetendo lo stesso scenario anche su scala nazionale.

Il primo segnale di questa assenza è l’impossibilità di avviare delle politiche economiche anticicliche che, in una fase recessiva come questa, rilancino i consumi e la produzione. Il risultato è che l’Italia assomiglia oggi a una portaerei che naviga in un mare aperto e pieno di insidie, senza le armi per potersi difendere. E la perdurante assenza di un governo mette evidentemente un’ipoteca negativa sul futuro del Paese».

Quali sono le misure più urgenti che un nuovo governo dovrebbe adottare per far ripartire l’economia?

«Dovrebbe cominciare tutelando il settore manifatturiero e toccando tutte le leve a cui è legata la crescita, partendo dal costo dell’energia a quello del lavoro, al costo del denaro fino allo stato delle infrastrutture. Bisogna riformare le condizioni che determinano la competitività di un’impresa. Si tratta di interventi necessari che hanno un riflesso positivo non solo sulle imprese ma anche sulle spese delle famiglie».

Il pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione alle imprese sarà una misura efficace o avrà solo effetti parziali?

«Questo provvedimento è sbagliato sia nel metodo che nel merito. In primo luogo nel metodo perché prevede procedure sempre più complesse che rendono quasi impossibile per le imprese avviare le pratiche per riscuotere i loro crediti presso la Pubblica Amministrazione. In secondo luogo nel merito, perché le risorse messe a disposizione dal governo sono insufficienti e non fanno giustizia dello stato delle cose.

Il ritardo dei pagamenti della PA porta con sé un altro problema: la difficoltà delle imprese a pagare i loro fornitori privati. Quindi le criticità emergono anche nei rapporti tra privati dando il via a un effetto domino che tuttavia non deve e non può costituire un alibi per giustificare il declino del nostro Paese».

La sua azienda ha una forte presenza all’estero e lavora ormai da molti anni in Germania. Quali sono le difficoltà più significative delle aziende italiane rispetto ai competitor tedeschi e soprattutto gli elementi di forza del modello tedesco rispetto al nostro?

«Prima di tutto la certezza delle regole, un clima favorevole per fare impresa e un livello competitivo complessivo dal quale siamo lontani anni luce. Fare impresa in Germania significa sostenere costi più bassi e ottenere tutti i permessi per la cantierabilità di uno stabilimento in meno di 20 giorni.

Quando alla fine degli anni ‘90 mi proposero per la prima volta di aprire uno stabilimento in Germania, sembrava un’operazione in perdita. Le tasse erano più alte delle nostre e il mercato italiano più conveniente per un’attività imprenditoriale. Pochi anni dopo i tedeschi hanno abbattuto la tassazione sulle imprese e hanno rilanciato profondamente la competitività al punto che oggi quel rapporto si è completamente ribaltato in favore della Germania.

Purtroppo il nostro ritardo competitivo rispetto a loro non risulta solo dal mondo produttivo, ma da tutte le componenti dello Stato, partendo dalle istituzioni fino alle relazioni sindacali».

Negli ultimi semestri l’export è divenuto l’unica fonte di crescita per le aziende italiane. Tuttavia, recentemente anche questa voce ha cominciato a rallentare. Qual è lo stato oggi della capacità di vendita all’estero delle nostre aziende?

«L’export ad oggi è l’unica componente della domanda aggregata che ha trend positivi, ma prima o poi anche questo motore dello sviluppo sconterà pesantemente la scarsa competitività del Sistema Italia.

Ancora una volta la differenza la fa il made in Italy, la qualità e la bellezza delle nostre produzioni, ma tra poco neanche il privilegio dell’eccellenza sarà più sufficiente per competere con mercati produttivi sempre più capaci e attenti alla qualità. Il fattore prezzo diventa quindi essenziale e per assicurare un prezzo basso è necessario essere competitivi, pagare poco le materie prime, l’energia e avere una tassazione equilibrata. I segnali che questo sistema è destinato a sgretolarsi ci sono tutti. Guardiamo alla Slovacchia: 6 milioni di abitanti con 5 aziende produttrici di automobili. In Italia con oltre 60 milioni rimane solo la Fiat».

Si cresce quindi solo andando all’estero…

«L’internazionalizzazione deve essere sempre più la base della filosofia aziendale. Così è da sempre per il mio Gruppo dove ogni anno circa il 4% del fatturato viene investito in processi di ricerca, sviluppo ed innovazione. Solo in questo modo si presentano sul mercato prodotti unici e superiori alla concorrenza. Questa attitudine però non nasce dall’oggi al domani, te la puoi permettere perché imposti la tua azienda in un certo modo e anche perché hai una base di clienti che chiedono prodotti di questo genere.

Le componenti per vincere sui mercati internazionali sono quattro: la qualità del design, la qualità del manufatto, il livello del servizio e il prezzo. Basta che venga meno una di queste quattro e l’azienda non ha più chance nella sfida competitiva».

La fiscalità è sicuramente un altro punto centrale per la competitività delle imprese e per la gestione della forza lavoro. Anche qui, qual è il gap che ci divide dalle altre aziende straniere con cui siamo chiamati a competere?

«Ormai la parola profitto in Italia è più un fatto evocato che reale. Quando a un’impresa fai pagare dal reddito finale una imposta come l’Irap legata non ai risultati ma al numero dei dipendenti, crei automaticamente una distorsione sul mercato. Siamo l’unico Paese europeo in cui le imprese sono chiamate a pagare l’Irap, una tassa che penalizza le aziende sia nei rapporti con le banche sia nella scelta di assumere personale. Il problema comunque non è solo italiano: assistiamo alla definizione sempre più netta di un’Europa a due velocità, con un Nord più sviluppato e moderno e un Sud che fatica a superare la crisi. Pensiamo solo al problema del credito: le imprese italiane pagano il denaro in media con tre punti di interesse superiori rispetto a quelle scandinave o tedesche. E anche questo incide sulla competitività».

Il tessuto industriale di Roma e del Lazio sta vivendo un momento di crisi. Da cosa ricominciare o su cosa investire per far recuperare terreno all’economia regionale?

«C’è un disperato bisogno di pianificare lo sviluppo sul territorio. Bisogna individuare i settori su cui investire e decidere quali abbandonare. E visto che le risorse sono scarse, è necessario selezionare i progetti meritevoli verso i quali destinare tutti gli sforzi. A nostro avviso in questo quadro le strade da percorrere sono due: avviare politiche utili ad accrescere l’attrattività del territorio e aumentare i processi di integrazione delle imprese favorendo la nascita di reti sul territorio. Infine l’economia dei servizi fine a se stessa ha dimostrato di non essere sufficiente. È necessario irrobustire il settore manifatturiero e orientare i servizi, soprattutto quelli più avanzati, sullo sviluppo dell’industria e delle eccellenze».