Brunello Cucinelli lo compie dal 1978, data della fondazione dell’azienda, all’aprile del 2012 quando si completa l’operazione di quotazione in Borsa della prima azienda al mondo che ha inserito nel mercato il cashmere colorato.

In questo lasso di tempo il Gruppo è cresciuto, divenendo un simbolo del made in Italy, ma soprattutto del bello e di quei valori ispirati all’umanesimo sociale di cui l’imprenditore umbro si è fatto portatore fin dal principio della sua esperienza aziendale.

Il suo mercato è quello del lusso, una scelta che ha trasformato la Brunello Cucinelli spa in uno dei brand più esclusivi nella moda casual-chic a livello mondiale.

Guardando ai risultati finanziari si scopre che la crisi economica in alcun modo ha scalfito la scalata compiuta dal Gruppo nell’ultimo quinquennio. Nel 2009 i ricavi totali ammontavano a 158,1 milioni di euro, cresciuti a 203,5 milioni nel 2010 fino ai 242,6 milioni dell’ultimo bilancio chiuso nel 2011. In questo scenario, L’Italia rappresenta solo il 31% del business aziendale, mentre un altro 31% dipende dall’Europa, il 28% dal Nord America, il 4% dalla Cina e il 6% dal resto del mondo.

Tutto questo fino alla quotazione in Borsa dell’aprile scorso grazie alla quale l’azienda, come dice nell’intervista il suo fondatore, «attira nuovi capitali che ci consentono di rimanere contemporanei sul mercato facendo sempre nuovi investimenti, e richiamando l’attenzione di nuova forza lavoro».

Ha recentemente scelto per la sua azienda la strada della quotazione in Borsa e lo ha fatto in un momento finanziario non facilissimo. Che tipo di valore aggiunto avete ottenuto da questa operazione?

«Mi piace pensare che non siamo proprietari delle cose, ma “custodi” pro-tempore di queste; se si ragiona in questo ordine di idee, quanto ci circonda non finisce con noi ma può assumere una valenza di eternità. È per questo che abbiamo deciso di entrare in Borsa, per cercare di far vivere un po’ più a lungo la nostra realtà. Con l’entrata in Borsa oltre ad attirare nuovi capitali che ci consentono di rimanere contemporanei sul mercato facendo sempre nuovi investimenti, si attrae parallelamente anche l’attenzione di nuova forza lavoro: nuovi manager capaci di scoprire nuovi orizzonti e magari guidare la nostra azienda. Ho due figlie Camilla e Carolina che lavorano qui in azienda, ma dico sempre che un’azienda non si eredita; sono libere di scegliere se vorranno proseguire in questo cammino».

Lei ha riempito la sua azienda e i suoi prodotti di un forte contenuto artistico puntando molto sul concetto di bellezza. Questi valori vengono riconosciuti anche all’estero quando presenta il bello del made in Italy?

«Quando spesso mi trovo a viaggiare, devo dire che il ritorno che abbiamo dalle persone è stupefacente. Il made in italy in generale è percepito nel nostro settore come un vero status symbol; l’italia è ancora considerata uno dei Paesi più importanti per la diffusione del  concetto del “bel vestire”; la nostra artigianalità, il nostro saper fare è quello che rende il nostro prodotto desiderabile ed affascinante, soprattutto per quei nuovi Paesi come la Russia e la Cina che stanno scoprendo in questo momento il lusso e che hanno la capacità di acquisto per poterlo avere. La nostra Italia è ancora credibile, noi siamo credibili; il lavoro dell’Italia è credibile».

L’industria italiana ha una radicata ispirazione manifatturiera eppure nel mondo ci conoscono per le scarpe Tod’s o Geox, i maglioni Cucinelli, gli occhiali Luxottica o i vestiti di Armani. Dovremmo puntare di più sul gusto?

«Il mondo è affascinato dal nostro stile. Il vestire italiano è ancora uno status symbol. Il nostro prodotto è caratterizzato non solo da altissima qualità ed artigianalità. Ma speriamo anche da quella contemporaneità del gusto italiano che abbiamo fatto nostra. Mi piace pensare che i nostri prodotti siano unici poiché nascono dalla continua ricerca e innovazione, unite al culto della tradizione. Un lifestyle che racconta il modo italiano di vivere e di lavorare, la sua fierezza, tolleranza, dedizione, spiritualità e misticità. Una storia che affonda le sue radici nell’eredità del grande artigianato, porta con sé il profumo di antichi borghi e i saperi degli artigiani, l’arte e la cultura del nostro paese aperta allo spirito di rinnovamento, alla ricerca, alla creatività, alla contemporaneità. Per far questo servono mani sapienti ma anche il cuore di persone generose, orgogliose della propria origine e attaccate alla propria terra».

Si dice che il mercato del lusso, dei prodotti di altissima qualità non abbia risentito della crisi economica. È un postulato confermato dai fatti?

«Direi che più che il mondo del lusso in sé, sicuramente i prodotti ad altissimo contenuto di creatività, artigianalità hanno prospettive più solide sui mercati. In questo difficile momento economico, morale e civile, credo che noi stiamo in qualche maniera riprogettando l’umanità. Non è escluso che la crisi economica dei nostri giorni possa avere infine conseguenze benefiche. C’è qualcosa di straordinariamente attuale in sant’Agostino quando, rivolgendosi a Dio, dice: “O eccellentissimo, onnipotente Reggitore dell’universo, Tu che ci mandi il dolore come maestro”. Sono convinto, per l’Italia in particolare, che ci sia un sicuro avvenire se sapremo produrre beni di grande qualità, di grande artigianalità e di grande unicità, qualità queste che appartengono alla tradizione delle nostre genti».

Guardando al mondo, dove crede che ci sia la sensibilità maggiore per apprezzare i nostri prodotti e quindi dove guarda lei per continuare a crescere?

«È difficile secondo me misurare la sensibilità dell’animo umano, più semplice invece è capire quali siano i Paesi in questo momento che hanno maggiore capacità economica; penso ad esempio alla Grande Cina e alla Russia in cui mi è capitato di andare di recente. Oggi, in particolare i giovani, guardano con uno sguardo all’Occidente: vogliono vivere come noi, ma soprattutto vogliono vestire ed avere uno stile simile al nostro».

L’hanno definita un imprenditore umanista. Quanto conta oggi, di fronte ad una crisi che ha messo in mostra forse troppi esempi di un capitalismo rapace, rilanciare i valori e l’immagine di un’imprenditorialità sana che riconosce l’importanza del capitale umano?

«Ho sempre avuto un sogno: quello di ridare dignità economica e morale al lavoro e nella mia personale esperienza, anche nel confronto con investitori importantissimi con cui ci siamo incontrati in questo anno molto speciale, questo modello è stato sempre ben accolto. Come possiamo avere delle bellissime imprese con persone che guadagnano 980 euro? Come possiamo pensare di fare un prodotto di altissima qualità se per primi i nostri lavoratori non possono avere una vita un po’ più speciale? Il capitale umano deve essere necessariamente valorizzato perché è da lì che tutto ha origine, specie in un momento storico particolare come questo in cui il nostro Paese ha bisogno di risultare credibile».