Parola di Marco Gay, vicepresidente esecutivo (e azionista) di Digital Magics, un incubatore di progetti digitali che fornisce servizi di consulenza e accelerazione a start up e imprese, nonché una delle realtà nazionali più interessanti del settore, partecipata dalla Tip di Gianni Tamburi.

 

Lei è anche presidente nazionale dei giovani di Confindustria: la sensibilità di cui parla appartiene ancora solo ai giovani o anche ai meno giovani?

«Il fattore anagrafico conta, certo, ma il bello è proprio che ormai la consapevolezza della sfida dell’innovazione tecnologica è generale. Si sa che innovare digitalizzando occorre all’industria italiana per recuperare la competitività perduta in questi anni. Tutti gli investimenti fatti nell’innovazione aiuteranno le aziende a competere in modo qualitativamente migliore sui mercati mondiali, mantenendo però la propria capacità di essere made in Italy, cioè la loro identità. Naturalmente sarà essenziale riuscire a calare questa spinta innovativa in una strategia di lungo termine. E il piano di Industry 4.0 presentato dal precedente governo Renzi e dall’ex-ministro Calenda si inserisce molto bene in quest’ottica, la sfida raccolta è quella di accompagnare il made in Italy nel futuro, coniugando la forza del digitale con la capacità innovativa e creativa dell’imprenditoria italiana».

 

E voi di Digital Magic come vi inserite in questo quadro?

«Riteniamo di avere grandi opportunità, pur nelle oggettive incertezze che il quadro sistemico presenta. Certo, non siamo dimensionalmente grandissimi ma... non è il pesce più grande a poter intercettare meglio il cambiamento, è il pesce più veloce e più agile».

 

Ci riepiloghi la scheda tecnica di Digital Magic…

«È un incubatore certificato, quotato all’Aim dal 2013, partecipato da Tip (Tamburi Investment partners, ndr) insieme al quale abbiamo fatto a nostra volta un investimento in Talent Garden (Tg) per sviluppare la piattaforma Digital made in Italy, in modo da associare ai sistemi le sedi fisiche con Tg, che è oggi la più grande realtà di coworking in Europa. Quindi siamo a tutti gli effetti il più grande incubatore d’Italia e Tip è la prima investment bank indipendente in Italia che ha scelto di lavorare con noi in questo settore».

 

Ci spiega meglio come funziona la vostra piattaforma?

«Il nostro modello è quello di creare nuove imprese e farle crescere. E ci stiamo riuscendo. A fine 2015 stavamo incubando sei start-up che già fatturavano oltre 1 milione di euro, a fine 2016 ne abbiamo nove. Spicca il caso di Talent Garden perché abbiamo potuto varare un aumento di capitale da 12 milioni, di cui 6 cash e 6 di debito, grazie alla straordinaria bravura del loro management, ma anche al fatto che Digital Magics riesce ad affiancare e sostenere le nuove imprese che crescono con la loro stessa flessibilità e grazie anche alla credibilità di Tip come investitore istituzionale innovativo. Così, funziona la nostra piattaforma per il made in Italy digitale».

 

E l’Industry 4.0, di cui si parla tanto, cioè la capacità di innovare sia il settore manifatturiero che quello dei servizi inoculandovi l’intelligenza dell’Internet delle cose e dei big data?

«Siamo attrezzati per sfruttarla al meglio, in modo pratico e solido. Già nel 2015 abbiamo avviato i primi progetti di open innovation tra start-up e aziende, che nel frattempo sono cresciuti. In questo momento abbiamo ongoing 10 progetti di open innovation che hanno al centro il nostro core business, cioè fanno quel che c’è da fare in Italia, coniugare la tradizione manifatturiera con servizi digitali di alta qualità, trasferendo l’innovazione dalle start-up dentro le aziende tradizionali: è una gamba importante del business di Digital Marketing, che è anche nelle mie corde. Per me parlare con gli imprenditori, coglierne le necessità e costruire con loro percorsi di sviluppo è essenziale, ed è appassionante. Quando mi sono dedicato all’imprenditoria digitale, ho cercato di capire in che punto del ciclo produttivo potesse essere inserita l’innovazione digitale: ed è questo ciò che conta, per riuscire. Abbiamo un’amministratrice delegata bravissima, che si occupa delle industry, cioè Layla Pavone, con cui stiamo sviluppando i nostri progetti di open innovation».

 

In totale quante aziende seguite?

«Oggi abbiamo 62 start-up incubate, con un modello chiaro di incubazione che ha una durata di massimo 4 anni, con la determinazione, entro questo termine, di arrivare a delle exit positive o, se serve, a dei write-off, una prospettiva che rientra nel modello di sviluppo, l’innovazione vera contempla anche la possibilità di qualche insuccesso. Ci siamo anche territorialmente ramificati: ormai siamo a Bari, Palermo, Napoli, Roma, l’anno prossimo apriremo probabilmente a Torino, e avremo circa 100 aziende operative incubate. Insomma, vogliamo essere sempre più un business incubator, la nostra attività non si limita a fare finanza, investiamo lavoro, tempo, capacità di gestione, team».

 

Ma c’è anche una specializzazione settoriale, nel vostro gruppo, o la specializzazione risiede nel metodo?

«Il metodo è specialistico, indubbiamente, ma poi si declina con le specializzazioni settoriali. Per esempio, Gennaro Ascione, il nostro partner qualificato per l’health, segue da sempre l’innovazione nel settore della salute e quindi si dedica verticalmente ad esso. Stiamo mettendo a punto ulteriori specializzazioni nel retail, con l’e-commerce, e nella meccatronica, anche disposti a trovare partner».

 

Nell’insieme, siete ottimisti sulla vostra prospettiva di crescita?

«Sì, perché stiamo dimostrando al mercato che il modello funziona, pur se in ecosistema molto difficile, e ancora molto acerbo. Bisogna sviluppare le exit vincenti, e anche le semi-exit e portare le nostre start-up ad una crescita adeguata all’exit. È il nostro business, e ci stiamo lavorando intensamente».