L’imprenditore è impegnato nei settori innovativi dagli esordi in IBM fino alla costituzione del Gruppo AlmavivA, leader in Italia nell’information and communication technology e nei contact center. Il suo Gruppo oggi da lavoro a circa 24mila persone, è attivo in Italia ma forte anche di una componente internazionale radicata in Paesi come il Brasile, la Tunisia e recentemente anche la Cina.
La sua scommessa sono stati da sempre i servizi ad alto valore tecnologico, un settore che ha rappresentato anche come Presidente di Confindustria Servizi Innovativi. Oggi, guardando alla difficile situazione italiana, ripete che la strada da seguire passa per la riduzione dei costi improduttivi, senza però toccare gli investimenti, la vera leva che permette ancora alle imprese di crescere.
Il settore produttivo italiano ha una forte componente manifatturiera, ma anche un’anima ben radicata nei servizi. Il suo Gruppo è leader nei servizi legati all’innovazione tecnologica e in quelli di Crm. Qual è stato l’impatto della crisi su questi settori?
«L’attività dei servizi tecnologici e dell’information and communication technology generalmente non segue gli andamenti economici di un Paese, ma arriva rispetto a questi in ritardo o in anticipo. Nel caso italiano, ad esempio, molti grandi progetti e i relativi investimenti erano già stati lanciati quando è arrivata la crisi e la loro realizzazione è andata avanti anche in questi anni. Adesso, terminati quei progetti di largo respiro senza che siano stati sostituiti da nuove iniziative su scala nazionale, cominciamo ad avvertire il rallentamento del mercato.

Ma il rischio maggiore di questo stop, oltre al degenerato stato di salute delle imprese del settore, riguarda in generale la mancata modernizzazione del Sistema Paese e delle sue forze produttive. Quando si fermano i processi innovativi, automaticamente le imprese che ne avrebbero beneficiato diventano meno efficienti e meno competitive sui mercati internazionali. Un vero imprenditore, quindi, in questa fase recessiva e di massima attenzione alle spese, dovrebbe ridurre i costi improduttivi ma non quegli investimenti che permettono all’azienda di continuare a crescere.
Questo processo purtroppo negli ultimi mesi si è fermato e l’industria dei servizi IT, dopo anni di crescita a doppia cifra, registra quest’anno una flessione che si aggira intorno all’8-10%.
A questo proposito mi auguro che i progetti inseriti nell’Agenda Digitale presentata dal Governo aiutino il settore a ripartire. È ovvio che per la maggior parte delle PMI, impegnate nel manifatturiero e preoccupate di non arrivare al mese prossimo, l’ipotesi di investire in nuove tecnologie si fa più remota. Ma voglio anche dire che ci sono tantissime piccole e medie imprese che invece riconoscono il valore dell’ìnnovazione e studiano continuamente come ottimizzare i loro prodotti e il loro business».
AlmavivA è molto attiva anche all’estero, ma l’azienda è stata forse l’unica in Italia a negare da statuto qualsiasi genere di delocalizzazione. Cosa significa e perché avete fatto questa scelta?
«La filosofia è semplice: siamo all’estero non per portare in Italia prodotti a basso costo, ma per realizzare attività destinate esclusivamente all’estero. Le nostre sono attività cosiddette brain intensive, dove la componente umana è la base dei prodotti che vendiamo. Quando apriamo una sede in un nuovo Paese prendiamo dal territorio mentalità, cultura, formazione ed educazione della forza lavoro che troviamo lì e la sfruttiamo per sviluppare sistemi informativi che sono la base della nostra attività.
Sarebbe assurdo, per esempio, se pensassimo di produrre in Cina un software da vendere al Ministero dei Beni Culturali italiano. Il nostro compito è fare abiti su misura ad altissimo valore tecnologico, ideati e realizzati per il mercato dove vengono prodotti. Un abito su misura che, non va dimenticato, ha alla base il know-how, il talento e l’esperienza italiana dove rimane il cuore e il cervello del nostro Gruppo».
Siete molto forti sul mercato brasiliano e state crescendo anche in altri Paesi. Quando inaugurate un nuovo business all’estero avvertite una vitalità differente rispetto a quello che si respira oggi in Italia?
«Il Brasile ad esempio è un Paese economicamente eccezionale. Mi ricorda l’Italia degli anni 60, quando io cominciai a lavorare. Si respira una voglia di fare, di collaborare che va oltre la collaborazione sterile. Oggi in Brasile pubblico e privato, banche e imprenditori, lavorano insieme per lo sviluppo di tutti.
Per dare l’idea del grado di vitalità di questa economia, la nostra azienda occupa sul territorio brasiliano circa 12mila persone e ogni anno 10mila di queste cambiano lavoro. Eppure questo non è un caso o un segno di insofferenza, ma una prassi in un Paese dove la gente si muove, cambia casa, cerca nuove opportunità, in una parola è estremamente dinamica».
Lei si è battuto in Confindustria sul ritardo dei pagamenti da parte della PA. Ritiene realistica l’applicazione della direttiva europea che impone il pagamento entro 30 giorni?
«A questo proposito guardiamo con favore al decreto legislativo presentato dal Governo che dovrebbe recepire finalmente la direttiva europea. Nel merito non è ancora chiaro se la legge valga per tutti i crediti verso la PA oppure se siano esclusi quelli precedenti all’approvazione del decreto. In quest’ultimo caso la soluzione scelta rappresenterebbe comunque un danno gravissimo per imprese come la nostra. AlmavivA ha in piedi contratti con la Pubblica Amministrazione di durata anche quinquennale. Questo significa che se il contratto è stato siglato anche un giorno prima dall’entrata in vigore del nuovo regolamento, non avremo niente da pretendere per i prossimi anni e fino alla stipula di un nuovo contratto.
In generale comunque il problema è gravissimo e lo è per tutte le imprese. Pagamenti ritardati significa un’esposizione obbligata nei confronti delle banche e quindi il versamento di tassi di interesse passivi elevatissimi. Non è più accettabile che gli utili di fine anno, invece di essere reinvestiti per la crescita e lo sviluppo, debbano essere utilizzati per pagare gli interessi passivi sul debito».

Venuti meno i grandi campioni dell’innovazione made in Italy come lo fu la Olivetti degli anni d’oro, non rischiamo oggi di divenire dei semplici fornitori di servizi a basso contenuto tecnologico? Un trend che viene peraltro costantemente confermato dal confronto con gli altri Paesi sviluppati sugli investimenti in ricerca e sviluppo.
«Il rischio c’è ma la capacità imprenditoriale italiana è tale da imporre un esercizio di ottimismo nei confronti del futuro. Molto spesso si fa l’errore di considerare innovazione solo quello che avviene in laboratorio, ma non è così. Anche un prodotto mai visto sul mercato è un’innovazione; anche una campagna di marketing aggressiva e vincente è un’innovazione. Tutto questo non rientra nelle statistiche che vengono stilate sugli investimenti in ricerca e sviluppo, ma ne rappresenta una componente importante. Qualsiasi imprenditore italiano che deve pensare come far crescere la sua azienda, fa un’attività di ricerca continua. E guardando al futuro io credo che i nostri imprenditori siano in grado di continuare a innovare. Anche perché altrimenti non ci sarebbe più futuro».
La competizione internazionale e la crisi di tante aziende italiane ha dimostrato che l’innovazione non dovrebbe essere un’aspirazione stagionale, ma un modo di essere scritto nel DNA aziendale. Cosa significa per lei innovare?
«Innovare significa trasformare una visione in un prodotto. E poi trasformare il prodotto in un bene o in un servizio di successo. I grandi casi di Microsoft o di Apple hanno dimostrato che non basta solo creare il prodotto, ma anche creare nella gente il bisogno del prodotto con una vincente strategia di marketing. Ovviamente parliamo di altissimi livelli, ma questo approccio andrebbe replicato su tutte le attività produttive. Immaginare il futuro, metabolizzarlo e trasformarlo in un prodotto ambito è il cuore dell’innovazione e l’obiettivo di qualsiasi imprenditore».