È una realtà che vanta 46 anni di vita e che, in un territorio difficile come quello del Sud d’Italia, si è dimostrata negli anni una sfida imprenditoriale vincente. È questo e anche molto di più la Casa Editrice Rubbettino il cui nome è spesso associato alle idee di liberalismo e alla saggistica, ma che ha un’offerta in grado di soddisfare tutti i gusti dei lettori. Nata come tipografia con annessa una piccola casa editrice, oggi Rubbettino Editore propone 300 novità l’anno e un catalogo di circa 3.000 volumi. Edita per l’80% saggistica e per il restante 20% narrativa e altro. È un’impresa che crea economia sul territorio perché tra addetti diretti e indotto si superano le 100 persone in un piccolo centro di 3mila abitanti della Calabria interna. Per la tipologia di lavoro, inoltre, si avvale di una fitta rete di professionisti, partner, progettisti, redattori sparsi su tutto il territorio nazionale. Sono tante anche le collaborazioni editoriali con una serie di istituzioni, fondazioni, istituti di ricerca, centri studi – tra cui il Senato della Repubblica e dal Dipartimento della Funzione Pubblica della Presidenza del Consiglio – che hanno bisogno di dare un esito editoriale ai loro prodotti e hanno bisogno di un editore che li aiuti anche a diffonderli.

Nata a Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro, dall’intuito e dalla dedizione di Rosario Rubbettino, oggi l’azienda è guidata dai figli Marco e Florindo, e proprio quest’ultimo (presidente della Rubbettino Editore e della Rubbettino Industrie Grafiche) ci ha raccontato l’evoluzione dell’azienda in questi tempi difficili per l’editoria dove la parola d’ordine per fare impresa è, ancora una volta, innovazione.

 

Cosa è rimasto uguale al pensiero imprenditoriale di suo padre e cosa invece è cambiato?

«Un’azienda cambia quotidianamente e guai se non fosse così. In questo decennio le cose che sono cambiate sono moltissime, ma sono rimasti immutati i fondamentali, ovvero un rapporto forte con il territorio, la propensione all’innovazione e al cambiamento. Innovare non solo nella tecnologia, ma nel nostro campo significa scovare e cercare nuove idee, nuovi fermenti che vivono nella società per dare loro asilo. È rimasta ferma tra i fondamentali la responsabilità sociale d’impresa. La Rubbettino è sempre stata un’azienda molto attenta ai valori della legalità, del rispetto ambientale, ai progetti sociali, alla condanna dei fenomeni criminali. È rimasta ferma anche la vocazione originaria di legare il materiale con l’immateriale perché oltre ad essere una casa editrice e a lavorare con le idee e con la cultura, al contempo siamo una solida realtà imprenditoriale e industriale perché i libri li facciamo materialmente. Siamo nati con questa duplice funzione e continuiamo a farlo nei campi contigui come il settore del packaging. Per innovazione intendiamo anche la volontà di ripensare l’oggetto libro nel design, nella qualità e nei materiali perché siamo convinti che il libro abbia un grande futuro, non solo come vettore di idee ma anche come oggetto esso stesso”.



 

Cosa significa essere un’azienda familiare oggi nel nostro Paese? E cosa significa esserlo nel Mezzogiorno d’Italia e in un settore merceologico che ha delle difficoltà?

«La forza del tessuto produttivo italiano dipende moltissimo da questo caleidoscopio di saperi, capacità e anche di storie identitarie, quindi le aziende familiari secondo me hanno una marcia in più, in un Paese come l’Italia, che è competitivo proprio perché è capace di incorporare nei propri prodotti il valore immateriale che quelle storie produttive si portano dietro. Il Mezzogiorno è chiaramente un territorio dove fare impresa non è semplice però al contempo è una riserva sterminata di possibilità, proprio perché c’è tanto da fare e ci sono tanti asset da mettere a sistema e perché ha un valore identitario fortissimo che, in una società globalizzata, riemerge come fattore di competitività. L’editoria è cambiata molto negli ultimi dieci anni, quello che però non è cambiato è il valore dei contenuti, anzi si è molto rafforzata la necessità di avere contenuti affidabili, di qualità e selezionati. Il ruolo dell’editore dovrebbe essere oggi proprio questo e, paradossalmente, nel momento in cui tale ruolo sembrava messo in discussione da tutta una serie di fenomeni indotti dalla rivoluzione tecnologica, sta riemergendo con forza. Questa è la nuova sfida».

 

Il Gruppo Rubbettino vanta anche collaborazioni con altre realtà della regione come Calabria Letteraria e Città Calabria Edizioni. Questo vuol dire che la scena culturale del territorio è vivace e attiva?

«Abbiamo un profilo di editore nazionale, ma riteniamo sia un nostro dovere civico e civile quello di raccontare la Calabria, che è una Regione complicata, e che viene spesso descritta da sguardi esterni, quindi non privi di pregiudizi. La Calabria ha bisogno di essere raccontata in primis dai calabresi e da chi la conosce bene, per cui diamo grande spazio alle voci di narratori, di studiosi, di storici e di artisti che provano a raccontare questo territorio che è fertile e vivace».

 

Il Rapporto sullo stato dell’editoria italiana, a cura dell’Ufficio Studi dell’Associazione Italiana Editori descrive un settore in ripresa, anche se con numeri ancora lontani rispetto ai livelli pre-crisi. Lei conferma questa tendenza anche per il primo semestre del 2018?

«L’intero comparto editoriale ha avuto un decennio molto complicato. Da due o tre anni a questa parte si evidenzia questa ripresa che si conferma anche nel 2018, quindi la sensazione è che si stia tornando ad un’attenzione verso il libro. Vedo con interesse anche i dati sulla lettura. Le fasce più giovani danno segnali positivi anche se al contempo non si può non registrare un segnale molto negativo che è il basso indice di lettura delle élite: il 39% dei professionisti, dirigenti, classe dirigente italiana non legge alcun libro nel corso di un anno e il 25% dei laureati lo stesso. Questi sono dati su cui riflettere perché è chiaro che se si riuscisse a incrementare il tasso di lettura di questa classe dirigente, che ha anche un potere di spesa maggiore rispetto ad altre, non solo si risolverebbe il problema della lettura e dell’editoria, ma soprattutto si risolverebbe anche il problema più ampio che è quello del livello qualitativo e culturale che chiaramente si rifletterebbe positivamente su tutto il Paese».

 

Lo stesso Rapporto evidenzia la crescita dell’online, il calo della grande distribuzione e una tenuta delle librerie. Purtroppo il vero problema della nostra editoria è il calo progressivo dei lettori. Cosa ne pensa?

«L’online ovviamente cresce perché ha una serie di vantaggi competitivi rispetto alle librerie fisiche che possono resistere se si ripensano come luoghi di esperienza di incontro con il libro materiale, esperienze che l’online non può garantire. Quello che crolla è la grande distribuzione, ma perché è crollato il concetto stesso di best seller. E il problema torna quindi alla lettura».

 

In questo contesto la scelta che da sempre caratterizza la Casa Editrice Rubbettino, ovvero quella di proporre temi legati al liberalismo, è ancora vincente?

«Direi di sì. È il tratto identitario della nostra casa editrice. Noi abbiamo sempre ritenuto che in Italia ci fosse una scarsa attenzione a quella cultura politica in senso largo che vede nella libertà lo strumento migliore per costruire un paese civile. Abbiamo investito in questo e abbiamo portato in Italia le idee dei grandi classici del liberalismo italiano e straniero, abbiamo valorizzato le voci del liberalismo italiano e abbiamo pubblicato, e continuiamo a farlo, tutta una serie di titoli che studiano gli effetti di politiche di maggior apertura e maggiore libertà sulla crescita e sul benessere dei territori. Devo dire che a distanza di molti anni ci accorgiamo di aver fatto un grande lavoro perché abbiamo un pubblico fidelizzato. Abbiamo inoltre un network di studiosi, autori e ricercatori di primissimo livello che probabilmente, senza Rubbettino, avrebbero trovato maggiori difficoltà a far sentire le loro voci».

 

Proponete il vostro catalogo anche all’estero?

«Nel nostro catalogo abbiamo tantissimi libri italiani tradotti in tanti Paesi, anche inconsueti come la Cina o in Medio Oriente. Li proponiamo e riusciamo anche a venderli con una risposta positiva. Ovviamente sono libri con una forte impronta italiana o degli unicum a livello internazionale come, tanti testi sul liberalismo che abbiamo pubblicato».

 

Quest’anno una delle tracce del tema di Maturità proponeva un focus di Alfredo Canavero su De Gasperi e Moro. Forse non tutti sanno che il volume da cui è tratto questo brano è del vostro catalogo. Cosa ha pensato quando lo ha visto?

«Un editore fa questo mestiere non solo per ragioni imprenditoriali ma perché vuole dare il suo contributo alla conoscenza e all’avanzamento della cultura. È una grande soddisfazione perché in queste occasioni capisci di avere una grande responsabilità perché dalla selezione dei titoli puoi determinare e influenzare la comprensione della storia, dei fatti e delle prospettive. Soprattutto quando ciò arriva a quella fascia di studenti che stanno per conseguire il diploma e che stanno affrontando la prima grande prova delle dinamiche della società».

 

Il digitale sta indebolendo l’editoria o, secondo lei, è un’onda che deve essere cavalcata per essere vincenti sul mercato?

«Credo che il digitale sia una grande opportunità per l’industria editoriale e per quella di contenuti. Per me ha tantissimi pregi e al contempo qualche criticità che va semplicemente gestita e risolta. Il digitale aumenta l’offerta e consente un accesso facilitato perché ogni libro è a portata di click. Inoltre abbiamo un ciclo di vita dei libri che si è allungato; nelle librerie i libri entravano e dopo un po’ dovevano lasciar posto alle novità per ovvi problemi di fisicità. Inoltre c’è la possibilità di far incontrare lettore e libro in maniera semplicissima attraverso il web, cosa che prima non era possibile. È chiaro che tutta questa sovrabbondanza provoca un rumore di fondo, e favorisce la presenza di libri con qualità varia. Sono però convinto che, a prescindere dal digitale, il libro continuerà ad avere un suo futuro perché è un oggetto meraviglioso che non può essere replicato dal digitale e che se noi italiani che siamo bravissimi nel costruire oggetti belli che fanno innamorare il mondo applichiamo anche ai libri, come già in parte facciamo, questa nostra competenza, daremo al libro ancora una vita lunghissima».