«Quello che fa davvero rabbia è avere la certezza che l’Italia ha un potenziale economico enormemente più alto di quello che riesce a esprimere». Riccardo Illy, classe 1955, è stato presidente della Regione Friuli, sindaco di Trieste, deputato indipendente eletto nelle file dell’Ulivo, anche giornalista come non manca di ricordare con un pizzico di orgoglio («ho la tessera dal 1987»), ma non ha mai perso i contatti con l’azienda di famiglia. Oggi condivide con il fratello Andrea, di nove anni più giovane, la gestione del gruppo fondato nel 1933 dal nonno Francesco a Trieste. Un gruppo da 500 milioni di fatturato, sinonimo di gusto del buon caffè italiano in 145 Paesi, che si è diversificato dapprima nelle macchine per la preparazione, nelle tazzine d’autore e negli accessori, e in tempi recenti in ulteriori campi con una serie di acquisizioni importanti. «Abbiamo rilevato negli ultimi dieci anni il produttore di cioccolato Domori, la casa di tè francese Dammann Frères, l’azienda vinicola Mastrojanni di Montalcino, e per tutte abbiamo curato l’espansione su mercati più ampi e l’integrazione nella nostra “famiglia”», racconta Illy.

Riccardo Illy

Allora, torniamo all’Italia. Quali sono i fattori che secondo lei ostacolano il vero dispiegamento del potenziale?

«Direi innanzitutto la qualità delle risorse umane. Dispiace dirlo, e non è certo implicita in questa mia affermazione alcuna valutazione di merito sulla qualità delle persone, ma sta di fatto che l’Italia ha la metà dei laureati nella fascia dei giovani rispetto alla media dei paesi sviluppati, e un terzo della Corea del Sud. Il difetto è all’origine: lo stato italiano spende in educazione circa la metà di quello che spendono in media, come rapporto sul Pil, i paesi europei. I risultati si vedono nei deludenti risultati dei cosiddetti test Pisa, che riservano anche un’altra e forse ancora più allarmante sorpresa: il divario fra le scuole del nord e quelle del mezzogiorno, che fino a qualche anno fa era quasi impercettibile, sta purtroppo allargandosi. Fin qui l’educazione. Ma un altro fattore frenante è la burocrazia, che è soffocante, pletorica, antiquata, contraddittoria».

Ma quanti anni sono che sentiamo questi allarmi? Possibile che non si riesca a risolvere questa pastoia?

«Ora il governo ha varato l’ennesimo decreto-semplificazione, staremo a vedere. Di certo le esperienze sono devastanti. Ma lo sa che quando ero sindaco per fare il raccordo fra l’aeroporto di Trieste e il sistema autostradale, sei chilometri di “bretella” in tutto, ci sono voluti dieci, ripeto dieci, anni di trafile burocratiche interminabili, da un ufficio all’altro e poi indietro e via dicendo?»

E per curiosità quanto ci è voluto poi a costruirla?

«Cinque anni. Per fare i 500 chilometri di autostrada del Sole c’era voluto meno, ma lasciamo perdere, diciamo che erano altri tempi. Quello che è davvero incredibile sono i dieci anni di preparazione».

Com’è fare impresa in queste condizioni?

«Beh, dire difficile è poco. Mi permetta di aggiungere che è più difficile fare “grande” impresa che “piccola” perché esiste ancora una serie di agevolazioni per i piccoli imprenditori, soprattutto di natura fiscale ma non solo, difficilmente spiegabili. Per fortuna è stato abolito dal Jobs act l’articolo 18 che come ricorderà non si applicava ai piccoli imprenditori e che ha costituito un freno imperdonabile allo sviluppo e alla crescita del sistema imprenditoriale italiano appunto perché i piccoli industriali non volevano ricadere sotto il “maglio” dell’impossibilità di licenziare».

Non potrà negare però che la piccola impresa ha costituito il cuore pulsante del miracolo economico italiano…

«E chi lo nega? Solo che i tempi sono totalmente cambiati. Per decenni ci siamo sentiti ripetere che “piccolo è bello” solo perché era in auge il modello che Claudio Demattè battezzò “famiglia ricca, impresa povera”, basato sul possesso di titoli pubblici (per lunghi anni esentasse) che l'imprenditore depositava in banca a garanzia dei presiti erogati all'impresa, la quale pagando molti interessi faceva pochi utili e pagava poche imposte. Oggi le cose sono cambiate anche perché si è visto che così la crescita della produttività era bloccata: la recessione a W del 2008/2013 ha spazzato via più di un quarto delle imprese e quelle rimaste sono le più forti e sono anche cresciute dimensionalmente, avendo assorbito i fatturati di quelle sparite. Il motto è diventato “crescere è bello” e per crescere, considerato il basso dinamismo dei consumi interni, gli imprenditori finalmente vanno all'estero, competendo con concorrenti globali. Migliorare l'efficienza diventa quindi una necessità irrinunciabile: questo spiega l'attenzione al tema delle infrastrutture, che però viene sacrificato dalle scelte dell’attuale governo quando gli investimenti pubblici costituirebbero un traino formidabile a quelli privati, ma anche la sensibilità per la semplificazione normativa in generale e in particolare per quella sul lavoro. Oltreché per l'educazione dei giovani di cui parlavo prima, per la ricerca e per il costo del capitale».

Insomma, lentamente e magari con qualche contraddizione il paese si sta evolvendo o no?

«Direi nel complesso di sì, però manca il colpo d’ala decisivo. Sul piano fiscale di cui parlavo manca ancora un incentivo a capitalizzare di più le imprese, quando è provato che l’eccessiva dipendenza dai finanziamenti bancari, oltretutto sempre più centellinati per i vincoli patrimoniali delle banche, è un fattore frenante. Sulla burocrazia c’è ancora molto da fare, così come il ritardo sulle infrastrutture sta diventando penalizzate. Infine, non posso non aggiungere che in Italia, almeno in molte regioni, c’è ancora una criminalità organizzata che di fatto taglia le gambe allo sviluppo imprenditoriale e agli investimenti, figuriamoci quelli stranieri. Solo quando si sarà estirpata questa mala pianta potremo davvero imboccare la via di uno sviluppo armonico e deciso».