Ha rilevato la Doxa, società di riferimento nelle ricerche e nelle analisi di mercato. Guida la holding Alchimia, che racchiude le variegate attività del suo gruppo ed è inserita da Mediobanca tra le prime 220 holding di partecipazione italiane. È Marina Salamon, imprenditrice a tutto tondo, protagonista di numerose sfide che ha ridisegnato il ruolo di donna nel mondo del business.

«Nell’attività imprenditoriale – spiega – ci vuole sempre l’umiltà di mettersi a studiare. Solo in questo modo per me è stato possibile spaziare su più settori e su più mercati. All’inizio della mia carriera, ad esempio, non avrei mai immaginato di uscire dall’abbigliamento. Ma la vita è fatta di incontri umani e scelte di cuore. Quando ho comprato Doxa, nel ’91, avevo poco più di 30 anni e venivo già da un’esperienza di successo nel mondo dell’abbigliamento.

È stato quasi un salto nel buio che in parte si è ripetuto a cavallo tra il 2006 e il 2007. In quell’anno qualche multinazionale sembrava interessata ad acquistare l’azienda, ma io non amo vendere la vita della gente. Così invece di vendere ho deciso di reinvestire sul nostro Gruppo e fare il contrario di quello che fanno molte grandi aziende che licenziano e spostano i cervelli altrove».

Cosa è accaduto dopo questa scelta?

«Un anno dopo è scoppiata la crisi mondiale e la sfida è divenuta ancora più difficile. Ma proprio nel momento più duro abbiamo confermato la nostra decisione e, più che mai, ci siamo affidati a persone competenti. Io non agisco mai da sola, generalmente i manager sono anche soci nelle mie aziende perché sono convita che debbano partecipare ai destini dell’impresa. Con il senno di poi, guardando al 2007 e a quella scelta, giudico la strada intrapresa molto positiva, ma questo non per merito mio ma per l’apporto decisivo di tutta la mia squadra».

I risultati si vedono anche a livello economico?

«Assolutamente si. Nonostante la crisi economica dal 2007 ad oggi il fatturato di Doxa è raddoppiato e anche negli ultimi anni l’azienda ha continuato a crescere».

Le sue attività sono numerose. Come fa a conciliarle tutte, anche fisicamente?

«Cerco di essere ovunque e di far sentire la mia presenza e il mio supporto. Passo uno o due giorni la settimana in ogni luogo dove abbiamo un’azienda. Ad esempio, nel corso di una settimana tipo, sono un giorno a Treviso e due giorni a Milano. In ogni ufficio però non ho stanze né scrivanie. Mi porto sempre il mio computer portatile, uso le sale riunioni e mi sono fatta riservare giusto uno scaffale in un armadio».

Questo per essere sempre vicina alla sua squadra?

«Ogni volta che visito un’azienda incontro due, tre persone chiave. Manager con i quali mi devo confrontare, anche umanamente, e decidere insieme le strategie migliori per continuare a crescere nel difficile panorama della competizione internazionale. Difficilmente entro nell’operatività delle scelte, questo lo lascio a loro. Io mi limito alla strategia e a far sentire la mia presenza».

Nel suo passato annovera anche un’esperienza politica, come assessore di Venezia in una giunta Cacciari?

«È stata durissima, ma l’ho fatto con la filosofia del civil servant, del mettersi a disposizione della collettività. Erano i primi anni ’90 e con la prima giunta Cacciari volevamo cambiare la città. Non è stato facile perché ho visto che in politica non potevo essere utile alla società come lo ero nel business. Ma questo non mi ha impedito di continuare a dare il mio contributo per le cause in cui credo. Ad esempio, per dieci anni sono stata consigliere delegato del WWF, impegnandomi anche lì nel controllo dei conti e delle spese».

Torniamo alle origini imprenditoriali. Cos’è per lei Altana?

«Altana rimarrà per sempre il mio primo lavoro e la mia prima grande esperienza. Anche in questo caso posso dire di aver raggiunto tutti gli obiettivi sperati con l’aiuto e il supporto della mia socia di minoranza Barbara Donadon. Con il contributo di entrambe Altana è divenuta un’azienda leader in Europa nell’abbigliamento di lusso per bambini».

In che modo ha raggiunto il successo?

«Facendo una scelta di nicchia. Se guardi al mass market devi avere una catena distributiva globale. Noi non l’avevamo e allora abbiamo preferito proporre al mercato beni di altissima qualità. E questa scelta ha pagato».

Quanto conta il mercato estero nel vostro business?

«Puntare al mercato alto è servito anche per assicurarsi ampie fette di mercati nei vari Paesi. Per noi lavorare con l’estero è fondamentale, perché purtroppo la domanda in Italia è stagnante e le opportunità di crescita sono minime. Invece Asia, Middle East, Russia e anche un po’ di Stati Uniti sono tutt’oggi il traino delle nostre esportazioni e contribuiscono a far crescere il nostro business».

Come vede oggi la situazione del nostro Paese?

«Non voglio essere totalmente pessimista. Direi che ci troviamo di fronte ad una realtà a macchia di leopardo, con tante aziende che ce la fanno e altre che stentano. Come principio, penso che non bisogna aver paura di crescere. Basta guardare come è cambiato il mercato assicurativo negli ultimi anni e come si è modernizzato. Questo per dire che la dimensione locale non ce la può fare. Bisogna pensare in grande».

Può aiutare in questo l’arrivo delle multinazionali straniere, che si dicono pronte a investire in Italia?

«Ben vengano le multinazionali, purché la loro azione sia sempre ispirata al rispetto dell’etica lavorativa. Un’azienda sana fa sempre bene a un tessuto produttivo e contribuisce a rilanciare lo sviluppo. In questo dobbiamo essere più aperti al cambiamento».

Guardando ai prossimi mesi, si sente ottimista?

«Ancora una volta direi che vedo alcune realtà che stanno uscendo dalla crisi e altre che sembrano impantanate nel guado. In generale, dal mio osservatorio sembra che le imprese medio-grandi abbiamo maggiore facilità superare i problemi economici e a competere sui mercati internazionali. I piccoli, al contrario, faticano ancora molto».

A questo proposito prevede di crescere ancora nel breve periodo?

«Stiamo chiudendo un’importante operazione finanziaria attraverso la quale acquistiamo il 51% di una bellissima azienda di abbigliamento che, oltre alla linea bambino, ha anche la linea uomo. Si tratta di un marchio di qualità del made in Italy che, secondo le stime, dovrebbe crescere del 50% nei prossimi due anni. Noi entriamo in società con il proprietario anche per dare il nostro supporto finanziario».

Ci può dire di quale azienda si tratta?

«È ancora top secret perché l’operazione è nelle fasi finali, ma lo leggerete presto sui giornali».

 

Chi è Marina Salamon

 

Marina Salamon nasce nel 1958. Si laurea a Venezia e nel 1982 fonda un’azienda con Luciano Benetton che produce camicie di seta. Pochi anni dopo rileva al 49% la Replay Jeans. Rimane nel settore dell’abbigliamento e nel 1992 fonda Altana, oggi la maggiore azienda italiana di abbigliamento per bambini nel segmento del lusso. Forte della crescita raggiunta dalle sue società, nel 1991 acquista Doxa dopo che suo padre Ennio ha diretto l’azienda dal 1956 insieme al suo fondatore Pierpaolo Luzzatto Fegiz.

La holding Alchimia, da lei fondata e controllata al 100%, è inoltre il secondo azionista di Banca Ifis, controllata da Sebastian Von Furstenberg e quotata in Borsa, e nel 2006 entra nel business degli impianti fotovoltaici innovativi partecipando con una quota significativa alla fondazione dell’azienda Arendi, controllata da Emma Marcegaglia.