inizialmente nelle risorse umane e poi sulla poltrona di Presidente di tutto il Gruppo Peuterey, l’azienda con il nome di una cima del Monte Bianco che – dalla sede principale di Altopascio in provincia di Luccaproduce e vende milioni di capi d’abbigliamento nel mondo. Una figura poliedrica quella di Francesca Lusini, che ha rielaborato tutte queste esperienze da quando, nel 2011, ha assunto la carica di Presidente. «Il giornalismo, anche se è stata una breve esperienza vissuta mentre studiavo all’università – spiega – rispecchia quelle caratteristiche di curiosità e voglia di approfondimento che sono un po’ caratteristiche mie personali e che mi porto dietro nel mio lavoro attuale. Altrettanto mi è servita la laurea in giurisprudenza, e di fatto il mio essere avvocato. Prima di tutto per l’approccio mentale che è del tutto logico e nella moda avere un approccio di questo tipo è abbastanza inconsueto, ma è necessario perché le aziende di questo settore non sono legate soltanto all’immagine e alla comunicazione, ma sono aziende a tutto tondo».

Oltre ad essere un’imprenditrice di successo, Francesca Lusini è una moglie e una mamma.

 

Si può dire che anche la sua vision aziendale abbia un approccio femminile?

«Direi di sì. Questa era un’azienda molto maschile da tutti i punti di vista e oggi un approccio femminile si nota, non tanto perché siano state assunte più donne che uomini, quanto per un discorso culturale. Più che parlare di parità infatti, che comunque è importante, preferisco parlare di meritocrazia, vale a dire che va avanti chi è più bravo a prescindere dal genere e questo è l’aspetto nuovo della nostra cultura aziendale. Poi è vero, e lo dico da donna, che per essere dichiarate brave abbiamo bisogno di dimostrare di più, ma questa purtroppo è una questione culturale, non riguarda solo la nostra azienda».

 

E anche l’attenzione nei confronti del personale si può leggere in quest’ottica? C’è infatti nella vostra azienda una particolare tutela per la figura femminile, anche come lavoratrice.

«Esatto. Oltre all’apertura di un asilo nido aziendale abbiamo attuato un criterio di flessibilità per i genitori di bambini da 0 a 6 anni. Il provvedimento riguarda sia mamme che papà, però è chiaro che ad usufruirne sono maggiormente le donne, anche se abbiamo in azienda un papà che ne ha beneficiato».

 

Il 2016 è finito. Ci può fare un bilancio di questi dodici mesi?

«Sono francamente molto soddisfatta di questi dodici mesi. Nel senso che, nonostante il periodo non facile e molto impegnativo che abbiamo vissuto, abbiamo raggiunto degli ottimi risultati. Il brand, nel 2016, ha compiuto 14 anni ed è un’età importante, paragonabile all’adolescenza (ride ndr). È quindi un periodo impegnativo e difficile, però anche un momento carico di forza e di vitalità da vivere guardando al futuro per capire cosa si vuole fare da grandi. Ho vissuto questi dodici mesi con una squadra unita che è riuscita a rimanere ottimista e coesa anche nei momenti di difficoltà del mercato con tanto impegno e passione, qualità che non devono mai mancare».

 

E per il marzo prossimo, la chiusura dell’anno fiscale, quali sono le vostre previsioni?

«Circa 70 milioni di euro».

 

Nei momenti di difficoltà molti decidono di ricorrere a capitali stranieri e nel settore della moda questo è accaduto in più di un caso. Voi ci avete mai pensato?

«Non nego che ci sono stati dei periodi in cui effettivamente questo Paese e questo sistema non hanno aiutato, ma ci sentiamo fortemente italiani e anche fortemente toscani e questo non lo abbiamo dimenticato anche nei momenti di sconforto. Crediamo che, nonostante le difficoltà, questo Paese abbia delle potenzialità ancora non sfruttate Oggi, soprattutto nel caso delle piccole e medie imprese – che rappresentano il tessuto imprenditoriale italiano, e noi ci consideriamo una media impresa nonostante i 500 dipendenti – lo Stato dovrebbe quanto meno incentivarle perché, di fatto, fanno girare l’economia».

 

Pur rimanendo legati all’Italia e alla Toscana avete una particolare vocazione per l’internazionalizzazione. È forse una contraddizione?

«Questo è essenziale nel senso che portiamo Peuterey nel mondo con la nostra visione da italiani e con le nostre persone, anch’esse italiane. Quindi avere una vocazione verso l’internazionalizzazione non è una contraddizione, anzi, è un voler portare il brand e la cultura aziendale nel mondo».

 Come fa un’azienda familiare a diventare un grande Gruppo?

«È necessaria sicuramente una visione e con essa la capacità di delegare. Quindi servono dei manager capaci al fianco della famiglia e dell’imprenditore. Inoltre serve la capacità di non pensare all’azienda come al proprio orticello ma come ad un unicum, un tutto che dà lavoro a tante persone».

 

In quali mercati siete più presenti?

«Principalmente l’Italia, poi sicuramente il primo mercato estero è la Germania. Inoltre siamo presenti con due filiali distributive in Cina e negli Stati Uniti quindi due mondi completamente diversi, ma entrambi mercati sui quali stiamo investendo e crescendo molto. Non abbiamo affidato l’esportazione ad un agente o a un distributore estero proprio perché volevamo essere direttamente presenti sui mercati di riferimento per una maggiore vicinanza al consumatore e per conoscere direttamente il mercato che andavamo ad affrontare».

Per voi made in Italy cosa significa a livello di prodotto e di cultura aziendale? Come si traduce nelle vostre scelte imprenditoriali?

«Significa grande attenzione al dettaglio e una cura quasi maniacale per la qualità. Noi facciamo un controllo qualità particolarmente accurato su ogni singolo capo. Inoltre per noi made in Italysignifica avere un’etica che va al di là del business, quindi un approccio che non sia solo orientato al bello e all’estetica ma che sia, pur parlando di moda e fashion, anche sostenibile dal punto di vista etico».

 

La leadership italiana nel settore moda è indiscussa. Secondo lei il made in Italy, in generale, è più apprezzato all’estero?

«Non credo. Diciamo che noi lo diamo più per scontato. Ma questo dare per scontato il nostro saper fare, la nostra qualità e le nostre bellezze – in generale come italiani – è anche il nostro limite perché spesso ci porta a non valorizzare adeguatamente quelle che sono le nostre risorse. Forse per questo all’estero ci apprezzano di più».

 

A gennaio ci sarà l’edizione 2017 di Pitti Uomo. Presenterete qualche novità?

«Certamente! Il 2016 è stato un anno importante anche per questo, perché abbiamo dato vita al “Progetto Iconic” ideato insieme al nostro nuovo direttore creativo, Federico Corradi a cui abbiamo chiesto di rivisitare in chiave contemporanea quelli che sono stati i modelli iconici che hanno fatto nascere Peuterey. Si tratta di due modelli, uno da uomo e uno da donna, che decretarono il successo del brand nel 2002 e che oggi abbiamo deciso di rivisitare non tanto in chiave di restyling del prodotto, quanto per renderli contemporanei mantenendone i principi ispiratori vale a dire il connubio tra eleganza e funzionalità, fra il sogno e sostanza. A questi principi si aggiungono le attuali esigenze del consumatore e del mercato e quindi l’utilizzo di nuovi materiali e di tecnologie diverse e, come leitmotiv, la leggerezza perché se un tempo alla pesantezza del capo si associava il comfort termico, oggi non è più così!».

 

Siete nel Programma Elite di Borsa Italiana. C’è forse la quotazione a Piazza Affari nel vostro futuro?

«Nel futuro forse, non lo escludiamo a priori. Ma la partecipazione ad Elite, di cui siamo tra le prime aziende ad essere entrate a far parte e del quale sono una fervente sostenitrice, ci è servita non tanto perché avevamo a breve un progetto di quotazione, quanto per prepararci in termini di cultura aziendale. Il Programma Elite, infatti, serve alle piccole e medie imprese che vogliono diventare grandi a cambiare mentalità, approccio e cultura aziendale».