Quella del marchio Marinella è una storia di successi e longevità, di qualità e di tendenza. Una storia iniziata a Napoli nel 1914 e che, dopo oltre cento anni, è ancora sinonimo di stile e di made in Italy.

Alla guida della storica azienda, oggi, c’è come Amministratore Unico Maurizio Marinella, nipote di quel Don Eugenio che ebbe la fortunata intuizione di avviare la produzione delle cravatte, e figlio di Luigi, che successe al padre portando avanti, con altrettanto successo, la filosofia del prestigioso marchio.

Il brand è sinonimo, infatti, di quel saper fare italiano tanto apprezzato in campo sartoriale e artigiano, ma soprattutto rappresenta una splendida realtà napoletana, come spiega il Cavalier Marinella: «Il marchio – spiega Marinella – è strettamente connesso alla città, è portabandiera dell’eccellenza napoletana. Uno dei più importanti credo di mio nonno è sempre stato “fare qualcosa di importante non solo partendo da Napoli, ma senza lasciare Napoli”. Ho tentato di seguirlo in ogni momento: in ogni nostra cravatta c’è un po’ di Napoli, del suo mare, del suo sole, della sua gente. Ogni giorno i napoletani sanno che Maurizio Marinella apre il suo negozio alle 6,30 del mattino e che – a meno che non sia via per impegni lavorativi – è lì per accoglierli e coccolarli con una buona tazza di caffè».

È così che oggi, per contribuire in maniera fattiva allo sviluppo del tessuto sociale napoletano, la E. Marinella Srl ha messo a disposizione, a titolo completamente gratuito, il proprio know how con la creazione di un laboratorio sartoriale all’interno della Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli. Le detenute confezioneranno infatti le cravatte in dotazione al Corpo di Polizia Penitenziaria e quelle per i cadeaux istituzionali.

Risponde laconico Maurizio Marinella alla domanda sul futuro. Lui che rappresenta la terza generazione dell’azienda e che ha già pronto, anche se non lo pubblicizza, il progetto per la quarta. Quel che è certo è che la storia di Marinella ha ancora molte pagine da scrivere.

 

103 anni e non sentirli! Come si è evoluta e come è cambiata in questi anni l’azienda?

«È cambiato praticamente tutto: il mondo si è rimpicciolito sempre di più, sono cambiate la concezione della moda e dell’eleganza, il business e l’interesse intorno al nostro mondo si sono moltiplicati fino all’infinito, il modo stesso di concepire la cravatta è cambiato mille volte in questo periodo. La nostra sfida è sempre stata cercare di stare al passo con i tempi non snaturando mai l’idea originaria della nostra piccola bottega del 1914: qualità e passione sartoriale in ogni nostra cravatta e assoluta attenzione a tutte le esigenze del cliente. Devo dire che ci stiamo riuscendo ancora abbastanza bene».

 

Cosa c’è oggi della filosofia di suo nonno e di suo padre? E qual è, invece, l’impronta principale che ha dato Lei all’azienda?

«Ogni singolo insegnamento datomi da mio padre e mio nonno sopravvive ancora oggi. Non c’è una singola cosa che io non abbia provato a portare avanti come loro me l’hanno trasmessa. Guidando l’azienda in questo particolare momento economico, così differente dal loro, non potevo in alcun modo esimermi dal tentare di “internazionalizzare” la E. Marinella, cosa che né mio nonno né mio padre, per scelta o per necessità, erano riusciti a fare».


 

Il vostro riconoscimento internazionale è indiscusso. Quali sono i mercati dove siete più presenti?

«Oltre all’Italia, il Giappone è il nostro mercato principale: lì le nostre cravatte sono particolarmente apprezzate, ma tutto il made in Italy diciamo “artigianale” ha un grandissimo mercato. È un Paese che apprezza molto la nostra sartoria. Per il resto abbiamo qualche corner shop in Europa e siamo da Berdorf&Goodman, uno dei più bei negozi di New York».

 

Molte aziende italiane, soprattutto nel settore della moda, hanno deciso di ricorrere a capitali stranieri per superare i momenti di difficolta mentre voi avete sempre rifiutato le tante offerte. Cosa vi rende diversi?

«Non credo si tratti di diversità. Noi stiamo bene così e io sono ancora innamorato del mio lavoro: pensi che apro io il negozio la mattina alle 6.30, tutti i giorni».

 

E come si fa, per oltre cento anni, a superare i periodi di crisi? Quali, se ci sono stati, i cambiamenti strutturali e organizzativi che avete dovuto apportare per oltrepassare i momenti di difficoltà?

«I periodi di crisi in un’azienda, in un particolare settore, sono fisiologici, soprattutto se la tua storia è centenaria. Bisogna sempre affrontarli con determinazione, competenza e soprattutto passione, cercando di stare al passo coi tempi. Nella nostra storia abbiamo attraversato tanti eventi, tra cui due guerre mondiali e tutto quello che ne è conseguito. Ma non solo, per esempio durante il Fascismo a mio nonno era stato impedito di importare prodotti inglesi, avversari politici del Regime e quindi non visti di buon occhio. Mio nonno però non si arrese, restò col negozio mezzo vuoto aspettando tempi migliori, sempre fedele al suo modo di concepire la moda e l’eleganza, senza piegarsi alle pressioni. Ha avuto ragione lui. I cambiamenti organizzativi ci sono stati, ma la base di tutto resta sempre il negozio e il rapporto con il cliente. È quello, da cento anni, il centro di tutto il mondo Marinella”.

 

Il vostro marchio è spesso associato a uomini di classe e di potere, italiani e non. Qual è il segreto che lega le cravatte Marinella a personalità del calibro di John Kennedy, Obama, Gianni Agnelli e Andreotti per citarne solo alcuni?

«Se di segreto si può parlare, sta nella semplicità e nell’eleganza delle nostre cravatte. Il nostro legame con le Istituzioni straniere cominciò con Cossiga, amico di famiglia, che quando era Presidente della Repubblica prese l’abitudine di regalare ai capi di stato in visita in Italia una confezione con sei cravatte Marinella. Poi il G7 del luglio 1994 a Napoli, che iniziò a dare respiro veramente internazionale alle nostre creazioni. Ma già da prima le nostre cravatte erano molto apprezzate: tutti i presidenti della Repubblica italiani, da De Nicola a Napolitano, poi Onassis, Luchino Visconti, Agnelli, alcuni esponenti della famiglia Kennedy. Tutti con al collo le nostre cravatte».

 

Il suo è un mestiere artigiano. Quanti giovani sarti ci sono oggi disposti a lavorare in questo settore? E quanti giovani napoletani?

«Pochi, purtroppo pochissimi. I giovani inseguono altri miti, altri mestieri. Hanno un altro modo di concepire il lavoro. Quasi nessuno al giorno d’oggi ha la voglia e la costanza per imparare un lavoro manuale. Qualcuno c’è, sicuramente, ma la stragrande maggioranza ha altri obiettivi».

 

Come impatta l’innovazione tecnologica nel vostro settore e nella vostra azienda?

«È chiaro che nessuna azienda al mondo, oggi, possa prescindere dall’usare le nuove tecnologie. È troppo importante poter stare al passo coi tempi, capire in che direzione va il mondo: non si potrebbe più lavorare senza tecnologia, l’impatto dell’innovazione sulle vite di tutti noi è troppo grande. L’importante, però, è sempre non dimenticarsi da dove si proviene, cercare sempre di essere fedeli a se stessi, anche coi tempi che si evolvono così in fretta».