Un lavoro ad alto contenuto tecnologico che ha trasformato il quartier generale in un hub innovativo con base ad Angeli di Rosora, in provincia di Ancona, e in un luogo di pellegrinaggio per circa 9mila persone che ogni anno arrivano fino nelle Marche per visitarlo. Si tratta infatti di una fabbrica insolita, dove nascono prodotti unici a elevato contenuto tecnologico, ma anche di un’azienda costruita in un’oasi di verde, dove lavorano circa 400 dipendenti con un’età media di 33 anni, e dove la bellezza del territorio diventa parte integrante di un business ormai internazionale.

Gruppo Loccioni


Oggi il Gruppo Loccioni fattura circa 65 milioni di euro, è attivo in oltre 45 Paesi e quest’anno ha conquistato il terzo posto nella classifica “Best workplace in Italia” stilata da Great Place to Work, proprio per essere uno dei luoghi migliori in cui lavorare.

Presidente, agli inizi, oltre 40 anni fa, si aspettava tutto questo?

«Quando ho cominciato questa attività imprenditoriale l’ho fatto solo per avere chiarezza su cosa non mi interessasse fare nella vita. Non volevo lavorare in campagna e non volevo fare il dipendente. Ho scelto di seguire la passione e ho imparato presto che un’impresa sopravvive al tempo se viene gestita con una strategia di medio e lungo termine. Bisogna seguire delle linee guida e farlo tenendo sempre presenti due punti fermi: l’attenzione al cliente e l’attenzione alla persona che ti aiuta a sviluppare il progetto, quindi i tuoi collaboratori. Sono le persone di qualità che fanno la differenza per un’azienda nel rapporto con i suoi clienti».

Qual è la tipicità della sua azienda?

«I nostri prodotti, mai uguali a se stessi. Noi sviluppiamo prodotti e soluzioni tecnologiche studiati personalmente per ciascun cliente. Non si tratta mai di prodotti uguali a se stessi. Siamo una sorta di sartoria tecnologica chiamata a collaborare con grandi industrie, italiane e straniere. E questo ci ha portato nel tempo a lavorare con i numeri uno».

In che modo è iniziata questa esperienza?

«Il primo grande volano è stato quello della Merloni. Abbiamo iniziato con questa grande azienda sviluppando il controllo di qualità per i suoi elettrodomestici. Poi siamo cresciuti: nel ’79 abbiamo iniziato con i collaudi sui componenti delle automobili, in particolare con i carburatori, e poi siamo cresciuti arrivando oggi a lavorare con clienti globali. Tra loro cito ad esempio Mercedes e Volkswagen».

Laboratorio

Quali sono i vostri mercati di riferimento?

«Direi tutto il mondo. Lavoriamo nel settore degli elettrodomestici in Corea, dove sono molto all’avanguardia, come nell’automotive in Germania e in Giappone, con la Denso. E non è tutto: lavoriamo negli Stati Uniti con il gruppo General Motors, ma anche in Messico, Cina e Vietnam».

Che tipo di approccio avete con il cliente?

«La prima attenzione verso i clienti è quella dell’ascolto. Siamo convinti che per ottenere buoni risultati nel business ci voglia prima di tutto un rapporto diretto e personale con il cliente. Bisogna condividere obiettivi e strategie. E allora lavorare insieme darà grandi risultati».

Su quali principi si basa il vostro modello imprenditoriale?

«I nostri punti di riferimento sono due: il territorio e la tecnologia. Il nostro radicamento territoriale ci permette di rimanere con i piedi per terra, essere flessibili e puntare sempre alla qualità e alla semplificazione dei problemi. L’alto contenuto tecnologico dei nostri prodotti ci assicura la forza di portare e vendere il nostro modello tra i maggiori player mondiali. In ogni caso, il Dna territoriale resta forte: fino a 10 anni quasi tutte le persone che lavoravano nel nostro Gruppo venivano dalle nostre terre».

Oggi questa composizione della forza lavoro è cambiata?

«Ovviamente ci siamo internazionalizzati e questo ci ha portato ad allargare sia la nostra presenza che la provenienza della forza lavoro. Oggi, attraverso tre imprese che fanno parte della nostra rete, abbiamo messo un presidio a Stoccarda, Shanghai e Washington. Rimane l’attenzione alla composizione della forza lavoro. Il 50% dei nostri dipendenti sono laureati».



Dove li reclutate?

«Principalmente nelle università. Abbiamo inoltre rapporti e scambi con grandi aziende. Ad esempio in Brasile abbiamo attivato una collaborazione con Magneti Marelli del Gruppo Fiat. Noi ospitiamo qui alcuni loro dipendenti e, una volta formati, tornano in Brasile. Tornando al reclutamento abbiamo sempre rispettato regole ferree quindi niente raccomandati, niente compromessi, cercare sempre la qualità dell’individuo e analizzarne le potenzialità.

Queste scelte vi hanno premiato…

«Sicuramente. Tra l’altro, ogni anno, da uno a tre giovani lasciano la nostra azienda per aprire una loro attività in proprio. Fino ad oggi le imprese create da ex-dipendenti sono 82 e danno lavoro a 300 persone sul territorio. Non si tratta di un tradimento, ma di un percorso di crescita condiviso. Questo significa che abbiamo fatto il nostro lavoro, e che oltre ad essere un’azienda, siamo anche una realtà che forma e che fa crescere personalità individuali. Per me è un altro obiettivo raggiunto».