La filosofia di Remo Ruffini è raccolta in queste poche parole che rivelano l’animo di un imprenditore legato alle sue radici, ma cittadino del mondo.

E il mondo gli ha dato ragione, perché nelle ultime settimane oltre 700 investitori sparsi su tutto il globo hanno cercato di accaparrarsi le azioni della sua Moncler giunta al battesimo della Borsa.

Di questi l’azienda ne ha soddisfatti 164 e il risultato è che oggi la società dei piumini fondata a Monaster de Clermont nel 1952 vale sui mercati azionari 3,5 miliardi di euro. Quasi il 32% di questo valore è nelle mani di Remo Ruffini, affiancato ormai da diversi anni da soci importanti come il fondo Carlyle e Eurazeo.

Un grande successo che non basta però a Ruffini per riposare sugli allori. «Voglio tornare a lavorare – dichiara – perché è il momento di pensare all’azienda e al prodotto». Di quel prodotto lui è il primo responsabile perché ormai da diversi anni ricopre il doppio ruolo di presidente e direttore creativo di Moncler. «Le mie idee, i miei pensieri, le mie emozioni sono in perenne zig zag tra una sfera più razionale e una immaginifica, sfere che negli anni hanno imparato a trovare dei compromessi».

Da quando ha rilevato l’azienda nel 2003, l’imprenditore comasco ha trasformato quel prodotto in un marchio globale. «Chi dice Moncler dice piumino e chi dice piumino dice Moncler». Questo è il suo motto e quello di un gruppo che prevede di chiudere il 2013 con 580 milioni di ricavi e circa 100 di utili. Se le stime saranno confermate la crescita del fatturato rispetto al 2012 sarà pari al 16,5% e del 101% rispetto al 2010.


Nella storia degli ultimi 13 anni, alcuni momenti sono da ricordare come l’apertura del primo punto vendita della gestione Ruffini datato 2007, mentre oggi l’azienda ha 98 negozi a gestione diretta in tutto il mondo.

La sua presenza mondiale è confermata dai numeri: il Giappone è il secondo mercato di Moncler dopo l’Italia e il 10% del capitale quotato in Borsa è stato riservato agli investitori nipponici. Anche la composizione dei dipendenti è variegata: sul totale di 1.200 solo 500 sono italiani, una scelta che Ruffini difende affermando che «le commistioni di culture, soci, gusti e interessi creano valore».

Una lezione che non ha imparato a scuola. I genitori lo volevano laureato, ma Remo Ruffini ha coltivato l’animo ribelle fin da ragazzo. Si è diplomato con fatica, come ammette lui stesso, in ragioneria e lì ha interrotto gli studi. «Ho studiato senza grandi successi – racconta – la scuola non è mai stata uno dei miei primi interessi». Eppure, a chi oggi gli riconosce un successo assoluto anche senza grandi master e diplomi di laurea, lui modestamente ripete: «se avessi studiato avrei fatto molta meno fatica nel lavoro. Oggi ritengo che la scuola sia la base».

Una volta lasciati da parte i classici, i suoi maestri sono stati altri. Uno su tutti Steve Jobs, che Ruffini definisce «il mio mito perché aveva una visione moderna dell’industria». A parte l’insegnamento dei grandi visionari americani, Ruffini ha sempre avuto la moda e il business nel suo dna, perché sia il padre che la madre lavoravano in questo settore. «Mio padre lavorava a New York e ha voluto che mi iscrivessi a un corso di fashion marketing della moda a Boston. Nel frattempo ho fatto esperienza con lui nella divisione produzione».

Dopo un’esperienza anche al fianco della madre, Ruffini decide di buttarsi nella sua prima esperienza imprenditoriale e apre a Como la New England.

«Era il 1984 – ricorda – e tutto cominciò, come spesso accade, in uno scantinato. Facevo camicie da uomo molto elitarie, gusto raffinato che in Italia non erano molto usate». Le vendite non danno grande soddisfazione, ma arriva comunque il momento del salto in avanti. Ruffini lo compie negli Stati Uniti dove le sue camicie hanno successo e agli inizi degli anni ’90 arriva a produrre anche 400mila capi l’anno. Alla fine degli anni ’90 gli eventi cominciano ad avvicinarsi al suo destino. Vende la New England a Stefanel e nel 2003 acquisisce Moncler, azienda con una storia alle spalle che non veniva da anni di grandi successi. «Per me il Moncler era bello, comodo e proteggeva dal freddo, a prescindere dalle mode».

Dal momento dell’acquisizione la strategia di Ruffini su Moncler è un ritorno al passato. «Volevo recuperare il carattere originario di Moncler, tornare al piumino inteso come prodotto tecnologico, in grado di vestire lo sportivo così come l’uomo in giacca a cravatta».


Così è stato perché negli ultimi anni l’azienda è diventata un brand mondiale, amato dalla gente qualunque come dalle celebrità. «Madonna ne compra tanti – ammette oggi Ruffini – e la fotografano spesso con i nostri piumini. In effetti, senza volerlo, è una grande testimonial».

Come lei anche Afef, Carolina di Monaco, Elle Mc Pherson e tanti altri. Frequentazioni, passione per il mondo, apertura a nuove culture hanno convinto il patron dei piumini che il panorama di riferimento deve essere quello globale. «L’errore più grande è quello di rimanere troppo italiani, troppo europei e non guardare oltre. Viviamo in una realtà globale e se non si hanno gli occhi aperti su America, Giappone, Cina, India non si va lontani».

Con questo spirito Ruffini ha traghettato la sua azienda fino alla quotazione in Borsa, portando sui mercati una società dal respiro internazionale. Tutto questo senza dimenticare le proprie radici, senza abbandonare la Lombardia e Como dove tutto è nato. «Quelle sono le mie radici – confessa – nella vita serve avere un punto di riferimento, si può girare il mondo, ma poi serve un posto dove tornare e quel posto per me è Como». E proprio partendo dalle origini Ruffini ha vissuto il 2013 come un anno decisivo per la sua storia personale e per quella della sua azienda. «Il 2013 è stato il mio decimo anno di direzione aziendale e l’anno della quotazione in Borsa. Un risultato ottenuto perché al mio fianco c’è un team internazionale».

Per arrivarci Ruffini indica alcune scelte strategiche, che lui stesso ha sposato personalmente: «non ho voluto franchising e filtri; ho eliminato gli agenti, i distributori e molte boutique puntando solo su punti vendita monomarca. All’apparenza erano operazioni controcorrente ma mi sembravano soluzioni contemporanee».

Scelte vincenti, almeno seguendo la quotazione in Borsa di Moncler, che hanno contribuito a ridisegnare il volto di un’azienda che aveva già una sua anima molto ben definita. La sua immagine oggi non è molto diversa dal passato e la sua forza è tutta nell’abilità di un imprenditore e della sua squadra che hanno saputo trasformare un marchio in un desiderio di massa.