E questa è solo una faccia di quello che è ormai considerato il centro enogastronomico più grande del mondo, un’esperienza del gusto che in poco tempo si è trasformata in un business planetario, capace di trovare nuovi clienti ovunque, dagli Stati Uniti al Giappone.
Dall’inaugurazione della prima sede torinese, il 26 gennaio 2007, Eataly ha aperto dieci nuove sedi in Italia, Usa e Giappone, alle quali si aggiungono oggi nuovi e ambiziosi progetti di crescita.
Alla base del suo successo la filosofia e la spinta del fondatore, Oscar Farinetti, imprenditore poliedrico che dopo aver fondato la catena di prodotti tecnologici UniEuro, ha scelto di investire nel settore enogastronomico con un unico obiettivo: mettere a disposizione di tutti i prodotti di alta qualità. Questa filosofia lo ha reso oggi uno dei più autorevoli ambasciatori del made in Italy nel mondo. E proprio guardando a quel mondo Farinetti è convinto che investendo nelle competenze e nella qualità italiane questo Paese potrebbe tornare a crescere a ritmi elevati.
«Oggi – spiega – nel nostro Paese entrano 47,5 milioni di turisti ogni anno. Dovremmo arrivare a 120 milioni nei prossimi sei anni. Questo deve essere il nostro obiettivo. È impressionante pensare che in Francia ci siano 80 milioni di turisti perché perfino i francesi giudicano il mix di bellezze italiane come unico al mondo. Siamo il quinto Paese più visitato, ma anche gli spagnoli ci battono».
Questo sbilanciamento si ripete anche nella vendita dei nostri migliori prodotti all’estero?
«Certamente. L’Italia oggi esporta 4,7 miliardi di euro di vino all’anno, contro i 7,8 miliardi di euro della Francia. Dobbiamo quindi investire per aumentare la redditività del nostro export.
Se pensiamo che in questi ultimi mesi l’unica cosa che ancora cresce in Italia sono le esportazioni agroalimentari capiamo quanto è forte nel mondo la voglia di mangiare e bere italiano. Attualmente le esportazioni agroalimentari valgono 31 miliardi di euro. Se investissimo sulle nostre potenzialità potremmo arrivare a 90 miliardi».
Quali sarebbero gli effetti di politiche più efficaci in questi settori?
«Se riuscissimo ad aumentare le esportazioni e a far crescere il turismo diventeremo in 10 anni il Paese più ricco e florido d’Europa, solo seguendo le nostre vocazioni. E se le nostre vocazioni sono l’agroalimentare e il turismo allora lo Stato e la politica devono investire e credere di più in questi settori. Per questo i ministeri dell’Agricoltura e del Turismo sono due dicasteri fondamentali che spesso vengono sottovalutati, non solo dalla politica ma anche dalla stampa».
All’estero invece è tutto un altro mondo. Come procede la vostra strategia di crescita?
«Sono proprio in questi giorni di ritorno da un viaggio a San Paolo del Brasile, dove ho firmato un importante accordo per la realizzazione di un Eataly che sarà operativo tra il 2014 e il 2015. Una cosa analoga abbiamo fatto a Mosca, e anche nella capitale russa contiamo di aprire più o meno nelle stesse date».
Questo conferma che le nostre produzioni sono ancora apprezzate all’estero?
«L’interesse per il made in italy è pazzesco. Si fa fatica a credere all’interesse, la stima, il piacere che hanno verso le nostre produzioni tutti i popoli del mondo. Il loro è un amore per lo stile italiano. Non parlo solo del cibo, ma di tutto ciò che riguarda il nostro stile, chiamiamolo made in italy, quindi moda e design, ma anche industria manifatturiera di precisione. È un momento fantastico che non possiamo lasciarci sfuggire».
Quindi l’interesse è forte anche da parte dei Paesi più lontani, quelli che hanno culture e tradizioni più diverse dalla nostra?
«Ma certo. Quest’anno apriamo a Istanbul, a Dubai oltre che a Chicago. Stiamo vivendo un momento di attenzione verso il nostro modello di creatività che è straordinario e questo trend va sfruttato. Anche perché il made in italy, e cioè le nostre vocazioni, sono le uniche cose che possono condurci fuori dalla tempesta».
Rispetto alla crisi economica e alla drammatica situazione che vivono molte imprese, questa è quindi l’unica strada percorribile per uscirne?
«Assolutamente l’unica. La crisi è fissa, è una crisi di sistema perché è proprio il modello di questa società dei consumi che si sta deteriorando. E quindi l’unico modo di uscirne è aumentare in maniera straordinaria le esportazioni e il turismo, e per farlo bisogna investire sulle nostre vocazioni perché se ci mettiamo sempre a guardare gli altri non andiamo da nessuna parte».
Il “modello Eataly” ci aiuta non solo a crescere all’estero portando i nostri prodotti, ma anche ad attrarre turisti qui da noi?
«Credo che quello di Eataly sia oggi il più grande attrattore turistico per l’Italia presente nel mondo. Molto più di qualsiasi istituto pubblico. Ogni giorno dentro Eataly New York abbiamo centinaia di potenziali turisti americani che parlano con noi e si lasciano convincere a venire in vacanza in italia. Abbiamo allestito lì tutti i corner dedicati alla biodiversità italiana, all’arte, alla cultura, alla storia, ai paesaggi. E facciamo venire voglia a un sacco di gente.
Il problema è fare in modo che questa passione per il nostro Paese non sfumi quando queste persone arrivano in Italia. È quindi necessario attuare delle politiche dell’accoglienza efficaci che, oltre a fare andare via soddisfatto il turista, lo convincano prima o poi anche a tornare».