Ha preso il timone dell’azienda di famiglia dopo la scomparsa del padre Claudio, fondatore della Cagiva e grande appassionato di moto.

I nuovi modelli del marchio MV Agusta sono ancora oggi il frutto di quel lavoro che ha visto padre e figlio fianco a fianco nello studio e nelle scelte che il giovane presidente e amministratore delegato continua a portare avanti seguendo il solco della sua storia familiare.

Laureato in Economia e Commercio a Londra, subito dopo gli studi Castiglioni ha fatto esperienza in tutti i reparti dell’azienda passando dal marketing alla Ricerca e sviluppo, fino a diventare il presidente di un marchio riconosciuto dai più come sinonimo di passione e qualità.

Inoltre, MV Agusta rappresenta l’unica azienda ancora totalmente italiana a produrre moto; tutte le altre fanno capo a gruppi stranieri. Fiero di questo primato, Giovanni Castiglioni ha un altro motivo di soddisfazione. Ha infatti riportato il marchio sulle piste dei circuiti iridati con un ritorno in grande stile, dopo anni di assenza dalle competizioni.

Presidente, in un periodo in cui molte aziende del Paese vengono vendute all’estero, qual è il valore aggiunto della vostra italianità?

«Il valore dell’italianità è importante, ma non basta per vendere. Bisogna realizzare prodotti di altissimo livello e tecnologia avanzata. Senza la qualità l’italianità serve a ben poco, anzi rischia di essere controproducente, un limite. Se invece parliamo di una struttura aziendale legata ai valori italiani allora questo per noi è di fondamentale importanza».

Il cuore è italiano, ma la vostra squadra è composta anche da professionalità e professionisti di altri Paesi?

«Certo. Il capo del design è inglese e il capo del reparto corse è americano. Siamo internazionali in questo senso».

Anche l’eco del successo ottenuto negli anni dai vostri marchi è internazionale! Le vendite vanno meglio in Italia o all’estero?

«Vendiamo l’80% all’estero e il 20% in Italia».


Questo perché secondo lei? Il valore del vostro prodotto è riconosciuto più all’estero o perché nel vostro settore le vendite in Italia sono ridotte ai minimi termini?

«Il mercato singolo più grande e importante, in realtà, resta l’Italia. Ma se consideriamo la somma delle vendite nei vari paesi esteri allora raggiungiamo l’80%. Considerando che alcuni mercati sono molto più grandi dell’Italia, questo dimostra che nel nostro Paese stiamo andando molto bene e si tratta per noi di un mercato molto importante».

Ci racconta questa storia di eccellenza?

«Noi veniamo da un altro settore. La mia famiglia operava nella meccanica e la passione di mio padre per le moto lo ha spinto, alla fine degli anni Settanta, a comprare la divisione italiana di Harley-Davidson. Ha poi fondato il marchio Cagiva e nel tempo ha acquisito alti marchi che poi abbiamo rivenduto. Nel 1992 abbiamo acquistato MV Agusta che abbiamo tuttora».

Un marchio che vi sta dando soddisfazione anche alla luce della vittoria nella prima tappa del mondiale Supersport sul circuito australiano di Phillip Island. Questo risultato è l’apice di un percorso o è un nuovo inizio?

«Nella nostra storia sportiva abbiamo vinto praticamente tutto, considerando i vari marchi. Quando abbiamo comprato MV Agusta la società era chiusa da diversi anni e abbiamo operato una grande azione di rilancio. È stata un’impresa difficile perché non è facile far ripartire un marchio fermo da anni. Riportare MV Agusta quest’anno nelle corse è stata una sfida e vincere la prima tappa del mondiale è di buon auspicio, anche se il campionato è ancora lungo».

Quanto contano, nella vostra storia, l’innovazione tecnologica e lo studio del design?

«Per noi il design conta moltissimo perché il nostro prodotto si distingue dagli altri proprio per questo aspetto, soprattutto per il trend italiano dove è molto ricercato. La tecnologia nel nostro settore è altrettanto essenziale perché non basta fare una bella moto per competere con la concorrenza molto forte del settore. Essere leader a livello tecnologico è un vantaggio che come azienda ci dobbiamo creare quando i competitor sono colossi».

E quanto contano le risorse umane?

«Le grandi aziende sono fatte dai grandi uomini. Per noi le risorse umane sono essenziali, soprattutto in alcuni reparti. Ad esempio il settore Ricerca e sviluppo è fondamentale, ma è molto importante anche la parte produttiva».

Riscontra segnali di ripresa del mercato?

«Per quanto riguarda il mercato italiano direi di no. Però abbiamo buone possibilità di crescita all’estero in Paesi che stanno crescendo molto e che per ora per noi sono quasi inesplorati. Abbiamo riscontrato una flessione sul mercato italiano, ma abbiamo comunque chiuso in crescita. Anche se noi siamo andati abbastanza bene il nostro settore di riferimento, che va dalle medie alle grandi cilindrate, in generale è andato male».

Quali sono i Paesi esteri di riferimento?

«I Paesi su cui stiamo investendo di più sono gli Stati Uniti, il Brasile, la Germania e la Francia».

Verso l’Asia non c’è nessuna apertura?

«Sì c’è una buona apertura anche lì, ma per noi è il secondo punto di riferimento. Gli altri mercati sono più importanti».


Qual è il vostro segreto per navigare in questi tempi difficili per tutti i settori?

«Investire. Dal 2010 ad oggi abbiamo investito più di 70 milioni di euro nel prodotto. L’innovazione è fondamentale, soprattutto nel nostro settore. Rimanere fermi è rischioso. Siamo cresciuti molto perché siamo entrati in altri segmenti produttivi investendo sullo sviluppo di prodotti che ci hanno permesso di raggiungere nuovi clienti e anche se il nostro mercato principale è sceso».

Da cosa dipende la scelta secondo lei?

«Il rischio è un fattore importante. Ci sono imprenditori che preferiscono ristrutturare quindi rendere l’azienda più piccola in attesa di quello che porterà il futuro. Questa è una strada. Oppure ci sono altri che investono. Secondo me, in un momento difficile del mercato, le aziende che investono e che hanno un trend forte sono quelle che riusciranno a crescere dopo».

Investire anche nelle risorse umane? In questo periodo avete dovuto licenziare persone o ricorrere alla cassa integrazione?

«Nel 2010 abbiamo fatto ricorso alla cassa integrazione per ristrutturare l’azienda e far fronte a due anni in cui non arrivava il nuovo prodotto. Poi quando il prodotto è arrivato abbiamo riassunto tutte le persone e anche di nuove».