E proprio l'olio Dante, nato prima all’estero che in Italia, è divenuto tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 un bene immancabile sulle tavole degli emigrati negli Stati Uniti. Dopo l’iniziativa lungimirante dei suoi fondatori, il prestigioso marchio è passato di mano in mano finendo nella filiera di una grande multinazionale come Unilever.
A riportarlo in Italia nel 2009, dopo che da Unilever era stato acquisito dal gruppo spagnolo SOS-Cuetara, è stata la Oleifici Mataluni, l’azienda guidata dall’imprenditore Biagio Mataluni, nata nel 1935 a Montesarchio (Benevento) da un piccolo frantoio a dimensione artigianale e oggi divenuta uno tra i più importanti complessi agroindustriali oleari al mondo.
La sua forza è un fatturato da 230 milioni di euro, i 200 dipendenti con un età media di 29 anni e una presenza internazionale che va dal Giappone all’Olanda, dall’Australia alle Filippine, dalla Cina all’Iran. Al centro di questo progetto industriale il presidente Biagio Mataluni, nominato nel luglio 2012 alla guida di Confindustria Benevento.
Presidente, quanto conta in questa fase recessiva presentare sul mercato prodotti come i vostri, di qualità e facilmente identificabili con il made in Italy?
«In Italia abbiamo un grande vantaggio rappresentato dal nostro “made in Italy”. Essendo da sempre impegnato nel settore agroalimentare, mi è capitato di girare il mondo e non ho mai riscontrato un atteggiamento negativo nei confronti dei prodotti che arrivano dal nostro Paese. Anzi, quando presentiamo un olio italiano, l’interlocutore ci risponde sempre con un sorriso perché intuisce la profondità di valori che c’è dietro un prodotto di alta qualità e che rende il made in Italy un elemento distintivo.

A questo proposito, dobbiamo semmai chiederci se può bastare semplicemente la denominazione per sostenere e valorizzare il made in Italy in futuro. A mio avviso, dovremmo fare leva molto di più sull’italianità della nostra industria, perché c’è ancora tanto da fare per promuovere i nostri prodotti. Del resto, è proprio questa certezza che ha spinto gli Oleifici Mataluni, dopo aver rilevato Olio Dante, determinando il ritorno in Italia del brand dopo 24 anni, a scegliere lo slogan ‘l’olio che parla italiano’. Dobbiamo convincerci una volta per tutte che quella del made in Italy è una partita vincente».
Negli ultimi dieci anni l’Italia sembra essersi avviata verso un declino, prima lento e poi, dopo la crisi del 2008, accelerato. In questo processo l’industria ha perso produttività. Tutta colpa dello Stato o c’è anche una parte di responsabilità industriale nel non aver saputo innovare nel modo giusto?
«Non possiamo nascondere che ci sia una responsabilità condivisa. Per questo, anche noi imprenditori dobbiamo trovare il coraggio di fare autocritica e avviare un’analisi sul comportamento del mondo produttivo negli ultimi 20 anni. Nel nostro settore, quello alimentare, la maggior parte delle aziende ha vissuto di rendita. Abbiamo lasciato che le grandi multinazionali acquistassero molti dei nostri brand storici e abbiamo permesso loro di crescere grazie al lavoro fatto dai fondatori delle aziende per quaranta anni, dal dopoguerra agli anni ’90. E in molti casi è mancata anche la spinta all’innovazione. Nel nostro piccolo, invece, abbiamo continuato ad investire in ricerca e sviluppo, anche per un prodotto molto tradizionale come l’olio. Da questa convinzione mai tramontata, abbiamo ideato pochi mesi fa l’Olio Dante ConDisano, arricchito con vitamina D. Si tratta di un prodotto innovativo, capace di sostituire l’assunzione diretta della vitamina D, che il nostro Centro di ricerca Criol (Centro di ricerca dell’industria olearia) ha messo a punto con il supporto di poli universitari di eccellenza. Proprio per le ricerche sul packaging in PET e sull’olio con la vitamina D, i nostri ricercatori sono stati invitati il 13 ottobre a Washington al congresso scientifico organizzato in occasione dell’anniversario del Niaf (National Italian American Foundation), a cui è stato invitato anche il Presidente Obama».
La corruzione costa al Paese decine di miliardi di euro ogni anno. E rappresenta un costo elevato anche per le imprese, che non riescono a operare in un regime di concorrenza reale. È necessario un ritorno a certi presupposti etici anche nel fare impresa?
«La corruzione è figlia della cattiva burocrazia e ci porterà al fallimento del sistema Italia. Un certo tipo di corruzione non nasce dal nulla, ma dalla scelta che molte aziende prendono per alleggerire un peso burocratico troppo oneroso, battendo strade e cercando soluzioni illegali. Per far crescere le imprese ci vogliono poche regole, semplici ed efficaci, altrimenti le aziende italiane continueranno a trovarsi di fronte a una concorrenza sbilanciata che permette ai competitor internazionali di affrontare il mercato con meno regole, ed un sistema burocratico più snello. E anche se l’impresa può indicare la strada, l’onere di una riforma seria, in tal senso, spetta alla politica. Lo stesso si dica per riportare l’etica nella vita pubblica, ma anche in quella produttiva. Sono convinto che, per quanto riguarda il mondo delle imprese, imprenditori e sindacati insieme possano riuscire ad invertire questa tendenza».
La disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli elevatissimi, in particolare in alcune città del Sud. Cosa può fare l’impresa per invertire questo fenomeno che sembra aver preso la strada drammatica di altri grandi Paesi europei come la Spagna?
«L’impresa ha una responsabilità fondamentale nell’inserimento giovanile nel mondo del lavoro. D’altro canto, questa responsabilità rappresenta anche un’opportunità perché il successo di un’azienda è unicamente realizzato investendo sui talenti e facendoli venir fuori. Sono queste le ragioni per cui dare lavoro ai giovani è divenuta una strategia specifica della nostra azienda, dove l’età media dei circa 200 lavoratori è di 29 anni. Nella nostra, come in altre imprese, le nuove generazioni devono avere spazio e trovare un imprenditore attento a valorizzare la passione e la professione. Se riusciamo a dispiegare su un progetto industriale tutto l’entusiasmo giovanile, possiamo stare certi che quel progetto avrà ottime possibilità di raggiungere il successo. Ed il caso degli Oleifici Mataluni, da questo punto di vista, è emblematico».
Le esportazioni sono ancora oggi uno degli ultimi salvagente rimasti all’impresa italiana. Nel vostro caso, quanto conta l’export e quali strade deve seguire un’impresa per strutturarsi ed essere presente sui mercati internazionali?
«La vera forza è saper unire la buona immagine e la reputazione del made in Italy con prodotti di qualità eccellente, perché le occasioni di sviluppo, anche all’estero, sono legate ai valori dei nostri territori e all’italianità. Quando le imprese italiane vanno in giro per il mondo, portano sempre a casa dei risultati. Nel nostro caso, ad esempio, abbiamo avviato due anni fa un importante accordo commerciale in Giappone con un colosso del settore distributivo e quest’anno siamo riusciti a raddoppiare il fatturato, rispetto a quello precedente. Quindi, se da un lato registriamo una battuta d’arresto in alcune regioni italiane come la Sicilia, la Calabria o la Puglia, dall’altro continuiamo a crescere all’estero. A questo proposito, stiamo già lavorando per consolidare la distribuzione di Olio Dante anche in America, visto che anticamente il marchio nasce proprio per soddisfare le abitudini alimentari degli emigrati italiani. L’unica ragione di rallentamento, come dicevamo prima, arriva dal peso della burocrazia. Se avessi uno Stato che non mi zavorra, riuscirei a mettere a segno risultati straordinari. E come me, anche tanti altri imprenditori».
Il benessere aziendale, la qualità della vita percepita dai dipendenti, diventano elementi fondamentali soprattutto in momenti di crisi come questi. È questo un principio in cui credete?
«I tre pilastri del mio programma come Presidente di Confindustria Benevento sono proprio ‘Etica, Giovani e Lavoro’. I primi due li abbiamo affrontati in questi primi mesi del mio mandato; il terzo, il lavoro, è particolarmente critico in questa fase congiunturale e anche lo stato d’animo dei lavoratori diviene fondamentale per far crescere un’azienda. Il rapporto di lavoro tra l’azienda ed il dipendente deve essere sempre ispirato al rispetto della persona. Bisogna creare all’interno del processo produttivo delle condizioni di serenità, e fare in modo di valorizzare le persone attraverso percorsi formativi. L’ambiente, la sicurezza sul lavoro, il benessere, sono valori che devono prevalere sulla logica economica del guadagno e della corsa spasmodica verso il profitto. Dobbiamo invertire la catena dei valori, riportando al centro la dignità dell’individuo e, una volta realizzato questo, i risultati economici arriveranno da soli».