Questa è Auricchio, un’azienda che, da oltre 140 anni porta nel mondo la qualità e la storia italiane e che ha scelto con cura di far sorgere i propri stabilimenti nei territori a denominazione di origine protetta (DOP), sparsi in tutta la penisola, per garantire la qualità del prodotto finito tutelandolo in tutta la filiera. «Nel provolone – spiega infatti il Presidente Antonio Auricchio – c’è tutta la storia di una famiglia e la tradizione di un Paese, l’Italia, e dei suoi prodotti migliori. Mettiamo il nostro nome sul prodotto e mi sento responsabile di ogni pezzettino di formaggio che esce dagli stabilimenti, perché c’è la mia firma e quindi il coraggio di metterci la mia faccia!»

Da San Giuseppe Vesuviano a Cremona, Gennaro e suo figlio Antonio, successivamente un altro Gennaro e oggi suo figlio Antonio, insieme ai suoi fratelli, hanno contribuito a far crescere una piccola realtà e farla diventare una multinazionale di livello, pur rimanendo legati al territorio che ha visto nascere questa avventura.

Qual è il segreto di un’azienda nata nel 1877 e che ancora oggi, dopo quasi 140 anni, porta il nome di una famiglia e il made in Italy nel mondo?

«Per prima cosa bisogna crederci. Perché in questi momenti così difficili sia io, sia i miei fratelli abbiamo creduto – seguendo l’insegnamento di nostro padre – che un nome possa essere sinonimo di un formaggio. Ci teniamo ancora di più perché siamo custodi di una tradizione antichissima ma allo stesso tempo impegnati nella ricerca della qualità e della modernità. È chiaro che il caglio – la cui ricetta è conservata in banca – è il nostro lasciapassare. Come amo dire sempre, il nostro formaggio è diverso e a questa diversità ci tengo molto. Con questa stessa filosofia, oltre al provolone, facciamo anche tutti gli altri formaggi, che sono tanti. Crediamo da sempre nel prodotto e vogliamo farlo di ottima qualità con i fatti e non solo a parole».

L’italianità è ancora un valore aggiunto dei vostri prodotti?

«Ci tengo tantissimo e lo dimostro quotidianamente quando tratto con i miei agricoltori di qualità e italianità, perché sono un uomo di produzione. Però, oltre ad essere italiano, un prodotto deve essere anche buono e per questo mi arrabbio quando vedo un prodotto fatto in Italia deprezzato o cattivo. Perché noi possiamo difenderci solo con la qualità, altrimenti non potremmo mai essere competitivi».

Lo stabilimento di Cremona

Anche dalla vostra filiera pretendete la stessa qualità che garantite con i vostri prodotti?

«Questo è il mio campo specifico, quindi ci tengo in maniera particolare che il latte sia il più buono. Voglio garantita l’eccellenza della materia prima per fare l’eccellenza del formaggio, perché è vero che è importante la filiera ma l’arte casearia è altrettanto importante. Se manca una delle due cose, di sicuro il prodotto non viene all’altezza dei nostri standard».

Ci racconta l’evoluzione dell’azienda e la storia dei protagonisti che hanno reso possibile il raggiungimento di tanti traguardi? È una storia che ha visto il succedersi di tante generazioni…

«Tutto è iniziato dal mio quadrisavolo Gennaro. Non si può dimenticare la genialità di un uomo che iniziò come ambulante vendendo il salame con il peperoncino, il pane cafone a Napoli, lo stoccafisso e il provolone e che inventò la ricetta per produrre il suo provolone che oggi riproduciamo tale e quale. Una genialità, la sua, ancor più ammirevole se pensiamo a quegli anni, alla fine dell’Ottocento, che erano da pioniere nel settore industriale e, oltretutto, nel Meridione. Gennaro mandò il suo primo figlio Antonio al Nord perché il provolone iniziava a godere di una certa fama e di conseguenza era maggiore la richiesta di latte. Mio nonno Antonio arrivò nella grande Pianura Padana e scelse Cremona, una città ancora oggi a dimensione d’uomo e famosa non solo per il violino Stradivari, ma anche per le numerose aziende agricole. Per il nostro prodotto era l’ideale. Poi arrivò mio padre Gennaro che con la sua genialità riuscì a riunire tutta l’azienda, comprandola dai nostri cugini, dandoci così un impulso imprenditoriale. Ci ha insegnato a guardare altre realtà, anche all’estero, a studiare altri prodotti ma cercando sempre di restare una realtà italiana dove il nome è sinonimo di qualità restando legati ad una tradizione di altissima qualità e di cultura. Mio padre, classe 1914, è stato in azienda fino a 93 anni. Oggi ci sono io insieme ai miei fratelli e i nostri figli, che hanno circa vent’anni e stanno facendo un ottimo tirocinio in azienda di cui sono molto soddisfatto, e soprattutto lo saremo in futuro non appena ci daranno una mano, perché abbiamo bisogno di forze e idee nuove».

Da Gennaro Auricchio ad oggi cosa è cambiato in azienda?

«Il trattamento del latte non può essere oggi quello che era nell’Ottocento. Quello che cerchiamo di fare è un prodotto omogeneo, di alta qualità, adeguandoci noi alla materia prima, e non il contrario. Produciamo un formaggio a seconda delle caratteristiche del latte che cambia da periodo a periodo, perché la lavorazione che si fa in inverno è completamente diversa da quella che si fa in estate. La modernità sta anche nell’inserire in fase produttiva delle modifiche che si adeguino ai cambiamenti climatici, pur rimanendo strettamente ancorati ad una tradizione antica. E non è una contraddizione in termini, anzi, è un bellissimo matrimonio».

E cosa, invece, è rimasto come allora?

«Quando vengono a visitare lo stabilimento rimangono tutti stupiti del fatto che un’industria faccia ancora tutti i formaggi a mano. Questa caratteristica è divenuta anche lo slogan dei nostri messaggi pubblicitari: “Fatti a mano da sempre!”, perché è questa l’unione potentissima che lega la nostra famiglia e i nostri prodotti con la tradizione antica».



Questa filosofia ha premiato, perché siete un Gruppo che vanta una presenza internazionale importante. Quali sono i vostri mercati di riferimento?

«Gli Stati Uniti, sin dall’inizio, hanno rappresentato per noi un mercato importante perché i primi migranti italiani amavano già il provolone Auricchio e questo lo si vede anche in alcuni film. Il nostro provolone legava al Meridione e alla patria in generale. Per il mercato statunitense facemmo anche un provolone con la faccia di Eisenhower. La nostra ambizione, oggi, è quella di essere presenti in tutto il mondo. Certo gli Stati Uniti e il Canada sono i principali punti di riferimento, ma c’è anche l’Australia che è diventata per noi un mercato molto importante. Fino a poco tempo fa avevamo la Russia, ma l’embargo ha interrotto i rapporti commerciali e siamo stati costretti ad interrompere le esportazioni dei nostri prodotti, che tra l’altro erano molto apprezzati. Per cause completamente diverse abbiamo interrotto anche le esportazioni in Venezuela. Siamo comunque molto presenti in Europa, ad esempio in Germania e la Svezia, che è stata una sorpresa inaspettata. Siamo presenti anche in Svizzera e in Francia dove, nonostante ciò che si possa pensare, i prodotti italiani sono molto apprezzati. Il made in Italy continua quindi ad avere un grande successo, purtroppo, l’altra faccia della medaglia è il continuo tentativo di imitare i prodotti nostrani e questo è un dato dolente la cui risoluzione non può essere operata dal singolo ma in sinergia tra istituzioni, consorzi, imprenditori e aziende».



E i dipendenti? Fanno parte anche loro della famiglia Auricchio?

«Il Gruppo ha circa 450/500 dipendenti, ma per me è come se fossero quattro, nel senso che il rapporto è quello stretto delle aziende meno numerose. Ricevo i dipendenti come riceverei mio fratello e sono sempre disponibile quando mi viene chiesto qualcosa. Perché secondo me bisogna investire sulle persone e dare un senso di famiglia all’azienda, non mi piace trattare i dipendenti come macchine. Nel caso specifico, un formaggio per essere buono ha bisogno anche dell’amore di chi lo realizza. Lo stesso penso per i produttori di latte. Con loro ho un rapporto che va al di là del contratto da firmare perché preferisco un rapporto umano. Questa è la forza della nostra azienda che è un’industria, è votata all’internazionalizzazione ma è soprattutto umana».

Questa attenzione nei confronti dei dipendenti è dovuta al fatto che siete un’azienda familiare?

«Direi proprio di sì. Ai miei dipendenti, che considero della famiglia, dico sempre che bisogna avere rispetto per il formaggio e trattarlo con i guanti, in tutti i sensi, perché su tutti i nostri formaggi ci sono gli occhi dei consumatori che comprano i nostri prodotti perché sanno che dietro c’è la garanzia di un nome e soprattutto una sicurezza alimentare».