ne è convinto Roberto Snaidero, presidente uscente – il 15 febbraio, a valle di un apprezzato quadriennio – della FederlegnoArredo, la federazione aderente a Confindustria che rappresenta gli imprenditori del mobile: «Puntando sull’evoluzione digitale – spiega Snaidero – gli investimenti consentiranno alle nostre imprese di connettersi direttamente con il mercato superando le distanze e di stringere maggiori legami tra gli operatori della filiera».

Quindi più opportunità che timori?

«Il settore del Legno Arredo ha storicamente sviluppato una forte competenza tecnica che ha consentito anche a piccole imprese di realizzare prodotti di altissima qualità abbinando il ‘saper fare’ manuale della tradizione artigiana con la tecnologia meccanica, che ha consentito di migliorare e aumentare la produttività senza perdere il gusto per il bello e ben fatto. Le nostre imprese negli ultimi anni hanno continuato ad investire ma a ritmi più contenuti, preoccupate da uno scenario poco decifrabile dei mercati. Ora, l’attenzione del Governo alla produttività delle imprese e a favorirne la crescita può rappresentare uno stimolo per quelle imprese che sono pronte ai ‘blocchi di partenza’ e che possono approfittare di queste agevolazioni per riorganizzare l’assetto produttivo e aumentare la competitività. Inoltre le soluzioni della domotica che già oggi stanno introducendo nuovi modi di vivere sono ormai integrate nel design dell’arredo e possono essere meglio studiate e adattate grazie ai rapporti con i centri ricerca e le università per migliorare la qualità della vita».

Ma non pensa che sarà difficile per molte imprese tradizionali assimilare logiche e competenze tipiche dell’Industry 4.0?

«Per questo il nostro Polo Formativo sta integrando dei percorsi ad hoc per creare figure competenti sotto il profilo tecnologico e dell’arredo».

Dunque voi apprezzate gli incentivi del governo?

«In questi anni così complessi per i mercati (e ancor di più per i consumi interni) alcuni incentivi voluti dal Governo hanno rappresentato un valido sostegno per il settore: penso ad esempio al Bonus Mobili, attualmente in vigore fino a fine anno, che solo nel biennio 2013-2014 ha consentito di salvare circa 10mila posti di lavoro, generando un fatturato aggiuntivo di quasi 2 miliardi di euro. O ancora al bonus del 50% sulle ristrutturazioni edilizie, l’unico settore dell’edilizia che ha dato respiro al settore in questi ultimi anni».

Il settore dell’arredamento è da sempre molto orientato all’export e questo trend si è accentuato negli anni della sua presidenza. Ora il quadro dell’interscambio mondiale e della globalizzazione sembra terremotato dall’avvento di Trump. Cosa ne pensa?

«Le esportazioni hanno trainato la ripresa del nostro settore. Inizialmente hanno rappresentato un’ancora di salvezza per tante delle nostre imprese che hanno puntato verso mercati nuovi che presentavano potenzialità di crescita che non trovavano più nel contesto locale. Per favorire la presenza internazionale abbiamo avviato molte iniziative di partnership con le istituzioni dei Paesi esteri anche grazie al supporto delle nostre istituzioni; abbiamo organizzato missioni imprenditoriali per far conoscere le imprese e i prodotti; abbiamo fatto crescere il Salone del Mobile di Milano (l’anno scorso per la prima volta proposto anche a Shanghai) come momento di interscambio internazionale di conoscenza e relazioni per le imprese italiane dell’Arredo e per i più prestigiosi designers del mondo. Ora, è vero, il commercio internazionale dà segnali di preoccupazione. Ma nel nostro settore al momento non li avvertiamo. Certo, non ci facciamo misteri: non sarà una fase facile. La Russia da qualche anno ha segnato cali rilevanti, anche se molte aziende continuano ad avere buoni riscontri. Gli Stati Uniti in questo momento sono forse il mercato più recettivo per il nostro prodotto: le nostre aziende esportano prevalentemente prodotti di fascia medio alta, che non risentono particolarmente della concorrenza di produttori americani o canadesi. È difficile fare una previsione sugli scenari che si prospetteranno con la nuova Amministrazione Usa, ma ad oggi non abbiamo particolari timori. Credo inoltre che la caratteristica del nostro export sia stata in questi anni prima di tutto quello di creare relazioni personali, che spesso vanno oltre le semplici regole del mercato».

Torniamo all’Italia: il mondo del lavoro è in questo momento concentrato nel dibattito sulla ridefinizione delle regole contrattuali. Lei crede nella necessità di ridurre al minimo le norme valide per tutti e quindi definite nei contratti nazionali a vantaggio di quelle negoziate aziendalmente?

“Certamente. E siamo avanti. Il 13 dicembre 2016 FederlegnoArredo, FENEAL-UIL, FILCA-CISL,FILLEA-CIGL hanno firmato l’accordo per il rinnovo del Contratto Nazionale Legno, Sughero, Mobile e Arredamento, scaduto nel marzo precedente. E per la prima volta nella storia del settore l’accordo prevede, a partire dal 2018, un’importante innovazione relativa ai criteri per il calcolo degli incrementi dei minimi salariali, non più erogati sulla base delle previsioni inflattive, ma a consuntivo su indici predefiniti e certamente identificabili. Lo scenario macro economico negli ultimi anni è profondamente mutato ed era per questo necessario costruire un nuovo sistema retributivo adeguato alle sfide che la filiera è chiamata ad affrontare. Siamo convinti che questo nuovo sistema sarà in grado di garantire alle aziende maggiore competitività in Italia e nel mondo, e ai lavoratori il recupero completo della perdita del potere di acquisto. L’accordo sottoscritto prevede inoltre un incremento delle ore in regime di flessibilità a disposizione delle aziende, un incremento delle quote relative a previdenza e sanità integrative ed un’apertura riguardo la possibilità di creare sistemi aziendali di welfare».

Ultima grave criticità: la crisi del credito. Dal vostro punto di vista che situazione riscontrate e come la valutate?

«I bilanci del nostro settore dimostrano che le imprese hanno ridotto l’accesso al credito: le grandi per scelta propria, le piccole per scelta delle banche. In realtà è auspicabile un ritorno al rapporto di fiducia tra le banche e le imprese che sono come vasi comunicanti, come si è visto in questa crisi che è stata aggravata dal credit crunch e che ha pesato sui bilanci bancari. Più che sugli effetti nocivi, è auspicabile che il legame del sistema si evidenzi negli effetti virtuosi di una finanza interessata all’economia reale e alle famiglie, che è stato la base della crescita italiana per 50 anni. I recenti dissesti bancari destano preoccupazione anche perché hanno all’origine una tendenza a finanziarizzare l’economia; tendenza che non sembra mutare».