Presidente di Credit Suisse Italy e partner di Egon Zehnder, una delle più note società di cacciatori di teste, ma anche uomo chiave di Confindustria, già numero uno degli industriali romani e dal maggio di quest’anno, con l’elezione di Giorgio Squinzi, vice presidente della Confindustria con deleghe pesanti come lo sviluppo economico.
Questo è il profilo di Aurelio Regina, l’imprenditore originario di Foggia che ha scalato le gerarchie di viale dell’Astronomia puntando su una visione moderna che vede nelle infrastrutture, materiali e soprattutto immateriali, lo strumento più efficace per far ripartire il Paese.

Presidente, Confindustria negli ultimi mesi è stata scettica sulla possibilità di tornare a crescere nel breve periodo. Cosa serve alle imprese italiane per liberarsi dalla zavorra della crisi? Quali sono gli interventi non più procrastinabili?
«Sfortunatamente le nostre valutazioni si sono rivelate giuste rispetto a quelle del Governo. Avevamo detto che il Pil sarebbe calato del 2,4%. È chiaro che siamo in una morsa molto stretta e si registra anche un leggero calo delle esportazioni legato a un rallentamento delle principali economie internazionali. La crescita dei Paesi emergenti, motore di sviluppo degli ultimi anni, ha cominciato a decelerare dall’inizio del 2012 a cominciare dai motori asiatici. La Cina progetta di crescere nel 2012 del 7,8%, un punto e mezzo in meno degli anni precedenti. E il dato è significativo perché ogni punto di mancata crescita della Cina per il sistema dell’Eurozona vale 30/40 miliardi.
Come risposta a questa cristi l’idea che l’Europa si “germanizzi”, e quindi punti tutto sulle esportazioni, non è realistica. Lo possono fare solo alcuni Paesi come l’Italia e ovviamente la Germania, fortemente strutturata sull’export, ma non è sufficiente per gli altri Stati. Quindi ci vogliono politiche volte a far ripartire i consumi interni all’Eurozona e in quei Paesi, come l’Italia, che hanno subito uno shock non solo economico ma anche emotivo. Del resto, la valutazione economica è purtroppo basata sui principali indicatori, dagli ordinativi alle vendite, che migliorano nella prima parte del 2013 ma non in misura tale da crescere. Ci auguriamo che il 2013 sia l’anno in cui si vada ad azzerare la decrescita in modo da ripartire».
Qual è la minaccia sul futuro che ad oggi preoccupa di più?
«Direi la disoccupazione che è figlia di un duplice fenomeno. Da un lato la gente che perde il posto di lavoro, dall’altro il sistema che moltiplica l’effetto. Nel nostro Paese una famiglia monoreddito si può permettere una moglie che sta nell’area della cosiddetta inoccupazione. Quando un coniuge perde il lavoro automaticamente anche l’altro si mette a cercarlo e quindi l’effetto della disoccupazione raddoppia. Purtroppo stimiamo per l’anno prossimo un ulteriore aumento sul fronte della disoccupazione, e probabilmente un altro punto in più di tasso di disoccupazione è prevedibile.
Il contesto è grave ed è aggravato da una crisi di accesso al credito e da un sistema sbilanciato troppo sul credito bancario piuttosto che su quello finanziario o su altre forme di finanziamento alle imprese. Di fronte al calo dei consumi, del livello di produttività (dall’aprile 2008 ad oggi abbiamo perso circa il 22,5% di capacità produttiva) e delle esportazioni, è aumentato quel differenziale con la Germania che tutti conosciamo come “spread”».
Come se ne esce?
«Il baluardo della tenuta dei conti pubblici va mantenuto e diventa un pilastro fondamentale. E in questo senso Confindustria ha responsabilmente supportato la riforma pensionistica. Dico responsabilmente perché quella riforma danneggia doppiamente le imprese: da un lato imponendo un costo del lavoro più alto dovuto ala presenza più diffusa di figure senior nelle imprese per le quali gli stipendi sono più elevati; e dall’altro chiedendo alle aziende di ristrutturare il proprio modello produttivo di fronte a una forza lavoro più anziana che deve essere riconvertita su nuovi processi. Oggi dobbiamo innescare tutte quelle energie che sono all’interno del sistema e che rimarrebbero altrimenti nel cassetto. Penso quindi agli incentivi sulla defiscalizzazione degli investimenti, al credito d’imposta sulla ricerca e innovazione, allo sblocco normativo e burocratico delle infrastrutture, al riassetto istituzionale del Paese. Tutte attività che si possono fare a saldo zero.
Anche la semplificazione burocratica, un’altra riforma a saldo zero, va fatta con coraggio e non deve arenarsi nelle code di fine legislatura. Inoltre bisogna continuare a lavorare sulla spending review perché diventi, com’è nelle aziende, una realtà quotidiana non fatta di tagli lineari ma di efficientamento della spesa.  
Dobbiamo sviluppare tutte le energie che oggi ci sono. A questo proposito sto lavorando con Confindustria sulla mappatura di tutte le opere private ferme non per mancanza di investimenti ma di autorizzazioni, veti locali, blocchi, ecc».
A suo avviso la forza produttiva italiana potrebbe tornare a crescere se aggredisse con più decisione questa opportunità? E soprattutto, siamo di fronte a una saturazione delle capacità attuali di export delle imprese italiane?
«È il mix delle due cose. La qualità e lo stile italiani sono ancora molto apprezzati. Guardando i dati dell’export il Sigaro Toscano registra quest’anno un +22,5% e continua un trend molto positivo. Naturalmente sono diminuite alcune esportazioni dovute al rallentamento economico di alcune aree importanti, ma dobbiamo anche dire che il limite strutturale del nostro modello che è fatto principalmente di piccole e medie imprese prima o poi arriverà a una maturazione anche su questo fronte. La risposta delle reti d’impresa è buona ma non sufficiente; così come l’idea di avere una nuova Agenzia più vicina ai bisogni delle Pmi è una buona risposta. Tutto questo non è tuttavia sufficiente perché la dimensione della piccola e media impresa è un fattore inibitorio rispetto alla complessità e alla competizione presenti sui mercati internazionali. Pur avendo un grande ruolo sui mercati esteri (ci attestiamo intorno al 3,5% di quote di commercio mondiale) sta quindi cominciando ad essere matura la capacità di export delle imprese italiane, perché quelle forti e autonome sono ormai presenti in tutti i Paesi, mentre le piccole hanno bisogno di essere assistite e culturalmente educate alle esportazioni».
Il capo economista del Gruppo Euler Hermes, Ludovic Subran, ha spiegato che, contrariamente a quanto avveniva in passato, molte aziende dei Paesi in via di sviluppo come quelle sudamericane chiedono che vengano assicurati i loro crediti quando vengono a fare affari in Europa perché si fidano meno della solvibilità delle imprese del Vecchio Continente. Si stanno veramente ribaltano gli equilibri e i pesi commerciali mondiali?
«Probabilmente è così. Che l’Europa faccia fatica e dia l’immagine di un continente un po’ stanco e con varie difficoltà mi sembra evidente, come è evidente nel giudizio dei mercati internazionali. Questo dato non sorprende anzi conferma una tendenza che spesso c’è negli operatori economico-finanziari ancor prima di quelli industriali, che invece hanno un indice di fiducia più elevato.
Il problema è più l’euro che i singoli Paesi perché molte imprese hanno la percezione che un investimento fatto in euro si possa svalutare nel breve termine. Questo è un tema al quale sono chiamate a rispondere le autorità monetarie e l’Unione europea accelerando la politica di coesione che va oltre la moneta unica».
Di contro, la montagna di crisi aziendali che giace sul tavolo del Ministero dello Sviluppo non indica che è forse il momento di pensare a un nuovo modello di sviluppo, più moderno e più innovativo?
«Siamo il secondo Paese manifatturiero europeo e una presenza importante a livello globale. Se domattina ci svegliassimo senza il nostro assetto industriale saremmo un Paese da terzo mondo perché, non avendo fatto investimenti infrastrutturali, non avremmo altra forza.
Quindi questo settore va preservato più di quanto i governi che si sono succeduti negli ultimi 20 anni abbiano fatto. Questo è uno dei pochi Paesi dove se chiede a un lavoratore quanto guadagna le dirà poco e se chiede a un datore di lavoro quanto paga per un lavoratore le dirà tanto. Ciò significa che non si sono create le condizioni per avvicinare il mondo del lavoro perché lo si è caricato di tasse come non è stato fatto in nessun altro Stato. Lo stesso per quanto riguarda la burocrazia, la mancata liberalizzazione del mercato e il rapporto tra la politica e le imprese. Molte crisi di oggi sono legate a questi fattori come nel caso del costo dell’energia, che viene mediamente pagata in Italia il 30% in più rispetto agli altri competitor europei come Francia e Germania.
Lo stesso si dica per la burocrazia che asfissia le imprese. Questo concetto lo ripete spesso il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi quando racconta che per aprire un’impresa chimica in Germania ci vogliono 5 autorizzazioni, mentre ne servono 46 in Italia».
Come mantenere allora la competitività del nostro sistema industriale?
«Da una parte sburocratizzando il Paese in maniera violenta. Serve uno shock di competitività, misure incisive anche a costo zero in cui si dà il segnale forte che il Paese vuole cambiare.
Sul tema del costo dell’energia dobbiamo avvicinarci almeno agli standard europei, quindi considerare il mondo manifatturiero a rischio in questo fronte. Poi lavorare in maniera forte sulle infrastrutture per sbloccare tutto quello che è sbloccabile. Ultimo pilastro è la ricerca e innovazione. Il Paese si è fermato e al blocco degli investimenti pubblici si è aggiunto quello degli investimenti privati. Oggi costruiamo le basi del futuro per mantenere quel livello di tecnologia e innovazione al quale i nostri prodotti sono abituati.
La politica industriale ha bisogno di tre elementi: ambizione, quindi riportare gli imprenditori a rischiare; concretezza, ossia cose facili e semplificazione burocratica; e una visione di lungo periodo. Quello che mi preoccupa non è lo spread finanziario ma quello culturale: mentre gli altri Paesi guardano al 2030 come termine di sviluppo noi guardiamo alle prossime elezioni politiche. Abbiamo una visione corta su tutto. Adesso fermiamo i motori per sei mesi in attesa delle elezioni. E la differenza sta proprio qui perché, mentre noi guardiamo al voto, gli altri non si fermano. Ma questo, purtroppo, è un grande tema culturale».