In quell’anno il governo comunista avvia la “Doi Moi”, la politica economica delle “porte aperte” che rivoluziona i rapporti commerciali internazionali. Da allora al 2014 il reddito medio pro capite passa da 100 a quasi 1.700 dollari.

Ancora molto poco, rispetto ai ritmi dei Paesi più sviluppati, ma abbastanza per convincere i principali analisti e tante multinazionali straniere che è arrivato il momento di investire sul Vietnam. Tra gli anni ’90 e oggi la percentuale della popolazione che vive in condizioni di estrema povertà è passata dal 60 al 3%, mentre per tutta l’ultima decade l’economia del Paese è cresciuta ad un ritmo medio del 6,4%. Non solo: tra il 2011 e il 2014 il tasso di inflazione si è ridotto pesantemente, dal 23 al 4,1%, mentre le esportazioni – durante lo scorso anno – hanno messo a segno un balzo positivo dell’11,6%, ben superiore rispetto all’andamento della regione. Il momento è strategico perché – come sottolinea l’ultimo Economic Outlook sul commercio globale di Euler Hermes – il Vietnam di oggi è come la Cina dei primi anni Duemila, un Paese agli albori di un’esplosione economica e di una profonda rivoluzione produttiva, trainata principalmente dal settore manifatturiero. E infatti, sempre lo stesso Report, inserisce il Vietnam tra i mercati più vitali con una crescita delle importazioni che, tra il 2015 e il 2016, potrebbe superare il 4,5%.
Un'immagine di Ho Chi Minh City

Guardando al futuro, il Rapporto congiunto siglato dal ministero degli Affari Esteri ed Enit prevede che il 2015 si chiuderà con una crescita del Pil nazionale del 6,4%. In termini assoluti questo significa passare da 138,4 a 155,6 miliardi di dollari, mentre quello pro-capite si innalzerà da 1.520 a 1.690. Anche i consumi dovrebbero migliorare di un 6,7%, mentre il rapporto debito pubblico/Pil potrebbe attestarsi al 53,8%.

Risultati importanti, che non sono stati sottovalutati dagli osservatori internazionali. La società di revisione PricewaterhouseCoopers ha ribadito che il Paese può diventare uno degli stati a più rapida crescita economica nel mondo. Un’affermazione confermata anche da Vikram Nehru, partner nel Programma Studi Economoci del Sud Est Asiatico presso il Canergie Endowment di Washington. «Ci sono tutti gli ingredienti per una rapida crescita economica – ha dichiarato Nehru – a patto che si sappiano affrontare le sfide nel settore statale».

E proprio sulle aziende pubbliche si concentra oggi la più complessa sfida politica dell’attuale governo vietnamita che ha annunciato l’intenzione di mettere sul mercato entro la fine del 2015 oltre 400 aziende. Il primo esperimento di questo enorme piano di privatizzazione risale al 14 novembre scorso quando il primo ministro Nguyen Tan Dung ha inaugurato l’"asta” sulla compagnia di bandiera Vietnam Airlines. Purtroppo l’operazione non è andata come previsto, la quota finita sul mercato è stata appena del 3,5%, e gli unici ad acquistarla sono state le banche locali, mentre nessun investitore internazionale si è fatto avanti.

Tuttavia questo non ha affossato del tutto l’ambizioso piano di privatizzazione delle aziende controllate dallo Stato che da sole valgono circa un terzo del Pil vietnamita. La presenza straniera vale infatti molto all’interno delle prospettive di crescita del Paese. Gli investimenti esteri rappresentano circa il 20% del Prodotto interno lordo e nel 2014 si sono attestati sui 20 miliardi di dollari, in flessione del 6,5% rispetto all’anno precedente. In quest’ottica il governo è intervenuto modificando le restrizioni commerciali e riducendo da 51 a 6 i settori che sono tradizionalmente esclusi dall’investimento privato, la cosiddetta negative list.

Inoltre, nel corso del Vietnam Business Forum proprio il primo ministro ha annunciato che, secondo le previsioni governative, il Paese chiuderà il 2015 con un aumento del Pil del 6% e di un 6,5% i prossimi quattro anni. Si tratta di stime leggermente meno ottimistiche rispetto a quelle degli osservatori internazionali, ma che confermano il trend generale. Ecco perché anche le agenzie di rating Fitch e Standard & Poor’s hanno migliorato i loro giudizi sul Paese, e Moody's ha portato il suo outlook sul sistema bancario da negativo a stabile.

Un'immagine della capitale, Hanoi

Analizzando le ragioni dei buoni risultati dell’economia vietnamita, un ruolo importante lo hanno sicuramente avuto le esportazioni. «La crescita – ha spiegato Tran Dinh Thien, direttore del Vietnam Institute of Economic di Hanoi – è stata supportata dalle esportazioni, soprattutto da quelle delle aziende straniere che hanno una sede in Vietnam». E infatti alcune grosse imprese come Samsung ed LG hanno aperto uno stabilimento nel Paese, sfruttando i bassi costi della manodopera. In questa corsa anche l’Italia ha fatto la sua parte. Le nostre esportazioni verso il Vietnam ammontavano alla fine del 2014 a 732 milioni di euro, con una crescita dell’8,7% rispetto al 2013. Ancora più sostanziose sono le importazioni, che alla fine dello scorso anno hanno raggiunto gli 1,9 miliardi.

Il Vietnam si presenta quindi come un territorio dove investire e dove l’accoglienza per le imprese straniere è ottima. Nonostante questo, la Banca Mondiale ha recentemente messo in guardia sugli aspetti ancora critici di uno sviluppo incompiuto. Tra questi, la scarsa domanda interna, un settore bancario appesantito dai livelli di debiti da ristrutturare e un numero record di fallimenti. Tutti problemi da risolvere per evitare che la corsa si rallenti.