Il primo ministro ha infatti conquistato la maggioranza della Camera alta del Parlamento giapponese e questo gli permetterà di governare con ancora maggiore libertà di scelta per i prossimi tre anni, portando avanti quelle riforme contro la stagnazione che i giornali e gli analisti hanno soprannominato ormai “Abenomic”.

Insieme agli Stati Uniti, e in particolare alla Federal Reserve (www.federalreserve.gov), il Giappone è il Paese che più di molti altri al mondo ha sposato negli ultimi mesi politiche monetarie espansive, puntando allo stimolo dell’economia attraverso un’iniezione di liquidità sul mercato. Del resto, tutta la politica di rilancio sposata da Shinzo Abe ha avuto come punto di partenza l’interventismo economico e monetario dello Stato. I tre pilastri delle riforme approvate prevedono:

  • una politica monetaria espansiva;

  • una maggiore flessibilità sulla politica fiscale;

  • una presenza massiccia della mano pubblica per favorire anche gli investimenti privati.

Tutto questo accantonando, almeno temporaneamente, il problema del debito pubblico accumulato che ha raggiunto in Giappone circa il 240% del Pil.

La strategia è totalmente opposta a quella dei Paesi dell’Unione europea dove il rigore monetario e l’attenzione a non sforare i vincoli sul debito sono invece un punto saldo intorno al quale costruire l’infrastruttura di riforme per rilanciare l’economia dopo la crisi. In realtà il Giappone ha potuto permettersi questa politica espansiva senza tenere in eccessivo conto il problema del debito proprio perché la quasi totalità di quest’ultimo (il 90%) è detenuto da investitori interni e non internazionali.

Per far capire la portata delle riforme messe in campo, il 4 aprile scorso Haruhiko Kuroda, il nuovo governatore della Bank of Japan (www.boj.or.jp), ha avviato un programma di iniezione di denaro liquidosul mercato e ha annunciato tre nuovi interventi:il raddoppio della base monetaria entro due anni, nuovi acquisti di titoli di stato e un incremento degli acquisti di asset più rischiosi. A questo si aggiunge la scelta di mantenere il tasso di interesse praticamente a 0 almeno finché l’inflazione non abbia raggiunto il 2%.

Per certi aspetti gli Stati Uniti, sotto la guida dell’Amministrazione Obama, hanno fatto qualcosa di simile. La politica monetaria espansiva della Federal Reserve, detta Quantitative Easing (QE), si avvicina a quella giapponese. La politica di QE si basa di fatto sulla creazione di denaro da parte della banca centrale e sulla sua iniezione nel sistema finanziario attraverso l’acquisto di titoli di credito o di titoli di stato. Nella prima fase della crisi la Fed ha usato questo denaro per acquistare i titoli tossici delle banche, mentre nell’ultimo periodo le operazioni di acquisto si sono spostate sui titoli di stato.
Il risultato è che dall’inizio della crisi la banca centrale americana ha inondato l’economia di liquidità spingendo affinché questa enorme montagna di denaro favorisse nuovi investimenti e una riduzione della disoccupazione. A questo punto però, almeno negli Usa, il rischio di inflazione è tangibile, e proprio per questa ragione nel giugno scorso il presidente della Fed, Ben Bernanke, ha annunciato un possibile stop all’acquisto dei titoli di stato a partire dal 2014.
E proprio Bernanke, interrogato sull’opportunità di proseguire nel solco di una politica monetaria espansiva, ha recentemente dichiarato: «una prematura stretta sulla politica monetaria porterebbe il rischio di un rallentamento o una fine della ripresa economica e farebbe scendere ulteriormente l’inflazione. La Fed ridurrà gradualmente il ritmo degli acquisti di 'asset' se il mercato del lavoro migliora in maniera concreta e sostenibile».

Acquistare asset significa di fatto stampare moneta proprio perché la Fed acquista direttamente il debito pubblico americano. Una possibilità che non è permessa alla Banca Centrale Europea, la quale non può acquistare direttamente il debito dei Paesi dell’Unione, ma deve farlo sul mercato finanziario come qualunque altro investitore.
Le politiche espansive di Usa e Giappone sono arrivate al punto che la Fed compra titoli di stato per 85 miliardi di dollari al mese, e la Bank of Japan anche per il doppio. A questo proposito, il governatore nipponico ha confermato: «la banca supporterà i positivi movimenti nell’attività economica e nei mercati finanziari, contribuendo a un rialzo delle aspettative di inflazione, e guiderà l’economia giapponese verso il superamento della crisi e della deflazione che è durata per quasi 15 anni».

Quello che a molti osservatori sfugge è che le tre più grandi economie mondiali (Usa, Giappone ed Europa) e le loro politiche monetarie non possono essere confrontate, perché in realtà partono da condizioni molto diverse tra loro. Mentre quella degli Stati Uniti è una crisi ciclica e quindi può essere combattuta con politiche espansive ed anticicliche, quella di molti Paesi europei, a cominciare dall’Italia, appare sempre più una crisi strutturale che si è aggravata con la recessione internazionale. La crescita vicina allo zero è un fenomeno che si protrae ormai da molti anni, decisamente prima rispetto allo scoppio della bolla finanziaria del 2008, e questo conferma che di fronte a queste realtà le politiche fiscali e monetarie espansive servono a ben poco se prima non si agisce sui fondamentali, favorendo una serie di riforme strutturali in grado di rendere il Paese e le sue aziende più competitivi.

Nonostante questo postulato il Giappone ha deciso di sposare la strada della presenza massiccia dello Stato, una scelta economica che non ha ancora portato i risultati desiderati. I detrattori di queste politiche ricordano anche che negli Stati Uniti l’economia è ripartita ma a ritmi ancora molto bassi (circa il 2,5% annuo), i tassi sui mutui bancari sono ancora elevati così come la disoccupazione che non scende sotto il 7%. E questo a fronte di un indebitamento della Federal Reserve pari a circa 2,4 bilioni di dollari in titoli di stato.
In definitiva nessun grande Paese ha ancora trovato la ricetta miracolosa per far ripartire l’economia. Stati Uniti e Giappone hanno scelto la via dell’indebitamento e degli stimoli diretti al mercato, ma la risposta sull’effettiva efficacia dei modelli adottati arriverà solo tra qualche anno.