Da un lato il Paese si conferma una delle economie più forti del continente africano, se non la più forte, con un elevato livello di finanziarizzazione del sistema produttivo e bancario e una presenza massiccia di industrie; dall’altro le politiche espansive del governo non hanno dato una grossa spinta alla crescita, limitandosi a far aumentare l’inflazione, il deficit e il debito.

La Banca Centrale del Sudafrica, nel suo ultimo Report, ha confermato il mantenimento del tasso di riferimento al 5,75%, dopo i rincari del 2014, e ha rivisto la stima dell’inflazione al ribasso, intorno al 5,3% per il 2015.

Intanto però i dati macroeconomici non sono confortanti. Sempre le stime della Banca Centrale prevedono per il 2015 un aumento del Pil dell’1,4%, il dato più basso dall’inizio della recessione del 2009. A conforto dei numeri della Banca Centrale concorrono anche i dati dell’Economic Outlook 2015 di Euler Hermes. Nel documento si legge che, tra il 2009 e il 2013, la crescita media annuale del Pil è stata del 3,3%, più bassa della media dei Paesi emergenti. «Questo risultato – spiega l’Economic Outlook – riflette in parte la debolezza sul mercato mondiale nella domanda di commodities, ma anche fattori interni strutturali, come le diseguaglianze, la vulnerabilità del mercato del lavoro, l’inflazione crescente».

La frenata viene confermata dalle istituzioni finanziarie internazionali che, dopo aver inserito il Paese nella categoria dei Brics (insieme a Brasile, Russia, Cina e India), hanno rilevato alcune significative criticità emerse negli ultimi mesi. L’ultimo staff report del Fondo Monetario Internazionale sottolinea che tra i grandi Paesi emergenti, il Sudafrica è quello che ha subito il più vistoso rallentamento della crescita. La conseguenza immediata delle difficoltà economiche degli ultimi mesi è stata la crescente disoccupazione, che ormai ha raggiunto quota 25% (34% se si considera anche chi ha smesso di cercare lavoro). Al problema del lavoro si è aggiunto l’aumento del deficit fiscale e di conto corrente, due elementi che rendono gli investitori internazionali sempre più guardinghi.

«Una liquidità abbondante – si legge nel Report dell’Fmi – ha finora provveduto a finanziare questo deficit, ma lo stop di afflussi di capitale che si è verificato a maggio 2013 ha mostrato quanto le vulnerabilità interne siano capaci di amplificare gli shock esterni».


In realtà, problemi e criticità non sono nuovi, ma hanno cominciato a far sentire i loro effetti già dal 2012, quando sono emerse le prime tensioni nel settore minerario, uno dei più importanti per l’economia nazionale. Ancora una volta sono i confronti a fare più male: a fronte di una crescita media (dal 2009 ad oggi) del Pil delle altre economie emergenti pari al 5%, il rialzo del Sudafrica si è fermato al 3. Tra l’altro, la crescita del prodotto interno lordo registrata tra il 2009 e il 2013 è stata in parte “dopata” dalla spesa pubblica. Gli investimenti dello Stato hanno infatti rappresentato il 40% della crescita generale del Pil, favorendo la domanda interna che è cresciuta in modo molto più consistente rispetto al reddito.

A spingere l’economia sono stati anche i livelli bassissimi dei tassi di interesse, che tuttavia hanno portato con sé una serie di effetti negativi. L’ampia disponibilità di credito ha così sostenuto il consumo privato, mentre gli investimenti delle imprese sono rimasti bassi. L’aumento del credito alle famiglie è stato tale da innalzare al 76% la quota di debiti rispetto al totale del reddito disponibile (era il 30% nel 2002).

«Alti tassi e debole crescita dei redditi – torna a spiegare il Fondo monetario – possono mettere sotto pressione la capacità delle famiglie di ripagare i debiti». Il boom dei prestiti, iniziato prima del 2008, è proseguito anche negli anni della crisi. Se infatti fino al 2007 le concessioni di mutui sono aumentate in media del 22% all’anno, da quel momento in poi, mentre si riducevano i crediti assicurati, hanno cominciato ad aumentare quelli non assicurati, come i prestiti personali, che sono quadruplicati. Ad oggi il credito non assicurato rappresenta il 12% del totale dell’esposizione bancaria e cresce annualmente del 25%.

la statua dedicata a Nelson Mandela

Altra criticità è rappresentata dal massiccio afflusso di capitale estero, favorito dagli elevati rendimenti locali, che tuttavia ha contribuito a far lievitare il deficit di conto corrente, mentre la moneta nazionale si è svalutata del 23%. A conferma della capillare presenza della finanza internazionale, basti pensare che il 36% dei bond pubblici emessi dal governo è in mano agli stranieri (era il 13% nel 2008) e che il debito estero rappresenta ormai il 32% del Pil.

Ma a parte le politiche monetarie, l’andamento dell’economia mondiale e la propensione internazionale agli investimenti, il vero handicap del Sudafrica rimane legato alle profonde diseguaglianze sociali che ancora oggi segnano il Paese. Lo conferma anche il Fondo Monetario Internazionale affermando che «negli anni recenti una crescita più lenta ha aggravato l’elevata disoccupazione, le diseguaglianze e le vulnerabilità». Tutto questo ha contribuito ad accrescere il malessere sociale. Lo scorso anno la polizia ha registrato 12.399 manifestazioni di piazza che hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine. Di queste, 1.882 sono stati veri e propri disordini. Del resto, il sistema di welfare, anche se molto più equo che in passato, raggiunge solo il 50% della popolazione.

Dati in parte preoccupanti che, tuttavia, non cancellano i fondamentali passi in avanti compiuti negli ultimi anni. Nel 1993 la classe media rappresentava appena l’8,3% della popolazione totale; oggi sfiora il 14% e tutte le previsioni dicono che continuerà a crescere. Sempre negli anni ’90 solo il 10% di questa classe media era costituito dalla popolazione di colore, mentre oggi ha superato la soglia del 40%.

Il cammino è faticoso, eppure il Paese e le sue forze sociali non si sono mai fermati e nonostante le questioni aperte, gli analisti internazionali sono convinti che il Sudafrica sarà una delle frontiere economiche del terzo millennio.

Un concetto ribadito anche dall’inglese BBC che ha intervistato una serie di imprenditori che guidano grosse corporation mondiali. Sono infatti numerose le multinazionali che hanno scelto di investire e di mettere radici nel Paese. Tra queste Colgate, Pantene, Acquafresh, Nivea, Heineken, Toyota, Volkswagen e colossi tecnologici come Samsung.

A questa capacità attrattiva si aggiunge inoltre l’incredibile ricchezza di materie prime. Il Sudafrica è infatti uno dei maggiori produttori mondiali di materiali pregiati: è uno dei primi al mondo nell’estrazione dell’oro, ai primi posti per i diamanti (in Sudafrica ha sede la De Beers Consolidates Mines, la più grossa compagnia mondiale nella lavorazione e commercio diamantifero), e ancora leader nella produzione di cromo, platino, vanadio, manganese. I primi giacimenti di oro furono scoperti alla fine del XIX secolo nella regione del Witwatersrand e oggi, insieme alle tante miniere presenti nel Paese, danno lavoro a qualche centinaia di migliaia di persone.

Una ricchezza incredibile, che si aggiunge a molte altre, e rappresenta una solida base per trainare la crescita del Paese. Nell’attesa che il Sudafrica si trasformi da luccicante promessa e solida realtà.