L’export agroalimentare italiano è da sempre celebrato come uno dei motori trainanti dell’economia tricolore, con tanto di anno record nel 2017 in cui per la prima volta le vendite di cibo e vino oltre i confini hanno superato i 40 miliardi. L’andamento dell’export italiano in questo settore è un vanto ma, proprio nel momento in cui il Belpaese stava spiccando il volo, ecco arrivare i primi problemi dalla Grande Madre Russia. Tradizionalmente l’Italia è sempre stata il suo secondo partner commerciale UE dopo la Germania e le esportazioni in Russia di prodotti agroalimentari, nel 2018, hanno generato un fatturato pari a 552 milioni di euro. L’Italia avrebbe potuto in questi anni generare fatturati ben più alti, se non fosse che sulle esportazioni italiane in Russia incombe un embargo che dura ormai da cinque anni in seguito alla crisi ucraina.

Scambi commerciali Italia-Russia in pericolo

Esportare in Russia prodotti alimentari non sarà più la stessa cosa da quando Mosca ha esercitato il diritto di veto sui prodotti agroalimentari che provengono dall’Unione Europea. L’agroalimentare italiano aveva trovato nella Russia una fedele estimatrice, ma dopo l’annessione della Crimea tutto è cambiato. L’Unione Europea ha approvato pesanti sanzioni economiche alla Russia che, d’altro canto, nel 2014 ha risposto con l’embargo di prodotti alimentari europei, americani, canadesi e australiani. Da allora per le aziende italiane che esportano in Russia prodotti agroalimentari è stata una vera e propria debacle: dal 2014 a oggi l’export di cibo italiano è sceso del 26%, accusando una perdita economica di 153 milioni rispetto ai valori pre-embargo. Il valore delle esportazioni di prodotti agricoli e alimentari verso la Russia, secondo l’analisi del Centro Studi Confagricoltura, ha toccato picchi di 705 milioni di euro nel 2013, per poi sprofondare sotto i colpi delle misure restrittive adottate dal Cremlino nei confronti della UE. E pensare che in Europa l’Italia è uno dei Paesi che ha retto meglio l’urto dell’embargo. Ma quali sono i numeri del danno economico inflitto alle aziende tricolori? Si stima che le esportazioni agroalimentari italiane abbiano perso oltre un miliardo di euro dall’inizio dell’embargo. Però il dato che preoccupa maggiormente le imprese italiane del settore agroalimentare è un altro: senza misure restrittive da parte di Mosca, si stima che l’export agroalimentare italiano sarebbe cresciuto agli stessi ritmi degli anni precedenti (+22% di media). Quindi la perdita ipotizzata sale addirittura a 3,7 miliardi di euro. E il dato potrebbe aggravarsi ancora di più se l’embargo non terminerà dopo il 31 dicembre 2019, come da decreto firmato da Vladimir Putin.

Porto di Genova

L’embargo russo mette in crisi le aziende italiane

L’Italia, purtroppo, ha subìto gravi conseguenze economiche da tutta questa situazione. Nel periodo 2009-2013, le esportazioni verso la Russia erano in ascesa (+111%); un cambio di rotta repentino c’è stato dopo l’attuazione dell’embargo, in cui il valore delle esportazioni di prodotti agricoli e alimentari verso Mosca si è ridotto fino a 381 milioni di euro (2015) per poi tornare a crescere fino a 552 milioni di euro (2018). Dal 2013 al 2018 le esportazioni italiane in Russia di carni, ortaggi e frutta sono state completamente azzerate. Dal 2014, infatti, Putin ha imposto lo stop alle importazioni di carne (bovina, suina e di pollo), pesce, crostacei, latte, formaggi, ortaggi, tuberi, salsicce, salami e altro ancora, con qualche piccola eccezione. Perciò i settori produttivi italiani più in perdita a causa dell’embargo sono stati quelli della frutta (-100%), delle carni (-99,9%) e degli ortaggi (-99,7%); al seguito si trovano il latte e derivati (-93%) e le preparazioni di cereali (-31,3%). Il Centro Studi Confagricoltura ha anche analizzato quali regioni italiane sono state le più colpite. Prime tra tutte quelle del Centro-Nord, con l’Emilia-Romagna che ha visto nel 2018 una perdita di 67 milioni di euro rispetto al 2013; seguono Piemonte (- 42 milioni) e il Veneto (- 40 milioni). A sorpresa invece ci sono cinque regioni che dopo l’embargo russo sono cresciute, seppure di pochi milioni di euro in termini assoluti: Lazio, Toscana, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Molise.


Uno sguardo all’export agroalimentare Made in Italy

L'Italia ha avuto sempre un ruolo di primo piano nel commercio agroalimentare a livello internazionale, ma il calo dei consumi domestici dovuto alla crisi economica ha portato le imprese italiane a rivolgersi verso il consumatore straniero. Nonostante l’apprezzamento dei cibi italiani all’estero, l’Italia si classifica solamente quinta per export in Europa dietro Olanda, Germania, Francia e Spagna. La brand reputation del “Made in Italy” da sola, quindi, non è sufficiente per affrontare i mercati internazionali e garantire una leadership salda. Il cibo italiano, infatti, non viaggia così distante dal Paese di provenienza: i due terzi dell’export agroalimentare si rivolgono ad altri Paesi dell’UE, mentre la restante quota va verso America, altri paesi europei, Asia, Africa. Ed è proprio verso questi mercati che l’export è cresciuto maggiormente nell’ultimo decennio: + 229% verso il Medio Oriente, + 197% verso l’Asia centrale, +163% verso l’Asia Orientale e +123% nei paesi del centro-sud America. Nonostante il protezionismo, quindi, le previsioni future sulle esportazioni italiane sono positive: per i prossimi cinque anni è prevista una crescita dei consumi alimentari in molti dei principali mercati mondiali (USA, Cina, India, Russia, Corea del Sud, Canada), grazie soprattutto alla stipula di singoli accordi sulle filiere del cibo che hanno dimostrato di funzionare.