Da continente in via di sviluppo a polveriera mondiale. Il Sud America è sempre più indebolito da unincessante crisi che coinvolge tutti i principali Stati, dalla Bolivia al Venezuela, dallEcuador al Cile, fino al Brasile e allArgentina. Ovunque il popolo scende in strada e si arma rivoltandosi contro quellestablishment che lha portato alla disperazione, in un vortice di miseria e violenza, di corruzione e di autoritarismo che pare ormai inarrestabile. Le cause che legano le rivolte nel Sud America sono comuni: la disuguaglianza sociale, la mancanza di lavoro, il potere dacquisto che si assottiglia, lavanzata dei populismi, i governi corrotti e che reprimono con la violenza le proteste.

America Latina oggi, tra crisi economica e rivolte popolari

Un effetto domino, quasi un “contagio” tra rivolte, dove è sempre la situazione economica a dettare legge sulla politica, a decretarne successi e sconfitte. In questo caso le sconfitte si stanno dimostrando più diffuse delle vittorie e la popolazione insorge. A luglio il Fondo Monetario Internazionale aveva predetto un arresto dello sviluppo in Sud America, portando il tasso di crescita economica sudamericana dall’1,4% allo 0,6%, fino addirittura ad arrivare allo 0,2%. Uno dei fattori che ha contribuito a questo brusco arresto è sicuramente la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, nonché la politica trumpiana isolazionista, che sempre meno si è interessata alle politiche economiche di Paesi come Colombia, Brasile, Cile, Ecuador o Argentina. Dal 2000 in poi gli Stati sudamericani avevano goduto di una forte spinta che è andata rallentando in parallelo con l’esaurimento delle commodities, le risorse che hanno portato a uno stop della crescita e un aumento del debito pubblico. Col passare degli anni, i nodi sono venuti al pettine e la stagnazione economica ha travolto i governi attuali degli Stati, principalmente conservatori e di destra populista, che non sono riusciti, come i predecessori, a mantenere le promesse legate alla crescita, alla trasparenza e alle riforme di mercato. I presidenti degli Stati sudamericani sono sempre più schiacciati tra la necessità di imporre cambi di rotta e l’incapacità di poterli realizzare. Attualmente, infatti, si sta delineando una situazione opposta a quella auspicata: ci sono governi impopolari con problemi fiscali che devono scontrarsi con elettori furiosi e stanchi. La popolazione rischia di diventare sempre più povera, i ceti medi sono al limite del collasso, i rincari dei servizi pubblici gravano sulle tasche dei cittadini, i beni di prima necessità scarseggiano, la corruzione dilaga e ogni riforma risulta inefficace per risorgere da questo immobilismo politico ed economico. Ad oggi il 40% della popolazione sudamericana vive in condizione di povertà o addirittura estrema povertà, ai massimi da dieci anni. La stagnazione economica è, perciò, la chiave di lettura delle rivolte dei popoli sudamericani.

Dai nuovi desaparecidos in Cile alle proteste in Ecuador

Simbolo delle rivolte in Sudamerica è il Cile, considerato il più ricco ma anche il secondo Paese più diseguale al mondo dopo il Qatar, che a tratti sta rivivendo gli anni bui della dittatura di Pinochet. La disuguaglianza e i rincari, poi sospesi, dei trasporti hanno portato migliaia di persone, soprattutto studenti, nelle piazze di Santiago, dove la situazione diventa sempre più drammatica e violenta. Migliaia di arresti, feriti, morti, torture, diritti umani violati e desaparecidos: nonostante tutto la protesta cilena prosegue a colpi di scioperi generali, saccheggi, atti di vandalismo e scontri con la polizia ma il pugno duro del Presidente Piñera si è fatto sentire con l’annuncio di un progetto di legge per utilizzare delle forze armate senza necessità di decretare lo stato di emergenza. Il tutto per intimidire i manifestanti e tenere sotto controllo le grandi infrastrutture come le centrali elettriche che, se decidessero di scioperare, metterebbero in ginocchio il suo governo e l’intero Paese. Le proteste in Ecuador hanno dinamiche simili, dato che i violenti scontri tra la polizia e i cittadini sono nati dalle strategie di austerità attuate dal governo di Moreno, poi annullate, che avrebbero portato all’eliminazione dei tradizionali sussidi sulla benzina pari a 1,3 miliardi. Gli scontri in Colombia, invece, vedono protagonisti non solo i cittadini scesi in piazza contro le politiche del governo di destra di Duque, contro la corruzione, il divario crescente tra ricchi e poveri e gli omicidi tra i leader contadini, ma anche le FARC, le Forze rivoluzionarie della Colombia. Il Presidente, dal canto suo, ha annunciato il coprifuoco e schierato l’esercito in strada.

La crisi venezuelana

La situazione non è delle migliori neanche in Venezuela. L’inflazione ha fatto precipitare il Paese nel baratro e la recessione ha spinto al popolazione a vivere in condizioni disperate. Inoltre, dal 2015 ad oggi 4,5 milioni di venezuelani hanno deciso di fuggire dal loro Paese, cercando fortuna altrove. È il più grande esodo di massa della storia moderna dell’America Latina. A causa della crisi venezuelana si stima che il 94% della popolazione (circa 30 milioni) viva in uno stato di insicurezza alimentare e che l’82% non abbia accesso ad acque sicure e potabili. Le condizioni di vita sono drammatiche: il tasso di mortalità materna tocca il 65% e sono sempre meno le strutture sanitarie adeguate; inoltre il sistema scolastico è al collasso con metà dei professori che è fuggita e i rimanenti che scendono in piazza per protestare. A monte di ciò, la situazione politica in Venezuela disastrosa a causa dello scontro tra Nicolas Maduro, erede di Chavez e vincitore delle ultime elezioni, e gli Stati Uniti, sostenitori del colpo di stato (non andato a buon fine) del leader dell’opposizione Juan Guaidò dello scorso gennaio.

La situazione economica argentina e il Brasile di Bolsonaro

Nonostante i malumori non siano ancora sfociati in proteste di piazza, anche in Argentina e in Brasile la situazione economica non è delle migliori. In Argentina le urne hanno riportato il Paese al peronismo, scalzando il conservatore Mauricio Macrì, presidente uscente, colpevole di non aver mantenuto le promesse di una ripresa economica che non c’è mai stata. La nuova ascesa della sinistra argentina con Alberto Fernandez, però, riporta in prima linea l’ex presidente Cristina Kirchner, considerata da molti una delle cause principali della profonda crisi economica argentina. A testimonianza del suo percorso controverso in qualità di Presidente dell’Argentina ci sono le numerose inchieste giudiziarie per corruzione che la vedono protagonista e gli illeciti nella gestione delle opere pubbliche. Fernandez, però, rappresenta il punto di contatto tra peronisti e anti-peronisti, poiché collaborerà insieme all’opposizione di Macrì per far uscire l’Argentina dalla recessione che per mesi ha portato a una profonda svalutazione della moneta locale. L’ondata di corruzione e di conseguente malcontento riguarda anche il Brasile che già tra il 2015 e il 2016 aveva affrontato una dura recessione. La ripresa da allora è stata lenta e molto debole e l’ascesa del leader di estrema destra Bolsonaro, con le sue politiche controverse, rischia di infliggere un altro duro colpo al Paese. I consistenti tagli all’istruzione e la riforma del sistema pensionistico hanno scatenato non poche polemiche tra i brasiliani e tra gli stessi compagni di partito del Presidente, il quale deve affrontare anche la gravissima vicenda degli incendi in Amazzonia e la questione legata alla sicurezza nazionale e alle operazioni di polizia che dallo scorso gennaio hanno provocato la morte di più di 1200 persone.