I muri non sono solo fisici. Nell’epoca delle grandi barriere ce ne sono alcune, all’apparenza invisibili, contro le quali le imprese italiane rischiano di scontrarsi, vanificando gli ottimi risultati ottenuti dall’export negli ultimi anni. Sono i muri del protezionismo, in certi casi sbandierati come slogan politici, in molti altri applicati veramente come dimostrano le oltre 8mila misure discriminatorie su prodotti commerciali prese tra il novembre 2008 e il settembre 2017.

Guardando in giro per il mondo, la posizione più netta sulla questione è quella presa dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. L’amministrazione americana ha dato un chiaro indirizzo alle scelte di politica commerciale per cercare di riequilibrare gli 800 miliardi di dollari di disavanzo commerciale di cui circa il 47% nei confronti della Cina e il 9% del Messico. I dazi Usa hanno al momento colpito circa il 10% delle esportazioni cinesi in territorio americano innescando, come reazione, una progressiva svalutazione dello yuan. Ma la battaglia degli Usa sui dazi non colpisce solo la Cina.


Vladimir Putin e Donald Trump

Dall’inizio del 2018 sono state introdotte altre misure sull’acciaio del 25% e sull’alluminio del 10%, che riguardano anche il nostro Paese. Secondo Federacciai - l’organizzazione degli industriali siderurgici - il Belpaese è il quinto esportatore verso gli Usa per quanto riguarda prodotti e semi lavorati di acciaio e alluminio. Circa 500mila tonnellate per un fatturato di poco più di 650 milioni di euro. Il 2% della produzione, che in totale conta 24 milioni di tonnellate di acciaio nel 2017. Un campanello d’allarme che sembra ancora gestibile, se non fosse per il timore di un’escalation che potrebbe colpire anche altri comparti, come i mezzi di trasporto (che valgono 8,14 miliardi di euro di export verso l’America), alimentare e moda (7 miliardi), macchinari (6,75 miliardi), prodotti farmaceutici (2,85 miliardi) e comparto metallurgico (2,3 miliardi).

A rispondere ai dazi su alluminio ed acciaio anche Mosca, che ha deciso di reagire introducendo delle imposte dal 25 al 40% del valore sull'importazione di alcuni prodotti statunitensi per i quali in Russia vengono creati dei beni analoghi. Ad essere colpiti sono stati alcuni macchinari per la costruzione delle strade, attrezzature del settore degli idrocarburi, le fibre ottiche, apparecchiature per la lavorazione dei metalli e per la perforazione delle rocce. Il minimo quindi, visto che il danno delle restrizioni commerciali americane per gli esportatori russi è stimato in 537,6 milioni di dollari, mentre le nuove imposte russe su certe importazioni dagli Usa porteranno nelle casse di Mosca una somma nettamente inferiore, cioè 87,6 milioni di dollari.



Anche con l’Italia i rapporti sono difficili in termini di export, da quando nel 2014 l’Unione Europea ha imposto delle sanzioni nei confronti della Russia per la guerra in Ucraina. Di conseguenza Putin ha introdotto l’embargo totale per un importante lista di prodotti agroalimentari, colpendo così numerose eccellenze italiane con una perdita nell’export calcolata in 3,6 miliardi. E infatti l’export italiano verso la federazione russa è passato da 10,7 miliardi del 2013, a poco meno di 8 miliardi nel 2017. Ma non solo. Lo stop delle importazioni dall’Italia ha fatto sì che in Russia scoppiasse anche un boom nella produzione locale di prodotti Made in Italy, chiaramente contraffatti.

Un’altra questione di geopolitica che coinvolge gli scambi commerciali internazionali è quella dell’Iran, in merito alla quale l’amministrazione Trump ha annunciato il ritiro degli USA dalla storica intesa con Teheran siglata il 14 luglio 2015, quando il presidente era ancora Barack Obama. A questo è seguito l’annuncio dell’applicazione di nuove sanzioni al regime iraniano e la minaccia di ritorsioni economiche per tutti i Paesi che aiuteranno l’Iran sul nucleare.

Lo stabilisce il “principio di extraterritorialità” delle leggi americane, in base al quale gli USA possono sanzionare le imprese estere che fanno affari con Paesi sotto embargo se hanno rapporti con gli Stati Uniti o se usano dollari per le transizioni. Questo per l’Italia può avere un costo significativo, non solo per gli scambi sul petrolio (l’Eni è presente in Iran dal 1957), ma per i rapporti commerciali in generale. L’interscambio tra l’Italia e l’Iran ha raggiunto infatti un valore di oltre 3 miliardi di euro.

Nonostante i segnali distensivi degli ultimi giorni tra Ue ed Europa, la Trade War rischia di sfociare in un’escalation protezionistica dalle dimensioni mondiali, con conseguenze in termini di crescita globale, debolezze finanziarie, tensioni commerciali e geopolitiche, squilibri e diseguaglianze.