Sono entrambi messicani. Due fotografie dello stesso Paese, due storie di vita che raccontano molto di uno Stato che da un lato mostra un grande dinamismo economico e dall’altro deve ancora fare i conti con un sistema criminale tra i più pericolosi al mondo.


Ma nonostante la lotta del governo contro i cartelli della droga non sia ancora vinta, quello che il mondo vede è la corsa del Messico tra i Paesi più sviluppati, e i suoi ritmi di crescita che lo hanno fatto entrare di diritto tra le economie più attraenti oggi sul mercato.

Ne è convinto anche Thomas Friedman, columnist del New York Times e premio Nobel per l’Economia. «Ho parlato con molta gente – ha scritto Friedman – ho visitato i centri di eccellenza a Monterrey, e ne sono convinto, il Messico sarà la forza economica dominante di questo secolo». E qualcun altro, oltre a lui, se ne è già accorto. Lo ha fatto la Fiat che ha scelto di usare le proprie fabbriche messicane per fornire pezzi alla 500, che viene poi esportata in Cina. E lo ha fatto il Financial Times, secondo il quale il Messico esporta più manufatti di tutta l’America Latina. E questo – sempre secondo il giornale britannico – perché ha approfittato della crisi degli anni ’90 per rinnovarsi e per aver firmato 44 accordi di libero scambio in giro per il mondo, il doppio della Cina e quattro volte il Brasile.

Il suo percorso virtuoso inizia diversi anni fa, ma il suo nome compare per la prima volta nell’agenda degli analisti internazionali nel 2011 quando l’economista-guru di Goldman Sachs, Jim O’Neill, ha coniato il termine Mink (oggi conosciuto al mondo come Mist) che indicava in Messico, Indonesia, South Corea e Turchia il nuovo gruppo di Paesi emergenti.

Da quel momento, i fari della finanza e della grande industria internazionale sono stati puntati sul Messico, l’economia più grande tra le quattro, divenuta una potenza industriale grazie anche all’ingresso nel Nafta (il North America Free Trade Agreement). In pochi anni l’immagine del Paese campesino è stata consegnata alle cronache: oggi il Messico è il più grande produttore mondiale di televisori, il terzo di computer e il secondo produttore del continente americano (dopo gli Usa) di automobili.

Ma sono i dati macroeconomici che colpiscono: l’economia messicana cresce da anni a un ritmo del 4%, vanta un interscambio con gli Stati Uniti pari a 500 miliardi di dollari, ha una forza lavoro competitiva ed è sempre più aperta al mondo. In quattro anni (dal 2010 al 2013) il Pil è passato da 1.034 a 1.333 miliardi di dollari e, secondo le previsioni dell’Ocse, arriverà a fine 2014 a 1.471 miliardi con una crescita annuale del 3,8%. Nello stesso periodo il Pil pro-capite è passato da 16.303 a 19.663 dollari e il debito pubblico si è mantenuto basso al 35,5% del Prodotto interno lordo. Anche i consumi, uno dei problemi più gravi per le economie sviluppate, sono rimasti forti e sono cresciuti del 3,9% nel 2013. La stessa percentuale di crescita è prevista per l’anno in corso.

Tutto questo ha portato il Messico ad essere considerato la 14esima economia mondiale e una delle grandi promesse per il prossimo futuro. La sua struttura produttiva è spaccata a metà: da un lato una forte presenza di grandi imprese manifatturiere, a capitale prevalentemente straniero e con elevati standard tecnologici, e dall’altro un numero notevole di Pmi che non hanno la struttura adatta per competere sui mercati internazionali.

Proprio a loro guarda oggi il governo messicano che sta cercando di adottare una serie di misure economiche che ne migliorino la competitività e favoriscano il loro accesso al credito a medio e lungo termine. Questo processo dovrebbe essere favorito – come spiega l’ultimo rapporto dell’Ice (l’Istituto del commercio estero italiano) – dal recente ingresso nel Paese di alcuni protagonisti della finanza mondiale come HSBC, BBV, Santander, ING e Citybank.

Accanto all’economia legale, ha un peso ancora rilevante il lavoro nero. Le ultime stime parlano di 11 milioni di cittadini che vivono di occupazioni non formalmente registrate e che rappresentano circa il 27% della popolazione attiva del Paese. Inoltre, le rimesse degli emigrati costituiscono ancora una fetta importante della ricchezza nazionale e sono la seconda fonte di valuta estera, dopo gli ingressi petroliferi e prima degli investimenti esteri e del turismo. Secondo le statistiche internazionali, il Messico riceve dai suoi emigrati circa il 16% del totale mondiale delle rimesse, collocandosi al primo posto della graduatoria internazionale.

Per quanto riguarda il peso nel commercio mondiale, un ruolo centrale è svolto da un numero contenuto di grandi aziende. Le imprese esportatrici sono calate negli ultimi anni e sono passate tra il 2000 e il 2012 da 37.745 a 35.600. Nel 2012, oltre il 50% delle vendite estere è stato generato da appena 44 grandi imprese.

La concentrazione dell’economia in poche mani è una forza ma anche un punto di debolezza dell’economia messicana che si stringe intorno al potere e all’influenza dei magnati come Carlos Slim, il re delle telecomunicazioni indicato da Forbes come l’uomo più ricco del mondo.


Guardando invece ai rapporti commerciali, la bilancia è strutturalmente in attivo per l’Italia. Il nostro Paese è il secondo fornitore europeo dopo la Germania e l’ottavo al mondo. Sul territorio messicano sono presenti grandi aziende come Pirelli, Fiat, Techint, Enel Green Power e Ferrero. Oltre a questi grandi colossi, sono presenti almeno 300 Pmi italiane che producono nei distretti messicani.

Ma non è tutto perché, nei giorni scorsi hanno inaugurato le loro succursali Eni e Mediobanca. Il fiorire dei rapporti è stato favorito anche dalla visita di poche settimane fa dell’ex-presidente del Consiglio italiano, Enrico Letta, definita una “missione di sistema” proprio per il peso ricoperto dalla nascita di nuove relazioni commerciali tra i due Stati.

E sono molte, oltre all’Eni, le multinazionali petrolifere che vedono nel Messico il grande eldorado dei prossimi anni, considerati i suoi vasti giacimenti di oro nero. A dare garanzie per gli investitori internazionali è poi il piano di riforme “Patto per il Messico” varato dal presidente Enrique Pena Nieto che dopo 12 anni di governo di destra, il 1° dicembre 2012 ha riportato al potere il Pri (Partido de la Revolucion Institucional).

Gli elementi positivi ci sono tutti e le aspettative sembrano destinate ad essere rispettate. Resta adesso da vedere come lo Stato riuscirà a sconfiggere l’economia illegale e la criminalità dei narcos, che negli ultimi cinque anni sono stati responsabili di 50mila omicidi. Sicuramente l’apertura ai mercati mondiali farà la sua parte e la crescita economica contribuirà a far uscire dall’emarginazione un’ampia fetta della popolazione.