I numeri prima di tutto: 438, gli ettari occupati; 25, i milioni di visitatori attesi; 277 mila, i posti di lavoro generati; 2%-3%, l’aumento stimato del Pil degli Emirati; e 8, i miliardi di euro che costerà il sito. Sono questi i dati fotografano più di molte parole la dimensione e l’impatto dell’Expo 2020, la prima Esposizione universale che si terrà in Medio Oriente tra il 20 ottobre 2020 e il 10 aprile 2021.

Connecting minds, creating the future – questo il tema della manifestazione – celebrerà lo sviluppo globale secondo i tre principi della mobilità, della sostenibilità e delle opportunità.

Tre linee guida che gli Emirati stanno già seguendo affinché l’Expo sia solo l’inizio del loro volta faccia che porterà ad essere Dubai la metropoli del futuro.

Tanti, infatti, sono i progetti che corredano la preparazione dell’esposizione. Come la metropolitana sotterranea che collegherà i vari padiglioni tra loro, che tornerà senz’altro utile quando il sito verrà trasformato in università e centro di ricerca. O il villaggio dei delegati che conterà 3.000 appartamenti, 1.500 stanze di albergo e undici parcheggi. Ingente anche l’investimento sull’aeroporto Al Maktoum di Dubai che sorge al fianco dell’Expo e mira a diventare uno dei principali scali internazionali. I lavori costeranno 32 miliardi di dollari e dovranno preparare l’aeroporto ad accogliere 240 milioni di passeggeri.

Dubai

Nel frattempo, a sud dei padiglioni, sta sorgendo un’intera nuova città, Dubai South, la “città della felicità”, dotata di tecnologie e comfort che dovrebbero migliorare la vita di chi abita nelle metropoli. L’obiettivo è decongestionare la città vecchia, allettando circa un milione di persone con un nuovo quartiere di 145 chilometri quadrati.

Sempre in vista dell’Expo, a migliorare la mobilità tra Abu Dhabi e Dubai sarà il Virgin Hyperloop One, il cui prototipo è stato presentato proprio lo scorso febbraio; si tratta del treno del futuro, un grande tubo dove l’aria viene pompata artificialmente per consentire a un campo elettromagnetico di far viaggiare il treno a una velocità massima di 1200 km/h, che collegherà Dubai e Abu Dhabi in meno di 15 minuti, contro un viaggio in macchina di circa due ore.

Fiabesca e avveniristica invece Aladdin City, le tre torri che gli emiri sognano al posto dei pontili del porto per l’Expo. A forma di lampada, sorgeranno di fronte al mare e ospiteranno un enorme centro commerciale, svariati ristoranti e un albergo, occupando una superficie di circa 110 mila metri quadrati.

Ma l’Italia come pensa di partecipare a questo vortice di business? Proprio lo scorso 20 gennaio è stato firmato ad Abu Dhabi il contratto di partecipazione che prevede che il Belpaese costruisca un “Large Pavillion”. Da allora l’attenzione delle aziende italiane verso la manifestazione è notevole, tant’è che oltre 780 aziende, per il 70% Pmi, si sono registrate nella sezione procurement e puntano ad occasioni di investimento e a forgiare rapporti commerciali. Infatti, se da un lato l’Esposizione sarà un’importante vetrina per settori come il design, le costruzioni e i servizi, dall’altra sarà un’imperdibile occasione per sviluppare nuovi accordi con mercati internazionali, a maggior ragione nel territorio di quello che è un mercato molto importante per le nostre esportazioni: il Medio Oriente.

Ma la partecipazione italiana non sarà confinata al padiglione. La cupola di Al Wasl Plaza, alta 67,5 metri in una piazza grande più di 13.000 metri quadrati, sarà frutto di una joint venture italo americana; la struttura, che sarà il nuovo Albero della Vita, porta l’antico nome di Dubai che significa “connettere” e metaforicamente indicherà la connessione della città con il resto del mondo. A dare vita al mastodontico progetto, appunto, due imprese italiane, la milanese Rimond e la pordenonese Cimolai, che trasformeranno in realtà il progetto di due architetti americani, Adrian Smith e Gordon Gill. Ma come hanno fatto due aziende italiane ad assicurarsi l’impresa? A giocare a loro favore sono state non solo la ricerca e l’innovazione dei metodi di lavoro e le competenze sviluppate in tutto il mondo che gli permettono di comprendere e rispettare le culture locali, ma anche il rapporto di vecchia data che li unisce agli Emirati. Sono stati sempre loro infatti ad occuparsi della costruzione del padiglione arabo nel 2015 ad Expo Milano e a smontarlo e trasferirlo a Masdar City, un centro che sorgerà entro il 2020 in pieno deserto, a pochi chilometri da Abu Dhabi, e sarà il primo al mondo a emissioni zero.

Al di là di come andrà nel 2020, quindi, il know how italiano è già stato scelto per avere un ruolo di primo piano e per dar prova della nostra identità, competenza e straordinaria capacità di combinare arte e scienza, tradizione e tecnologia, creatività e bellezza. Tanto basta per essere orgogliosi.