In principio erano Taiwan, Corea del Sud, Singapore e Hong Kong. Negli anni ’90 le loro economie correvano così tanto da conquistarsi l’appellativo di “tigri asiatiche”. Erano Paesi finanziariamente giovani, apparsi sulla scena industriale ed economica mondiale in maniera quasi inattesa e dando subito grandi risultati. Ed ebbero il merito di far accendere il faro del dibattito internazionale sull’Asia. Poi ci fu la Cina che in pochi anni divenne la fabbrica del mondo facendo leva su un intreccio inedito tra socialismo di stato ed economia di mercato.

Oggi, però, anche il Celeste Impero dà i primi cenni di cedimento. La sua economia continua a crescere, ma i tassi non sono più quelli di un tempo e così anche l’interesse delle grandi multinazionali sembra essersi indirizzato altrove. A conferma di ciò nell’ottobre del 2012 la Banca Mondiale ha tagliato al 7,2% le sue stime annuali sulla crescita dell’economia dell’Asia orientale e del Pacifico, Cina inclusa. Il Pil della Cina nel 2012 è infatti cresciuto solo del 7,7%, il peggior risultato degli ultimi 13 anni.

Ed ecco spuntare sull’atlante finanziario un pugno di Paesi che, nonostante questi ultimi anni di grave crisi, hanno saputo mettere a segno tassi di crescita inarrivabili per le economie sviluppate conquistandosi di diritto un posto nell’affollato recinto della competizione internazionale. Sono le nuove tigri asiatiche: Vietnam, Bangladesh, Malesia, Filippine e Thailandia, mercati fino a pochi mesi fa considerati arretrati, ma capaci nel breve periodo di far volare i consumi interni e presentarsi all’estero con un modello di sviluppo vincente.

Una tendenza confermata anche dagli headhunter, i cacciatori di teste cui viene richiesto il reclutamento dei manager. «Sono ormai tantissime le multinazionali straniere che hanno aperto stabilimenti in queste aree – commenta Cristina Spagna, managing director dell’headhunting Kilpatrick – mercati di recente sviluppo ma dotati di una manodopera competente. Alla base di queste scelte c’è stato sicuramente un calcolo economico, per disporre di una manodopera a basso costo, ma anche ragioni di opportunismo industriale visto che questi Paesi stanno crescendo a ritmi elevati».

Ed ecco che la prima grande sorpresa arriva proprio da uno dei Paesi storicamente considerati come arretrati e poveri: le Filippine. Nel terzo trimestre del 2012 (luglio-settembre) l’economia di Manila è cresciuta del 7,1% rispetto allo stesso periodo del 2011. Forte di questi risultati, da malato dell’Asia le Filippine sono divenute lo scorso anno una delle prime 10 economie del mondo in termini di tassi di crescita e sono state ribattezzate dagli economisti della Banca reale di Scozia “il diamante della regione”. In effetti, i suoi risultati economici sono secondi solo a quelli cinesi, e superano l’Indonesia (+6,2%) e la Malesia (+5,2%).
E un faro sulle Filippine lo ha acceso anche il New York Times che ha sottolineato i risultati raggiunti e ha indicato il Paese come un competitore importante sui mercati asiatici anche nei confronti di colossi alla pari di Cina e India. Secondo le stime l’economia di Manila (oggi al 112° posto al mondo) potrebbe diventare nel 2050 la 16esima. Una crescita spinta anche dal buon andamento della Borsa di Manila che nel 2012 ha fatto segnare i livelli record continentali favorendo il rafforzamento della moneta locale, il peso, che ha raggiunto il suo valore massimo nei confronti del dollaro degli ultimi quattro anni.

Nella lista delle nuove tigri si inserisce anche il Bangladesh, il paese che nel 2005 aveva ottenuto una ottimistica previsione dalla banca d’affari americana Goldman Sachs secondo la quale, dopo il fenomeno dei Brics, proprio questo Paese sarebbe entrato nella lista dei Next 11, le 11 future economie emergenti del globo. Per il momento i dati macroeconomici danno ragione alla banca: negli ultimi 15 anni il Pil è cresciuto a un ritmo medio del 6% annuo, un tasso che secondo la Banca Mondiale sarà confermato anche per il 2013. Quello che preoccupa gli osservatori internazionali è che, nonostante il buon andamento dei fondamentali economici, povertà e sottosviluppo rimangono a livelli allarmanti. Dal 2006 ad oggi in Bangladesh sono morte sul lavoro 500 persone. Sul territorio nazionale ci sono circa 4.000 fabbriche di abbigliamento che sono generalmente prive di sistemi di sicurezza e controllo sui rischi che corrono i dipendenti. Non solo: lo stipendio medio è di 37 dollari e più di 3 milioni di cittadini sono operai. Così, mentre l’industria tessile si conferma uno dei pilastri dell’economia nazionale, la crescita del Bangladesh – per quanto sostenuta – mantiene ancora al suo interno diversi fattori di precarietà e arretratezza.

Totalmente differente è il caso della Malesia, dove anzi l’economia ha raggiunto un livello di “finanziarizzazione” pari solo ad alcuni Paesi come gli Stati Uniti o l’Inghilterra. Lo Stato dell’estremo oriente è infatti divenuto meta privilegiata di investimenti finanziari internazionali, trasformandosi in uno dei mercati mondiali di riferimento per l’emissione di sukuk, le obbligazioni e i titoli rispettosi della shariah, la legge islamica. Il collocamento di queste obbligazioni ha raggiunto la soglia dei 44 miliardi di euro, il 60% dei quali emesso proprio dalla Malesia. In prima linea nella gestione di questi prodotti c’è Maybank, il maggiore istituto finanziario del Paese, seguito però da grandi banche internazionali come Citigroup e Hsbc.
E proprio la presenza sempre più massiccia degli istituti di credito internazionali su questi mercati è la conferma di quanto sia aumentato negli ultimi anni il loro grado di attrattività. Il colosso svizzero Credit Suisse ha definito il Vietnam «da mercato di frontiera ad economia in pieno boom».

Il Paese ha fatto il suo ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio solo l’11 gennaio 2007 e da allora la sua economia è in pieno fermento. Nel 2012 è cresciuta del 5,7%, mentre le previsioni della Banca Mondiale indicano un +6,3% per il 2013 e un +6,5% per il 2014. A trainare la crescita sono state le esportazioni, dal tessile al petrolio, dall’elettronica ai macchinari, anche se il settore più florido resta quello della produzione di riso, ancora oggi prodotto di punta dell’economia vietnamita che nel primo semestre del 2012 è valso al Paese vendite all’estero per un totale di 1,3 miliardi di dollari.
Il 21 giugno scorso, chiudendo i lavori della 13esima legislatura dell’Assemblea nazionale, il presidente del Parlamento Nguyen Sinh Hung, ha affermato: «il Governo e gli organismi competenti devono prestare massima attenzione nell’assistenza verso le imprese, affinché abbiano un migliore accesso al credito e possano impegnarsi nella ricerca di nuovi mercati». Il dibattito è aperto, ma quello che è certo è che, pur in una congiuntura internazionale negativa, l’economia vietnamita continua a crescere spinta anche dalle riforme del governo in tema di liberalizzazioni e sostegno alla crescita.

E grossi passi in avanti li ha compiuti anche la Thailandia, dove il governo ha approvato una serie di misure in aiuto al tessuto produttivo come la riduzione dal 30 al 23% dell’imposta sui redditi societari, aggiunta al varo di un massiccio programma di investimenti in infrastrutture. Questi elementi, insieme ad altri fattori positivi come il volume consistente delle riserve valutarie, hanno contribuito a stabilizzare l’immagine della Thailandia sui mercati internazionali e sono stati alla base della crescita sostenuta del Pil registrata negli ultimi due anni che si è attestata tra il 5 e il 6%.
In realtà, anche questo Paese come molti altri, sta risentendo della crisi economica e le ultime previsioni del governatore della Banca di Thailandia Prasarn Triratworakul parlano di una espansione del Prodotto interno lordo nel 2013 che oscilla tra il 4,6 e il 4,7%. Pur distante migliaia di chilometri, un’influenza determinante sull’andamento dell’economia Thai la avranno il Fiscal Cliff approvato dal Governo statunitense e gli sviluppi del debito pubblico in Europa. Per tenere alta la crescita, saranno quindi necessari massicci investimenti governativi e ovviamente i buoni risultati delle esportazioni, il cui tasso di crescita per il 2013 dovrebbe attestarsi al 7,3%.

Nonostante la zavorra della crisi economica internazionale, e la difficoltà a costruire un modello di sviluppo sostenibile intorno a società povere e un mercato del lavoro ancora arretrato, le nuove tigri asiatiche hanno intrapreso il loro cammino per entrare nel ristretto club delle economie più sviluppate al mondo. Lo hanno fatto attirando investimenti, riducendo le tasse sulla produzione, aprendo le porte alla finanza. E i risultati non si sono fatti aspettare.

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