«È inquietante constatare come il continente africano venga considerato dall’opinione pubblica povero, quando è invece immensamente ricco di ogni risorsa, in particolare di una popolazione giovane». A confermare le parole dell’ambientalista francese Pierre Rabhi, l’African Economic Outlook – il report redatto dalla Banca Africana di Sviluppo, dal Centro di Sviluppo Ocse e dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo – che segnala come nel territorio si stia concretizzando un incremento sia economico che demografico.

Infatti se da un lato si registra un aumento dei flussi di capitale dell’1,1% (previsioni di metà anno), passando così da 177,7 miliardi del 2016 a 179,7 miliardi nel 2017, dall’altro si constata un aumento demografico che, se può sembrare una risorsa, nel continente nero diventa un problema. Basti pensare che annualmente si affacciano al mondo del lavoro 29 milioni di giovani e che il 50% dei 10 milioni di laureati non trova un’occupazione. Questa è una delle spiegazioni dell’aumento dei tassi di natalità delle imprese. Rispetto al totale delle aziende appena nate, il 44% è “di opportunità”, quindi portatore di una significativa innovazione di prodotto, mentre il 33% è “di sussistenza”, i cui capitani d’impresa sono coloro che non hanno trovato un posto di lavoro.

Da qui l’urgenza di ideare strategie di industrializzazione in grado di creare e sostenere comparti ad alto margine di occupabilità. Tra le promotrici di questo metodo alcune delle più grandi imprese italiane che da decenni investono nello sviluppo dell’Africa e fanno sì che il Bel Paese sia il terzo maggiore investitore nel continente con 11,6 miliardi di dollari; i primi posti del podio spettano alla Cina, con 38,4 miliardi di investimenti, e agli Emirati Arabi con 14,9 miliardi.

Di seguito alcune delle imprese italiane che si spendono per dare un futuro all’Africa, investendo per creare sviluppo e opportunità.

Nairobi

 

ENI

Eni è la «più africana delle italiane», come l’ha definita Lapo Pistelli, executive vice-president of International Affairs di Eni. Con 8,1 miliardi di investimenti opera in 16 Paesi africani, in cui svolge attività di esplorazione o di produzione. La sua presenza però si manifesta anche attraverso progetti di sostenibilità volti a migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle popolazioni locali. Non a caso dei 3.546 dipendenti Eni in stabilimenti africani, 2.798 sono locali.

Nel continente africano Eni ha storiche radici. Infatti in Algeria è presente dagli anni Cinquanta, quando l’azienda ha cominciato a rifornirsi di gas naturale mediante la realizzazione di un gasdotto lungo il Mediterraneo, il Transmed. Al 1977, invece, risale il primo accordo con Sonatrach, la società di Stato algerina per la fornitura di gas naturale all’Italia.

Anche in Congo la presenza del Gruppo risale ai lontani anni Sessanta con la società Agip Brazzaville, incaricata di tenere le relazioni commerciali con il Paese africano. Dal 2001 opera invece la nuova società Eni Congo secondo un modello integrato di cooperazione, tanto che, nel rispetto della “dual-flag”, le bandiere di Eni e del Congo sventolano insieme sia nei campi operativi, sia nelle zone in cui sono stati realizzati progetti di sviluppo socio-economico per le comunità locali, attenti all’accesso all’energia e all’acqua, alla sicurezza alimentare e allo sviluppo agricolo, alla formazione e alla salute.

 

SALINI IMPREGILO

Investimenti. Formazione. Occupazione. Queste le chiavi per lo sviluppo del continente secondo Salini Impregilo, colosso delle infrastrutture. Sono presenti in Africa da circa 70 anni, realizzando una serie di progetti di primaria importanza, dalla costruzione delle più grandi dighe come GIBE III e Gerd in Etiopia, agli impianti idroelettrici di Kariba in Zimbabwe ed Akosombo in Ghana, alle grandi arterie di comunicazione come la ferrovia Transcamerunense di 900 km e la ferrovia Transgabonese, agli interventi di salvataggio dei templi di Abu Simbel in Egitto.   

La loro attività in Africa rappresenta il 17% del fatturato totale del Gruppo, e si accompagna a un serio impegno nella creazione di posti di lavoro nei paesi in cui opera. D’altronde le infrastrutture contribuiscono a creare lavoro e competenze non solo tecniche ma anche manageriali, entrambi fattori idonei per qualsiasi modello di crescita.          

 

FERRERO

L’industria dolciaria leader nel mondo è presente commercialmente in tutti i 54 Paesi africani e industrialmente in Camerun e Sudafrica, dove realizza anche progetti sociali e umanitari volti a tutelare la salute e la crescita educativa dei bambini e dei ragazzi.

In Camerun, la Ferrero è attualmente presente con uno stabilimento produttivo ubicato nella capitale (Yaoundé), che nel 2009 dava lavoro a circa 90 persone e nel 2015 a 251, di cui il 60% donne. Lo stabilimento produce non solo per il mercato camerunense, ma anche per la Nigeria e per l’area di libero scambio CEMAC (Central African Economic and Monetary Community), la quale comprende anche Chad, Repubblica Centrafricana, Guinea Equatoriale, Gabon e Repubblica del Congo. Ad ottobre 2016, presso il campo profughi di Gado-Badzere nel sud-est del Paese, attraverso la riconversione di alcune strutture dei Padiglioni Ferrero dell’Expo 2015 in aule scolastiche, ha finalizzato un progetto per il sostegno scolastico per i bambini e i ragazzi rifugiatesi in Camerun per sfuggire alla guerra nel Centrafrica.

Nel 2009 ha realizzato anche un moderno stabilimento produttivo a Walkerville (Midvaal) nel Gauteng, una delle regioni sudafricane con il più alto tasso di disoccupazione, poco urbanizzata e a circa un’ora di distanza da Johannesburg, dove risiede la sede commerciale del Gruppo. E se nel 2009 dava lavoro a circa 185 persone, nel 2015 erano già più che raddoppiate, arrivando a circa 440 persone, in maggioranza sempre donne. Anche qui il ri-utilizzo di alcune strutture dei Padiglioni dell’Expo contribuirà alla realizzazione di un ambulatorio pediatrico per i figli dei collaboratori e, in futuro, anche per i bambini della comunità locale.


Rabat
 

ENEL

Il primo operatore nelle energie verdi del continente, Enel Green Power, è stato selezionato come miglior offerente per la realizzazione di un primo impianto fotovoltaico per complessivi 100 megawatt. Un fatto che segna l’ingresso ufficiale di Egp in un Paese che ha già grandi progetti: l’Etiopia ha 4,3 gigawatt di potenza già installata, ma per il 90% idroelettrica, dove sfrutta le grandi dighe sul Nilo e per il 9% eolica. Per il futuro, ingenti investimenti sono previsti anche nelle fonti rinnovabili per raggiungere i 12 gigawatt di potenza installata entro il 2020. Anche perché su 102 milioni di abitanti, solo il 27% ha accesso all’elettricità.

Un altro progetto importantissimo, in corso nel continente, vede il coinvolgimento di Enel. Il Marocco intende realizzare - entro il 2020 - 2 gigawatt di potenza, tra eolico e solare, che si andranno ad aggiungere ai 2,6 gigawatt di energia già oggi prodotti da fonti rinnovabili, pari al 34% della capacità totale. Egp si è aggiudicata la realizzazione di 850 megawatt assieme al gruppo tedesco Siemens e alla società locale Nereva.

Senza dubbio le energie verdi possono segnare la svolta dello sviluppo economico di tutto il continente africano.