Il benessere aziendale come carburante per la crescita di un’azienda. Una teoria innovativa ma sempre più diffusa tra le grandi multinazionali che, giorno dopo giorno, trova spazio anche nelle imprese di piccole e medie dimensioni. Non è un caso infatti se le aziende che riescono a coltivare internamente serenità ed equilibrio psicologico, ottengano risultati più che incoraggianti in termini di business.

A credere nella politica del benessere dei dipendenti sono quelle aziende che oggi, nelle classifiche globali, vengono premiate come i migliori ambienti di lavoro e che da anni concedono flessibilità degli spazi e degli orari, curano la salute psicofisica dei loro dipendenti e promuovono l’inclusione femminile.

Si tratta di un fenomeno ancora molto statunitense e poco italiano purtroppo, come confermano le graduatorie del Great Place to Work Institute, che stila ranking mondiali basandosi per due terzi sulle valutazioni fornite dai lavoratori e per il restante terzo sull’analisi delle pratiche di gestione delle risorse umane descritte dalle aziende stesse. Nel 2017 a salire prima sul podio è stata la californiana Salesforce, l’azienda che si occupa di cloud computing, che non solo incoraggia i suoi 28.000 dipendenti a fare del sano volontariato, ma addirittura li paga per farlo: ogni anno, infatti, dà loro diritto a sette giorni di volontariato pagato.




Secondo posto per The Adecco Group, la multinazionale da 33mila dipendenti in tutto il mondo con sede a Glattbrugg (Svizzera), specializzata nella selezione del personale. Il Gruppo da anni propone dei programmi di coinvolgimento per i suoi dipendenti con l’intento di motivare i suoi team e creare spirito di squadra; un esempio è Win4Youth, un’iniziativa sportiva globale, che ha come obiettivo il raggiungimento di migliaia di chilometri tra nuoto, corsa e bicicletta. Un modo non solo per combattere lo stress sul posto di lavoro e promuovere uno stile di vita sano attraverso l’attività fisica, ma anche per sostenere fondazioni che si occupano della formazione di giovani meno avvantaggiati in tutto il mondo. Il principio è semplicissimo: per ogni chilometro percorso da un dipendente, Adecco effettua una donazione.

Degno di menzione, seppur diverso dai precedenti, il caso della Porsche, la casa automobilistica tedesca, che per festeggiare la crescita dell’utile del 14% dell’anno passato, ha premiato tutto il personale senza distinzioni, dagli ingegneri agli addetti alle pulizie. Come? Concedendo a ognuno dei 21.000 dipendenti un bonus da 9.111 euro: un riferimento velato al modello di auto sportiva 911. Di questi 8.411 saranno pagati direttamente, mentre i restanti 700 rappresenteranno un contributo straordinario per le pensioni o la previdenza individuale. Una pratica non nuova in Porsche, che solo l’anno scorso aveva concesso ai suoi dipendenti 8.911 euro, in riferimento a un altro storico modello del gruppo.

Il Belpaese purtroppo è mediamente più arretrato in materia di welfare aziendale. In genere, come attesta una ricerca Ipsos Marketing per Sodexo Benefit&Rewards Services, non si va quasi mai oltre i buoni pasto (70%), seguiti da strumenti hi-tech (38%) e polizze assicurative (36%). Mentre i desideri degli italiani sarebbero tutt’altri: i servizi di sostegno alla famiglia (59%), come rimborso di tasse e testi scolastici e servizi nursery; di benessere personale (54%), quali rimborsi spese mediche e viaggi ricreativi; e di shopping (52%), come buoni carburante, gift card e regali materiali.

Il Great Place to Work Institute ha stilato comunque una lista degli ambienti di lavoro più favorevoli nel nostro paese e individuato come migliori tre filiali italiane di multinazionali. Prima fra tutte Hilton, le cui politiche per le risorse umane ruotano intorno al porsi come l’azienda più ospitale del mondo. Questo nella pratica si traduce in: orari flessibili per le mamme che tornano dal congedo, convenzioni con asili e ospedali, accesso gratuito alla palestra, sconti per attività di intrattenimento, accesso privilegiato all’educazione tramite la Hilton University che fornisce 2.500 corsi online e riconoscimento dei meriti per le migliori performance ogni settimana.


Seconda classificata ConTe.it, il brand italiano del gruppo Admiral, compagnia assicurativa del Regno Unito, la cui filosofia è mettere al centro le persone e le loro esigenze senza smettere di divertirsi. In che modo? Facendo combaciare una certa flessibilità degli orari di lavoro con quella componente ludica fondamentale per lavorare in un ambiente rilassato. Non è strano infatti che i dipendenti partecipino a corse in pantofole, lancio delle uova, gare di cucina e travestimenti.

Terza del podio American Express, che si propone di migliorare la qualità della vita dei dipendenti promuovendo un programma di “vita sana” che preveda wellness center, visite dal nutrizionista e prevenzione. Ingenti anche gli aiuti alle neomamme di bimbi fino a tre anni con turni facilitati e convenzioni con asili e le agevolazioni delle pratiche quotidiane, attraverso un servizio che prevede la lavanderia, il pagamento di bollettini postali, la sartoria e la calzoleria.

L’Italia vanta però anche imprenditori illuminati con una logica d’impresa che strizza l’occhio agli esempi stranieri e associabile a quella della Porsche. Empatico il gesto di Brunello Cucinelli, il re del cachemire, che in un passato non troppo lontano ha scelto di donare ai dipendenti un premio legato al merito, dividendo l’utile con loro e facendogli trovare in busta paga 6.385 euro in più.

Ma non è l’unico. Più recente è il caso dell’impresa romana specializzata nel settore delle energie rinnovabili, la Convert, dove il presidente e fondatore, Giuseppe Moro, crede fortemente nella ricchezza dei dipendenti e per questo ha scelto di premiarli tutti e 300 con due mensilità in più. D’altronde non è nuovo a queste pratiche. Già nel 2012, dopo un’altra performance positiva, Moro pagò l’Imu per la prima casa ai dipendenti, e prima di tutto a quelli con i figli a carico, escludendo i dirigenti dal benefit.

Tolti questi casi eccezionali che sicuramente nobilitano il nostro Paese, la poca preparazione delle imprese italiane in materia è palese. A cosa imputare questa arretratezza? Come hanno denunciato gli stessi lavoratori, all’assenza di meritocrazia, alla selezione del personale inesistente, alla mancanza di trasparenza e comunicazione e allo scarso equilibrio tra lavoro e vita privata.