La Cina lancia la sua Opa all’Europa delle imprese. E lo fa con grandi investimenti e una presenza sempre più capillare nei business strategici del Vecchio Continente.

E infatti nel 2016 gli investimenti cinesi in Europa hanno raggiunto i 35,9 miliardi di euro, poi scesi nel 2017 a 29,8. A comunicarlo è il “Rising Tension: Assessing China’s FDI Drop in Europe and North America”, il rapporto sugli investimenti cinesi firmato Baker McKenzie e reso pubblico a maggio 2018.


Angela Merkel e Xi Jinping

Nonostante il calo da un anno all’altro, gli IDE (investimento dirette esteri) cinesi in Europa rappresentano più di un quarto del totale, raggiungendo un valore così alto da mettere in allarme i governi europei sul rischio di influenze sulle scelte politiche di alcuni paesi dell’Unione. Non a caso il settimanale britannico The Economist ha dedicato al tema dell’IDE e agli investimenti cinesi un intero numero, pubblicato nella seconda settimana di ottobre.

Si parla di “Nuova Via della Seta” per descrivere l’immenso sistema di infrastrutture messo in piedi dai magnati cinesi che collegherà il Continente europeo a quello asiatico.  C’è sicuramente troppa Cina in Europa ma è pur vero che paesi come l’Italia hanno dimostrato di averne bisogno. Proprio nei giorni in cui in Italia si verificava la terribile tragedia del ponte Morandi, in Cina veniva inaugurato l’Hong-Khong-Zhuhai-Macao, il ponte più lungo al mondo che collega Hong Kong a Macao.


In Europa, le imprese di stato cinesi sembrano interessate ad alcuni settori in particolare. Tra questi infrastrutture, servizi e squadre di calcio. Nell’Est Europa spuntano come funghi nuovi collegamenti ferroviari e autostradali. Alessandra Vucic, Presidente della Repubblica serba, ha dichiarato di aver riposto tutte le speranze del paese nell’iniziativa multilaterale 16+1. Il progetto vedrebbe nascere, grazie all’alleanza infrastrutturale con la Cina, un sistema capillare di collegamenti tra i 16 paesi dell’Europa centrale e orientale: una fitta rete ferroviaria ed autostradale che convergerebbe verso la Serbia rendendola una potenza leader nei trasporti europei.

Sulla sponda balcanica, invece, la Grecia è lo stato che sta favorendo più di altri l’ingresso degli investitori cinesi e in più occasioni i rappresentanti greci in Europa hanno manifestato la propria simpatia per la grande potenza orientale che, attraverso una delle sue aziende più importanti (la COSCO) ha investito centinaia di milioni di euro acquistando il porto del Pireo.


L’ insieme delle iniziative infrastrutturali cinesi messe in piedi finora è stato definito “era delle alleanze infrastrutturali”, ma oggi la Cina guarda già oltre, con quasi un miliardo e mezzo di abitanti e quasi 700 milioni di utenti web, punta all’avvento di una nuova globalizzazione che la vedrebbe superare gli USA e diventare il nuovo gigante della tecnologia.

Tra le pedine di questa grande scacchiera gioca un suo ruolo anche l’Italia da cui la Cina ama acquistare l’eccellenza calcistica e la componentistica dell’automotive.

Nel 2015 Camfin, Società del gruppo Pirelli ha ceduto lo scettro alla cinese Chemchina con un’operazione dal valore complessivo pari a 7,4 miliardi di euro.

La paura, dietro queste operazioni di business, è che il made in Italy possa perdere la sua originalità. Secondo il noto architetto cinese Yung Ho Chang, intervistato dal quotidiano La Stampa, la Cina è un paese che non bada alla cultura bensì solo all’economia.

Difendere il proprio patrimonio, culturale ma anche industriale, diventa quindi un imperativo per trasformare l’invasione pacifica della Cina in un’occasione di crescita e di sviluppo per tutta l’Europa.