A parte la forte spinta indipendentista in Catalogna, che per caratteristiche e natura delle istanze catalane può essere considerato un caso estremo, i referendum in Lombardia e Veneto per richiedere una maggiore autonomia fiscale, il crescente divario economico tra alcune capitali come Parigi e Londra e le altre regioni di Francia e Inghilterra, rappresentano oggi l’ultimo segnale di come alcuni territori abbiano impresso una forte accelerazione al loro sviluppo economico, lasciando diverse lunghezze indietro gli Stati nazionali.

Partendo proprio dalla Catalogna, al centro delle cronache internazionali per via del contestato referendum sull’indipendenza da Madrid, ripercorriamo le esperienze delle regioni europee che hanno raggiunto un livello più elevato di ricchezza, trasformandosi nelle locomotive dei loro Stati.

 

 

CATALOGNA

 

La Catalogna spicca nella penisola iberica come una delle regioni più ricche e industrializzate del Sud Europa. Bastano poche cifre per dimostrarlo: un territorio di 32mila chilometri quadrati, sette milioni di abitanti per 27.600 euro di Pil pro capite, superiore non solo alla media nazionale (24.100) ma anche a quella continentale. La regione strizza l’occhio anche al commercio internazionale, generando il 25% dell’export spagnolo e indirizzando sui mercati stranieri prodotti chimici (16% del totale), auto e componenti per l’industria motoristica (16,3%), cibi e bevande (11,6%), tessuti e abbigliamento (7,6%), medicinali (6,9%) e macchinari (6,3%). Per quanto riguarda la disoccupazione la Catalogna vanta cifre migliori rispetto al resto del paese; il tasso si aggira intorno al 13%, alto ma inferiore alla media nazionale (17,2%).

Sono questi numeri a rendere il tessuto economico catalano una calamita per tantissime industrie, tanto che si contano 5.700 multinazionali estere nella regione, provenienti da Germania, Francia, Olanda, Italia e Inghilterra; quasi la metà di tutte quelle che hanno deciso di investire in Spagna.

Ma alla luce della recente accelerazione verso una maggiore autonomia da Madrid imposta dal movimento indipendentista, la Catalogna conserverà il suo appeal produttivo una volta staccata definitivamente da Madrid? A giudicare dal fuggi fuggi generale che diverse aziende hanno messo in moto dopo l’esito positivo del referendum, sarà difficile. Il primo a dire addio a Barcellona è stato il banco Sabadell, trasferendosi ad Alicante. Caixabank, terza per grandezza in Spagna, ha spostato i propri uffici a Valencia e la Fondazione bancaria a Maiorca. Della stessa idea la controllata spagnola dell’italiana Banca Mediolanum, la compagnia di telecomunicazioni Eurona Wireless Telecom e gli spumanti di Cavas Freixenet. Tutti accomunati dalla stessa paura: essere tagliati fuori dal mercato europeo.

Londra

 

LONDRA

 

Il momento per Londra non è dei migliori. Come già raccontato da EHI Journal, la City potrebbe perdere 100mila banchieri e 20mila lavoratori del settore finanziario a causa della Brexit. E quando lavoratori ad elevato reddito abbandonano una città, con loro se ne va un indotto enorme.

Ma Londra non si perde d’animo e cerca di coinvolgere le aziende con la proposta di conservare, dopo la scadenza del 2019, un periodo di transizione di due anni, durante i quali le regole dell’UE saranno mantenute, mentre le aziende si prepareranno al nuovo regime.

D’altronde la City sembra conservare il suo magnetismo, confermandosi al primo posto nell’European Regional Competitiveness Index, pubblicato a febbraio dalla Commissione europea. L’indice ha individuato tra le 263 regioni europee quelle più competitive, dove è meglio investire e svolgere un’attività professionale. La parte centrale della città e l’anello dei quartieri che la circondano (Inner e Outer London) mostrano buoni livelli di tutti gli indicatori di competitività (condizioni di base, efficienza e innovazione), tranne che per il parametro della stabilità macroeconomica, al di sotto della media europea. Tra l’altro l’Inner London, secondo il rapporto Eurostat, si conferma anche come la regione dell’UE con il Pil per abitante più alto, pari a 212.800 euro.

Londra è quindi l’angolo d’Europa dove, a quanto pare, si lavora meglio; la dimensione del mercato risulta perfetta e le infrastrutture di trasporto ottime.


 

 

LOMBARDIA

 

C’è anche una italiana tra le regioni più ricche d’Europa: la Lombardia. Un territorio che esprime un’economia in moderata crescita già da due anni, un’attività in continua espansione nell’industria e nei servizi, un miglioramento del mercato del lavoro e, di conseguenza, un aumento dei redditi.

Tutte note positive che però non servono a cancellare il recente passato, che ha visto la regione cadere in due recessioni, tra il 2008 e il 2013, e perdere posizioni rispetto alle regioni europee a essa simili per sviluppo, struttura produttiva, reddito pro capite e capacità innovativa delle imprese.

Ma i primi passi per risalire la vetta sono stati già compiuti e nel 2015 la Lombardia, insieme all’Alto Adige, figurava di nuovo nel gruppo delle aree più sviluppate dell’UE. Peculiarità della regione è infatti il suo spirito di resilienza alla crisi, dimostrato sia mantenendo, contro ogni pronostico, la specializzazione nella manifattura soprattutto a medio-bassa e bassa tecnologia, favorendo così la riconoscibilità dei propri prodotti, valorizzandone l’origine, la natura e la qualità, sia incrementando la presenza di start up. Se ne contano 1.550 sul suolo lombardo, quasi un quarto di quelle italiane, la maggior parte delle quali operanti nella produzione di software e consulenza nel settore delle tecnologie informatiche.

L’aria che si respira è quella di voglia di autonomia, come ha dimostrato il recente referendum. D’altronde la regione produce il 20% del Pil nazionale ed è anche la più popolosa, superando i 10 milioni di abitanti. La differenza tra quello che versa e quello che ritorna sul territorio si stima che quest’anno sarà pari a 56 miliardi.

 

ILE DE FRANCE

 

L’Ile de France vanta tutti i requisiti per conquistare la leadership economica europea. Almeno secondo i francesi. I numeri sono infatti dalla sua parte e raccontano bene quanto la regione abbia da offrire.

Con 12 milioni di abitanti, 944.000 imprese e 646.000 studenti, rappresenta sia il 4,6% del Pil dell’UE sia l’area europea più urbanizzata, davanti anche a Londra (8,5 milioni). Catalizzatrice del business della nazione, racchiude il 18% delle esportazioni e il 27% delle importazioni francesi.

Non manca nemmeno la sua candidatura sia come polo finanziario dell’Eurozona, dato che la finanza rappresenta il 4% del Pil francese e il terzo settore d’impiego nella Ile, sia come polo dell’innovazione europea, essendo la prima come investimenti in Ricerca & Sviluppo (18,7 miliardi nel 2013) e impiegando 155.000 ricercatori. Non a caso ospita nove centri di innovazione, di cui quattro di classe mondiale: Advancity Paris-Région (città sostenibile e trasporti), ASTech Paris-Région (aerospazio), Cap Digital Paris-Région (multimedia, digital), Finance Innovation (finanza), Medicen Paris-Région (salute), Mov’eo (automotive), Systematic Paris-Région (ICT), Cosmetic Valley and Elastopôle (polimero).

Un mix infallibile che la fa salire sul podio delle regioni più attraenti d’Europa, secondo il Global Cities Investment Monitor realizzato da KPMG, seconda solo a Londra.

Parigi

 

RENANIA

 

Se l’industria tedesca è una delle più forti e competitive al mondo, il suo cuore pulsante è la Renania, il “Land” più popoloso della Germania, con circa 17 milioni di abitanti, dove risiede il distretto della Ruhr, culla dell’industria mineraria e siderurgica.

Oggi la regione gode di una fama intercontinentale per quanto riguarda le macchine utensili, vantando una produzione dal valore di 11,2 miliardi di euro (su 67,3 miliardi a livello mondiale) e posizionando la Germania terza nella classifica dei produttori, alle spalle di Cina e Giappone.

Non è da meno anche nel campo della metallurgia, settore che rappresenta circa il 53,8% delle aziende e regge sia l’economia interna del paese, sia quella estera: è uno dei settori che si esporta di più.

Tra le cose da riconoscerle, anche un primato nell’ecosostenibilità. Essen, città al centro del distretto della Ruhr, nel 2017 è stata eletta capitale verde. Negli ultimi anni, visto il declino dell’industria pesante, la città si è ripensata nell’ottica della tutela e valorizzazione della natura e della riduzione del consumo di acqua.

Industria e innovazione, quindi, un binomio che ha permesso alla Renania, storicamente la miniera di carbone della Germania, di diventare un motore di sviluppo arrivando a produrre circa un quarto dell’intero Pil tedesco.