Con un costo orario pari a 27,4 euro l’Italia si piazza perfino al di sotto della media europea (considerando gli aderenti all’euro) che invece sfiora i 30 euro, mentre è più alta dell’Unione a 27 stati membri (23,4 euro).

Guardando ai Paesi dove i lavoratori pesano maggiormente sulle imprese al primo posto figura la Svezia, dove il costo orario del lavoro (conteggiato inserendo anche le tasse e i versamenti per la pensione) arriva a 39 euro. Il Paese scandinavo è seguito dalla Danimarca (38,1 euro), dal Belgio (37,2), dal Lussemburgo (34,6) e dalla Francia (34,2).

Questo il drappello degli stati dell’Unione che vantano un costo della forza lavoro molto elevato.

L’Italia arriva subito dietro, vicino ad Olanda, Germania e Austria. In Germania il dato è più alto del nostro e tocca i 32 euro, mentre l’Italia si ferma a 27,4.

In ogni caso, dal 2008 a oggi, il costo del lavoro in tutta Europa è aumentato ad una media dell’8,6%. Guardando ancora al nostro Paese l’Italia ha registrato una crescita dell’8,9%. All’inizio della crisi economica, il valore medio orario era pari a 25,2 euro, ed è salito a 26,1 nel 2009, 26,7 nel 2010, 27,1 nel 2011, fino al 27,4 del 2012 registrato poche settimane fa dall’Eurostat.

All’interno dell’Europa, gli aumenti maggiori sono stati registrati in Austria (+15,5%), Slovacchia (+13,8%), Finlandia (+13,7%), e Belgio (+13,1%). Mentre i Paesi dove il costo del lavoro è rimasto pressoché stabile sono stati il Portogallo (+0,4%) e l’Irlanda (+0,8%).

Denari che non finiscono interamente nelle tasche del lavoratore. Sempre secondo l’Istituto europeo di statistica la parte che non va a costituire salario rappresenta in media per i Paesi dell’euro il 26,1% del totale, ma varia in modo molto ampio passando da una quota dell’8,2% a Malta a una del 33,6% in Francia.

Un range ampio che viene confermato anche tornando al dato generale sul costo del lavoro e che conferma le profonde differenze in termini di sviluppo che si celano all’interno del Vecchio Continente. A fronte dei dati più elevati di Svezia e Danimarca, nella stessa Europa ci sono Paesi come la Lituania dove il costo orario del lavoro è fermo a 5,8 euro. In Romania siamo su livelli ancora più bassi (4,4 euro) per toccare il record minimo in Bulgaria (3,7 euro).

Le differenze sono ancora marcate e questo influenza le scelte strategiche delle grandi industrie che, senza dover approdare su mercati lontani come quelli del Sud Est asiatico, trovano aree propizie per aprire nuovi stabilimenti proprio dietro casa. Tutto ciò rende la competizione più serrata e ovviamente rischia di tirare verso il basso il costo del lavoro tradizionalmente riconosciuto nei Paesi più sviluppati dell’Unione, un fenomeno che proprio negli ultimi anni della crisi economica è divenuto più acuto.

Tornando all’Italia, nonostante il costo del lavoro sia su livelli accettabili, il vero problema riguarda la produttività del tessuto imprenditoriale. Nel periodo 2003-2013, sempre secondo l’Eurostat, la produttività nel nostro Paese è cresciuta solo dell’1,2%, contro una media dell’11,4% dell’area euro e un boom del 26,1% della Germania. In termini pratici questo significa che le nostre imprese, nello stesso arco orario, producono meno beni e servizi di quelle concorrenti. E questo comporta ovviamente vendite minori e minori guadagni.

Rimaniamo quindi fermi al palo mentre gli altri crescono perché a parità di costi riescono a produrre di più e ad essere presenti sul mercato in modo capillare. Un dato che trova conferma anche sugli investimenti in innovazione, che in Italia sono fermi all’1,26% del Pil, ben al di sotto rispetto al 3% fissato dai Paesi europei nella Strategia di Lisbona. Responsabilità non solo pubbliche se è vero che gli investimenti in R&S stanziati dalle aziende private sono appena lo 0,5% del Pil contro l’1,2% dell’Unione, il 2% della Germania, l’1,5% della Francia e l’1% della Germania.

Questi fattori sono indelebilmente legati gli uni agli altri. Pochi investimenti in ricerca & sviluppo comportano una riduzione della produttività aziendale perché i macchinari invecchiano e le tecnologie vengono superate.

Meno produttività significa meno ricavi e meno utili per le aziende, e quindi a cascata una riduzione dei compensi per i lavoratori.

Ecco un’altra ragione che spiega perché nell’industria lo stipendio medio lordo riconosciuto in Italia è di 22.701 euro contro i 41.100 della Germania. Anche la Spagna ormai ci ha superato garantendo uno stipendio medio lordo di 27.183 euro.

Il problema non è solo industriale perché si ripete nel settore della business economy, dove un lavoratore italiano ottiene uno salario medio di 23.406 euro contro i 41.100 della Germania. Le cose non vanno meglio nei trasporti, nel commercio, nell’Ict, nella ristorazione e nel settore alberghiero dove invece si sale un po’ ma si arriva al massimo a 24.843 euro.

Un divario che viene in parte amplificato dal cuneo fiscale, quindi dalla parte di salario che finisce direttamente allo Stato sotto forma di tasse.

Una risposta più completa deve quindi tenere conto di tutti questi fattori, compresi altri costi come la farraginosità della macchina burocratica, e che ancora oggi pesano come macigni nel disperato tentativo di sviluppo delle imprese italiane.