L’analisi, presentata a Roma il 30 marzo scorso in occasione della giornata mondiale della Felicità delle Nazioni Unite, ha confermato una leadership che si mantiene tale ormai da diversi anni.

Già nel 2006, il professore dell’università di Leicester, Adrian White, aveva stilato una “Mappa mondiale della felicità” che inseriva il Paese come un esempio da seguire per tutti gli altri.

Le variabili che rendono la Danimarca uno degli stati migliori dove vivere sono sei: il Pil reale pro capite, l’aspettativa di vita in buona salute, la possibilità di avere qualcuno su cui contare, la libertà percepita, l’assenza di corruzione e la generosità dei concittadini. A parte gli elementi sociologici, il dato più concreto è quello del Pil reale pro capite, che – nonostante gli anni della crisi – è rimasto uno dei più elevati del mondo ed è arrivato a toccare una media record di 56mila dollari (scesa a circa 50mila nell’anno in corso).

Guardando invece alle eccezionali condizioni di vita dei danesi, il 18% della popolazione totale ha meno di 15 anni, il tasso di fecondità femminile è superiore alla media europea e – a conferma dell’elevata qualità della vita – il Paese è al secondo posto al mondo per utilizzo di biciclette.

Tutto questo rappresenta un punto di arrivo di una spinta economica che, da oltre venti anni, contribuisce a mantenere gli stili di vita a livelli elevati. Alle spalle, infatti, c’è una base economica molto solida che viene da un passato recente fatto di crescita costante e rafforzamento del sistema economico. Tra il 1993 e il 2000 il pil pro capite danese è cresciuto del 21,7%. Da allora al 2007 la crescita ha rallentato leggermente (+9,1%) per fermarsi del tutto e cominciare ad arretrare (come accaduto nella maggior parte dei Paesi sviluppati) negli anni della crisi economica (-6,4%).

Copenaghen

Superato il periodo più difficile, la Danimarca ha ripreso a crescere. Nel 2014 il Pil è aumentato dell’1,1%; dell’1,6% nel 2015 e – ribadiscono le previsioni dell’Ocse – crescerà dell’1,2% nell’anno in corso, solo parzialmente frenato dal deterioramento del settore petrolifero.

Ma la sua vera forza economica è racchiusa in tre fattori: i consumi privati hanno ripreso a spingere (+1,6% nel 2015 e +1,2% nel 2016), la bilancia commerciale è in attivo di oltre 6 miliardi di euro e il debito pubblico si mantiene molto basso con un rapporto sul Pil del 48% (dati raccolti nel Rapporto Congiunto 2016 Ministero degli Affari Esteri-Enit).

Il più piccolo e il più meridionale dei tre Paesi scandinavi ha costruito la sua forza economica sull’economia pubblica, sui commerci e – in misura minore – sull’industria.

Amministrazione pubblica, difesa, istruzione, sanità e assistenza sociale valgono infatti il 23,4% del Pil; seguiti da commercio, trasporti e servizi alberghieri (19,5%) e dall’industria (18,1%). A livello pubblico, il sostegno finanziario alla creazione di un’efficiente rete infrastrutturale ha dato un’ulteriore spinta all’economia. Oltre alla penisola dello Jutland, il Paese è infatti formato da un arcipelago di circa 400 isole, confina a sud con la Germania ed è collegato alla Svezia con un ponte stradale e ferroviario. Mezzi pubblici cittadini, ferrovie, ponti: tutto il sistema dei trasporti funziona in modo efficiente e contribuisce a far muovere l’economia nazionale.

Molto interessante, in chiave industriale, è sicuramente l’interscambio commerciale con gli altri Paesi. Guardando in particolare all’Italia (ultimi dati ICE), l’export italiano verso la Danimarca ha raggiunto nel gennaio di quest’anno i 197 milioni di euro, con una crescita dell’1,2% rispetto allo stesso mese del 2015. Nello stesso periodo anche le importazioni danesi in Italia sono aumentate (+9,1%) passando da 162 a 174 milioni di euro.

Nel mese di gennaio i settori più forti delle esportazioni italiane nel Paese sono statiabbigliamento, vino e autoveicoli. Mentre tra le importazioni italiane dalla Danimarca ci sono soprattutto medicinali, carne e pesce.

Ma ancora una volta la corsa economica e la crescita industriale sono al servizio di un benessere condiviso e di uno Stato efficiente che restituisce servizi ai cittadini.

Con una popolazione di 5,6 milioni di abitanti, la Danimarca è anche uno degli Paesi che investe di più nell’istruzione primaria dei suoi giovani. Negli ultimi venti anni in media la spesa pubblica per l’istruzione in percentuale al Pil è sempre rimasta altissima, variando tra il 7 e l’8%.

Tutto questo è ovviamente reso possibile da una consistente imposizione fiscale, elemento centrale di un modello di sviluppo costruito sullo scambio alla pari tra Stato e cittadino.

Come hanno confermato i dati pubblicati dall’Eurostat nel gennaio 2016, la Danimarca rimane il Paese con le tasse più alte d’Europa, pari al 50,8% del Pil. Un’imposizione maggiore di quanto accade in Francia e Belgio (47,9%), Finlandia (44%), Austria (43,8%), Svezia e Italia (43,7%). Oltre ad avere il dato più elevato, il Paese ha registrato – tra il 2013 e il 2014 – l’incremento maggiore della tassazione rispetto al Pil (passata dal 48,1 al 40,8%).

Copenaghen Opera House

Ma se da un lato i cittadini pagano, dall’altro lo Stato offre servizi e garantisce un livello di benessere economico e sociale molto elevato.

Sintesi del successo di questo modello è sicuramente Copenaghen. Riconosciuta già nel 2014 come European Green Capital, la capitale danese si è posta l’ambizioso obiettivo del 40% di cittadini che usano la bicicletta per andare a lavoro. Ma questo è solo uno degli interventi che rientrano in un piano più ampio per rendere la città un posto migliore dove vivere, con trasporti pubblici efficienti e sostenibili, acque pulite in cui nuotare (anche nel porto cittadino) e tecnologie pulite per far camminare l’economia.

La capitale e il suo benessere restituiscono così l’immagine di un Paese moderno (pronto ad esempio a dire addio al denaro contante, col governo che lavora per rendere ogni servizio pagabile attraverso carta di credito o smartwatch) e integrato nelle istituzioni europee (anche se negli ultimi anni anche qui si è diffuso l’euroscetticismo ); e dove il benessere economico si sposa alla perfezione con l’ambizione condivisa da tutti di meritare una qualità migliore della vita.