Sono sette Paesi (Costa d'Avorio, Ghana, Kenya, Nigeria, Sudafrica, Tanzania e Zambia), tutti nel continente africano, tutti ricchissimi di materie prime, e ognuno per la sua parte entrato di diritto nella lista delle economie emergenti del pianeta.

Ma il loro arrivo sulla ribalta internazionale non nasce oggi. Dal 2000 al 2008 27 economie africane su 30 hanno compiuto importanti passi in avanti nell'elaborazione di un modello economico più vicino a quello sviluppato. Pur partendo da condizioni di gravissima povertà e arretratezza, i tassi di crescita per la quasi totalità dei Paesi si sono attestati tra il 5 e il 10%, il doppio rispetto al decennio precedente. 

Secondo l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), tutto il continente è cresciuto in media nel corso del 2012 del 4,5% (dopo essere sceso al 3% nel 2009), e le previsioni per il 2013 parlano di un ulteriore aumento fino al 4,9%.

Per fotografare questo fenomeno è intervenuta anche l'agenzia di consulenza internazionale McKinsey, che nel suo studio "Lions on the move" ha calcolato il prodotto interno lordo del continente in 1.600 miliardi di dollari, quasi pari a quello russo o brasiliano.
Si legge nel rapporto McKinsey che l'accelerazione, più evidente nei sette Stati, si deve alle riforme economiche introdotte da governi meno corrotti e più efficienti. «I governi africani – spiega il documento – stanno adottando una linea politica sempre più tesa a rafforzare i mercati». In questo momento, secondo l'agenzia di consulenza, nessuna area al mondo garantisce potenzialità di crescita maggiori dell'Africa, e «imprenditori e investitori che operano a livello globale non possono permettersi di ignorare questo dato».

Alla base del successo c'è l'interessamento delle grandi economie mondiali, a partire da quella cinese, che è divenuto uno dei maggiori partner commerciali del continente africano. In quindici anni la Cina ha centuplicato il volume degli scambi con questi paesi, passando da 1 a 106,8 miliardi di dollari. Oggi in Africa sono attive 2.000 aziende cinesi, e sono 8.000 i progetti di cooperazione tra il Celeste Impero e i leoni africani.

Anche l'Europa fa la sua parte, e, mentre Gran Bretagna e Francia rischiano di perdere la storica posizione di primo piano e controllo commerciale, si fa avanti la Germania che nel 2012, in un solo anno, ha registrato un aumento degli scambi del 25%.

Ovviamente ognuno dei sette leoni ha delle caratteristiche specifiche che lo rendono appetibile e presente sui mercati in modo diverso. Il Sudafrica, ricco di oro, platino e diamanti, ma insieme dotato di un'industria forte e diversificata, è ormai considerato un pilastro dell'economia continentale e da solo detiene il 60% del Pil dell'intera regione subsahariana. Il Ghana è considerato invece il più interessante tra i 7 perché da qualche anno riesce a inanellare risultati di crescita del Pil almeno pari a quelli cinesi.

La Nigeria è il primo produttore continentale di petrolio, è il paese più popoloso dell'Africa e di fatto vive dell'economia energetica. Due sorprese sono anche la Costa d'Avorio e la Tanzania, la seconda rilanciata dal turismo e da una sempre maggiore presenza internazionale. Stesso discorso per il Kenya, dove la presenza e gli investimenti internazionali hanno raggiunto livelli molto elevati. Il paese è la terza economia dell'Africa subsahariana e negli ultimi cinque anni è cresciuto con ritmi che vanno dal 3,5 al 6,5%. Tuttavia le diseguaglianze sono ancora molto elevate e il 2% della popolazione controlla il 60% delle risorse.

Per raccontare il boom dei 7 leoni africani, nei mesi scorsi l'Institute for International Finance (un think tank che raccoglie alcune delle banche e dei colossi finanziari più importanti al mondo) ha confezionato un’analisi dettagliata su tutta la regione a sud del Sahara.

Secondo gli analisti il branco dei leoni sarebbe ancora più nutrito. Anche l'Angola, dove la guerra civile è terminata e si assiste oggi a un boom petrolifero, e il Mozambico, dove sono state trovate ingenti riserve di gas naturale (in gran parte gestite dell'Eni), hanno tutte le carte in regola per entrare nel club dei migliori. E se continuano con questi ritmi di crescita presto lo faranno.

I detrattori della crescita africana rimarcano però che i miglioramenti sono ad esclusivo appannaggio di pochi e che la massa della popolazione africana vive ancora in condizioni di estrema indigenza. A parte una decina di Paesi dove la ricchezza pro capite ha raggiunto livelli vicini all'Occidente (come la Libia, il Sud Africa o le Seychelles), ne rimangono molti altri dove la ricchezza media prodotta ogni anno non supera i 5/600 euro a persona.

È il caso della Sierra Leone, del Niger, per non parlare della Liberia e del Congo dove (come conferma un report dell'Ocse) la ricchezza media annua pro capite arriva appena ai 400 euro. In realtà, nonostante i dati assoluti siano ancora molto bassi, la Banca Mondiale ha registrato che negli ultimi dieci anni il prodotto interno lordo pro capite degli africani è aumentato di oltre il 30%.

Tanta parte di questo sviluppo l'hanno avuta le nuove infrastrutture che, costruite principalmente da general contractor europei, statunitensi o cinesi, hanno contribuito a modernizzare e a portare acqua ed elettricità in molte zone del continente. Tra i progetti più grandi si ricordano i porti in acque profonde in Camerun e Guinea, la ferrovie del Benguela in Angola, le dighe in Sudan ed Etiopia, l'oleodotto che dal Ciad arriva fino all'oceano Atlantico, le centrali eoliche in Kenya, e ancora il più grande parco fotovoltaico del mondo realizzato nell'entroterra sudafricano.

Ma questo non è tutto, perché la crescita economica passa anche per un altro genere di infrastrutture, le cosiddette "infrastrutture immateriali". A questo proposito, dal luglio del 2009 un sistema sottomarino di cavi in fibra ottica (controllato per il 75% da investitori africani) collega il continente con l'Europa e l'Asia.

In nessun altro posto al mondo Internet si sta diffondendo con ritmi così elevati, e lo stesso vale per la telefonia mobile. Oggi 350 milioni di africani possiedono un telefonino.

Oltre alla migliore gestione della cosa pubblica e alla conclusione di molte guerre che per decenni hanno insanguinato il continente, questo boom si regge soprattutto sull'infinita ricchezza di materie prime. Secondo uno studio dell'istituto londinese di ricerca Chatham House, l'Africa dispone di quasi il 40% delle materie prime presenti al mondo, dei prodotti agricoli e delle riserve energetiche del pianeta.

Questo, ovviamente, il lato dorato della medaglia. Dall'altra parte, nella zona d'ombra che tutto il mondo conosce, permangono arretratezza e povertà e la realtà di un continente dove, come spiegato in precedenza, si concentra il maggior numero di indigenti al mondo. Ad oggi, ancora due africani su tre vanno a dormire senza aver placato i morsi della fame. Una situazione che si scontra profondamente con l'arrivo delle multinazionali, i pozzi petroliferi e i camion pieni di diamanti spediti in Europa.

Ma anche questa è l'Africa, tanti paesi con fortune differenti ma un'unica grande piaga.