E lo fa con ritmi che crescono e opportunità di business che spuntano ovunque. Sono i Paesi del Golfo, quelli che fanno parte del Gulf Cooperation Council (GCC), quindi Emirati Arabi Uniti, Arabia Saludita, Bahrain, Kuwait, Oman e Qatar.

La loro fortuna è nascosta sotto il deserto e si chiama petrolio ma, a differenza di molti altri Paesi ricchi di oro nero, i Paesi del Golfo sono stati capaci di sfruttare questa incredibile materia prima facendo investimenti, modernizzando le loro economie, costruendo dal nulla città del tutto simili alle metropoli occidentali.

Lo hanno fatto partendo dalle enormi disponibilità finanziarie, come conferma il fatto che 4 dei 10 più grandi fondi sovrani al mondo abbiano base nel GCC, divisi tra Bahrain, Oman, Qatar, Kuwait e i due colossi degli Emirati Arabi e dell’Arabia Saudita. Questi giganti finanziari hanno in pancia asset stranieri per 2,6 trilioni di dollari, investiti in tutti il mondo, dai buoni del tesoro statunitensi ai bond governativi di mezzo mondo.

Sono loro parte del motore dell’economia regionale che – secondo il Report realizzato da Euler Hermes – chiuderà il 2015 con una crescita del 3%, per migliorare ancora nel 2016 e mettere a segno un +3,6%.

A trainare la volata – spiega il Report – c’è il Qatar che l’anno prossimo crescerà del 6,5%, seguito dal 4,5% degli Emirati, dal 4 dell’Oman, dal 3,5 del Bahrain, dal 3 dell’Arabia e dal 2,5 del Kuwait. L’andamento positivo dell’economia contribuisce ovviamente al miglioramento delle condizioni economiche dei cittadini, al punto che cinque di questi Paesi del Golfo (tutti con l’eccezione del Bahrain) occupano le prime posizioni tra i Paesi emergenti per reddito pro capite.

 

Infrastrutture e investimenti

Il settore infrastrutturale legato al mercato interno è uno dei più significativi tra quelli che hanno favorito lo sviluppo della regione negli ultimi anni.

Hanno fatto il giro del mondo le immagini dello skyline di Dubai, la linea metropolitana di Ryadh, gli aeroporti e le isole artificiali sorte dal nulla. Sono tutti progetti faraonici, costati miliardi di dollari, che hanno spinto l’economia, dato occupazione, favorito l’arrivo nella regione di imprenditori e turisti da ogni parte del mondo. Secondo il report di Euler Hermes il settore delle costruzioni nei Paesi del GCC ha raggiunto nel 2015 il valore di 395 miliardi di dollari. Gli Emirati Arabi Uniti assorbono da soli il 43% di questo valore, segue l’Arabia Saudita con il 33% e il Qatar con il 15.

Un business che ha raggiunto questi livelli dopo una corsa inarrestabile iniziata nel 2005. Da allora ad oggi, la crescita media annuale del settore è stata del 17%. E ancora oggi i progetti in campo sono tantissimi e ambiziosi. Abu Dhabi, ad esempio, sta rispettando un piano di investimenti che da qui al 2018 lo porterà a spendere 90 miliardi di euro per la costruzione di abitazioni e infrastrutture di vario genere; mentre l’Arabia Saudita da sola ha pianificato di spendere tra il 2012 e il 2016 119 miliardi nella costruzione di nuove opere.


 

L’export

Oltre alla crescita interna, anche le esportazioni rimangono uno strumento di sviluppo interessante per l’intera regione. Nonostante l’innovazione tecnologica e la nascita di moltissime imprese, il mercato chiave dell’export si conferma quello petrolifero che rappresenta la fonte maggiore di guadagno per i Paesi del GCC.

Più che verso Occidente, la regione guarda a Oriente e infatti i maggiori partner commerciali sono Paesi asiatici. Il primo ad acquistare beni e servizi prodotti nella Penisola Araba è il Giappone, seguito da India, Stati Uniti, Cina, Singapore, Tailandia, Pakistan e Sud Corea. Il primo Paese europeo è la Francia e non supera la nona posizione.

 

Innovazione e formazione

Inseguendo un sogno di crescita forsennato, il Paesi del Golfo hanno investito tantissime risorse nella formazione di una classe dirigente preparata e moderna, e nella creazione di ambienti e città efficienti e vitali per la crescita del tessuto produttivo.

Il segno più significativo di questa corsa è forse Masdar City, una città tuttora in costruzione, che è stata edificata nel deserto e che dovrà essere la prima città al mondo a impatto zero. La città nasce da un progetto avveniristico dello studio britannico Foster and Partners, mentre la sua costruzione è finanziata dal Mubadala Development Company, il fondo sovrano di Abu Dhabi. Una volta terminata (secondo i calcoli entro la fine del 2016) sarà in grado di ospitare 50mila persone per un investimento complessivo di 22 miliardi di dollari.

Masdar City, per quanto sorta come un’oasi nel deserto, è il frutto naturale di una società in costante crescita che ha voglia di stupire se stessa e il mondo, e capace di attrarre giovani dalle regioni circostanti. Non è un caso se l’ultimo report dell’agenzia di consulenza Burson-Marsteller dedicato alla “Gioventù Araba” incoroni gli Emirati Arabi per il terzo anno consecutivo come il Paese preferito dai giovani arabi per vivere, davanti agli Stati Uniti e all’Europa.


Riyadh
 

I grandi eventi

La spinta alla crescita, la nascita di imprese e la modernizzazione dei processi produttivi così come della società stessa hanno avuto come effetto la polarizzazione intorno a queste regioni di alcuni degli eventi più importanti su scala mondiale.

In particolare il Qatar si sta organizzando per ospitare tre eventi planetari come l’Expo 2020, la Confederation Cup del 2021 e i Mondiali di Calcio del 2022. Tornando alle analisi di Euler Hermes, il Report prevede che per realizzare le infrastrutture necessarie a sostenere questi appuntamenti il Qatar ha pianificato investimenti per 90 miliardi di dollari. Di questi la quota maggiore (25 miliardi) saranno destinati al miglioramento del trasporto su ferro e 20 miliardi a quello su strada. Poi le costruzioni abitative, un nuovo aeroporto, un nuovo porto, ponti e tunnel. Tutto questo senza che il debito pubblico dello Stato sia soggetto a pressioni eccessive.

Forti della grande liquidità finanziaria garantita dal petrolio, tutti i Paesi del GCC hanno infatti mantenuto una media nel rapporto tra debito e Pil che varia tra il 23 e il 33%.

Un dato bassissimo rispetto a quanto siamo abituati a vedere nelle economie più sviluppate, obbligate a sostenere la crescita con l’indebitamento, e insieme un segnale prezioso che dimostra come l’età dell’oro della Penisola Araba sia solo all’inizio.

 

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