Visegrad: 1.900 abitanti sulle sponde del Danubio. Provincia di Pest, Ungheria. Patria del trattato che il 15 febbraio del 1991 sancì la cooperazione tra Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca.

Ventisette anni dopo, lo stesso quartetto è al centro del dibattito politico internazionale per essere passato dall’essere euroentusiasta ad euroscettico. Ma perché?

L’insofferenza verso Bruxelles per essere lasciati ai margini dei processi decisionali, privati della loro identità culturale e svuotati della loro sovranità nazionale, sembra essere la ragione principale. E chi ne fa una questione economica, sbaglia di grosso. Perché anche se la Commissione ha proposto di ridurre i fondi UE da destinare a questi paesi, dato l’evidente miglioramento del loro tenore di vita, negli ultimi anni sono tra gli stati membri che hanno ricevuto di più, beneficiando in modo significativo dell’ingresso nell’Unione europea.

 

POLONIA

 

Dal punto di vista economico, l’entrata polacca nell’Unione europea ha dato una forte spinta all’economia del paese. Dal 2004 il Pil della Polonia è più che raddoppiato, le esportazioni sono più che triplicate, gli investimenti all’estero sono passati da 45 a quasi 200 miliardi di euro. Il tasso di disoccupazione - il più basso dell’era post-sovietica, pari al 4% - è sceso dal 20% al 6,8% e sono stati creati oltre 2 milioni di posti di lavoro. Tutti numeri che le consentono di essere decretata come l’economia europea in maggiore crescita nel 2017 - con un +4,6% - e di raggiungere così il primato di espansione più rapido degli ultimi sei anni. Un traguardo ottenuto grazie alla forte domanda interna e alla ripresa dei grandi partner commerciali occidentali, primo fra tutti la Germania, che da sola riceve il 27% sulle esportazioni polacche. Nel mentre è cresciuta anche la spesa per consumi delle famiglie, che corrisponde al 61% del Pil, del 4,7% - il dato più alto degli ultimi dieci anni - grazie ai sussidi sociali e alle misure di sostegno al reddito introdotte dal governo. Non sono rimasti indietro nemmeno gli investimenti nelle costruzioni, nelle infrastrutture e nei macchinari, crescendo del 5,4% con l’uso dei fondi europei. Fondi che ammonteranno a circa 80 miliardi di euro al termine del 2020. Già l’anno scorso, è stata la Polonia ad ottenere più soldi di tutti dall’UE, ricevendone quasi 12 miliardi, e versando nelle casse comunitarie poco più di 3. Perfettamente in linea con il patto che regola la distribuzione dei fondi europei: i paesi più ricchi (quelli dell’Europa dell’ovest) versano all’UE più soldi di quelli che ricevono, mentre i più poveri (quelli dell’Europa dell’est) ricevono più di quanto versano.

Varsavia

Paradossalmente però, Varsavia è stata anche quella che in questi anni ha litigato di più con le autorità europee. Proprio lo scorso dicembre, a seguito di ripetute violazioni dello stato di diritto, l’UE aveva deciso di invocare l’articolo 7 contro la Polonia, una procedura mai utilizzata prima che, se portata a compimento sfocia nella sospensione del diritto di voto del paese in sede comunitaria. Oggetto della sanzione sarebbe l’adozione di 13 leggi che hanno messo a rischio la democrazia in Polonia: in particolare l’indipendenza del potere giudiziario e in generale il principio della separazione dei poteri, condizionando in maniera rilevante il lavoro del Tribunale Costituzionale, della Corte Suprema e dei tribunali ordinari polacchi. Un provvedimento che il paese ha avvertito come un’ingerenza da parte di Bruxelles e che ha rafforzato la sua intesa con gli altri governi del gruppo di Visegrad.

 

UNGHERIA

 

Sano. Così potrebbe definirsi in una parola lo stato di salute dell’economia ungherese. Il tasso di disoccupazione, dopo la crisi, è tornato rapidamente a uno dei valori più bassi in Europa (dal 11,3% del 2010 al 3,8% attuale); la crescita economica avanza a ritmi sostenuti (+3,2% nel 2017) e le finanze pubbliche sembrano piuttosto solide (il rapporto debito/PIL è al 73%, un livello gestibile se si pensa all’81% toccato all’apice della crisi).

Tra i vari problemi, ci sono i debiti con l’estero - un’eredità del passato - ancora elevati, una speranza di vita che resta oggi tra le più basse d’Europa, e i valori del PIL pro capite che, seppur cresciuto del 4% e raddoppiato rispetto a 20 anni fa, non tengono il passo di quelli dei restanti paesi del gruppo di Visegrad. Infatti se nel 1997 i cittadini ungheresi erano secondi solo a quelli cechi, nel 2007 sono stati superati anche da quelli slovacchi e nel 2017 da quelli polacchi. In particolare, negli otto anni di governo di Viktor Orban la crescita complessiva dell’Ungheria è stata la più lenta tra quelli del quartetto.

A pesare sulle spalle ungheresi anche la recente condanna del Parlamento UE verso il premier, sottoposto alla procedura prevista dall'articolo 7 del trattato UE sullo stato di diritto. A suo sfavore si contano la legge sul diritto d'asilo che introduce la detenzione obbligatoria, la modifica della Costituzione che ha dato facoltà all'Ufficio governativo di spostare a piacimento giudici e processi, la guerra alle ONG che ricevono finanziamenti dall'estero, le limitazioni alla libertà di opinione ed espressione.

Ciò non è bastato a calmare lo spirito di Orban, che parla ancora di ricatti e minacce, nonostante tutti i fondi europei ricevuti dal paese. L’Ungheria, solo nel 2016, ha contribuito al bilancio UE con 924 milioni di euro, ricevendo 4,5 miliardi.

I problemi arriveranno nei prossimi anni allora, quando i fondi Ue rallenteranno ed emergeranno tutte le fragilità di un’economia che dovrà contare solo sulle proprie forze, che rimangono carenti. La produttività resta bassa, nonostante gli ampi spazi per migliorarla, la ripresa presente ma comunque inferiore a quella dei paesi vicini, e le aziende - dopo il categorico no del paese agli immigrati - avranno sempre più difficoltà a trovare manodopera.


Budapest 

SLOVACCHIA

 

Quando nel 1993 Repubblica Ceca e Slovacchia si separarono, nessun pronostico per quest’ultima prevedeva un futuro economico roseo. Invece il paese ha chiuso il 2017 con un bilancio di crescita e stabilità economica da fare invidia ad altri paesi dell´Unione europea. E nel frattempo, tra i cugini di Visegrad, è l’unica ad aver adottato l’euro e quella che vanta ancora oggi i rapporti più distesi con l’UE. Anche perché a Bratislava non si riscontrano fenomeni o posizioni che violano lo stato di diritto e le formazioni di estrema destra, seppur presenti, risultano più deboli rispetto a Varsavia, Praga o Budapest.

A caratterizzarla sicuramente l’alta industrializzazione, una domanda interna forte e in crescita e politiche fiscali che attirano anche grandi investitori internazionali. Non a caso la piccola Slovacchia è il paese europeo con la più alta produzione pro capite di auto, dati i leader globali del settore automobilistico che ospita: alla Volkswagen e alla Kia, si affiancheranno nel 2018 altri due brand premium, Jaguar e Land Rover.

Tra l’altro, le previsioni della camera di commercio italo-slovacca ritengono che la crescita economica del paese nel 2018 sarà la più veloce tra quella di tutti i paesi europei. Il tasso di crescita del Pil di quest’anno del 3,4% e quello del 3,2% nel 2017 dovrebbero essere i quinti più alti in Unione Europea. La crescita dovrebbe creare nuovi posti di lavoro, con la disoccupazione in calo all’8,7% alla fine del 2017 e al 7,5% nel 2018. 

 

REPUBBLICA CECA

 

Il premio per il membro dell’UE con il minor tasso di disoccupazione va alla Repubblica Ceca. Se infatti la media della comunità europea si attesta intorno al 7,3%, quello del paese in questione a gennaio 2018 si aggirava intorno al 2,4%.

Ma non è l’unico primato che le spetta. Infatti la Repubblica Ceca è il 30mo paese “più libero” in termini economici al mondo, grazie al suo 37mo posto nella classifica dell’Index of Economic Freedom, un indice che misura la libertà economica sulla base di fattori quali l’integrità del governo, l’efficacia giudiziaria, la spesa pubblica, il carico fiscale, la libertà delle imprese e quella commerciale e di investimento. Un risultato che la mette in cima anche rispetto al quartetto di Visegrad, dato che la Slovacchia occupa il 53mo posto, la Polonia al 54mo e l’Ungheria al 59mo.

Anche il Pil conferma l’andamento economico positivo della Cechia, aumentando nel 2017 del 4,5% e classificandosi come la seconda crescita del Pil più forte dell’intera UE dopo la Romania. Un aumento a cui hanno contribuito il buon andamento dei settori dell’industria e dei servizi, ma anche il commercio estero e la spesa per consumi delle famiglie.