Complice la recente acquisizione della Acetum di Cavezzo, azienda produttrice di aceto balsamico Igp, da parte di Abf-Associated British Food – quotata alla Borsa di Londra e nota ai più per il tè Twinings e per i negozi Primark – gli italiani sono tornati a fare i conti con la colonizzazione industriale che ha visto, in particolare negli ultimi anni, molte prestigiose aziende nazionali cambiare bandiera.

Il saper fare delle imprese nostrane e quel gusto Made in Italy che caratterizza la gran parte della produzione industriale del Paese sono da sempre appetibili per gli investitori stranieri. Ma se c’è un’Italia con un’alta presenza di capitali stranieri nei consigli di amministrazione è anche vero, in alcuni casi, il contrario.

«Il mercato italiano Merger&Acquisition (fusioni e acquisizioni, ndr) nei primi 9 mesi del 2017 ha registrato 567 operazioni per un controvalore di 27 miliardi di euro, in riduzione del 31% rispetto ai 39,2 miliardi dei primi 9 mesi del 2016». Questo è quello che emerge dalla ricerca condotta da KPMG, società specializzata nella revisione e organizzazione contabile, in collaborazione con Borsa Italiana e Università Bocconi. «Il mercato è vivace, persino superiore allo scorso anno in termini di numero di operazioni – ha spiegato Max Fiani, Partner KPMG e coordinatore del Rapporto M&A – mancano però all’appello le grandi operazioni. In alcuni casi si tratta di transazioni già annunciate che devono essere finalizzate. Basti pensare alla fusione tra Luxottica e la francese Essilor, che si candida ad essere una delle operazioni più importanti per controvalore mai realizzate sul mercato M&A italiano per circa 24,3 miliardi di euro».



A contribuire alla conquista dei territori d’oltralpe ci sono anche le aziende dell’agroalimentare e il caso Ferrero è senza dubbio tra i più rappresentativi. Dopo l’acquisizione, nel 2016, prima della turca Oltan (nocciole), poi dell’inglese Thorntons (cioccolata), Ferrero è passata alla belga Delacre (biscotti gourmet) e quest’anno è stata la volta di una nuova acquisizione, quella della statunitense Fannie May, storica azienda produttrice di cioccolato. Con questa operazione del controvalore di 115 milioni di euro, Ferrero non ha solo ampliato il proprio portafoglio negli Stati Uniti, il suo quinto mercato, ma ha dato una solidità maggiore e una presenza ancor più radicata in un Paese che vede il Gruppo italiano protagonista dal 1969 con l’introduzione del marchio Tic Tac. Oggi il Gruppo, fondato negli anni 40 da Michele Ferrero, vanta una presenza internazionale che conta circa 30mila dipendenti sparsi in 53 Paesi del mondo.

Interessante espansione oltreconfine anche per Lavazza che ha acquistato il 100% della francese Carte Noire nel 2016, mentre nell’anno in corso l’azienda produttrice di caffè si è aggiudicata l’80% della canadese Kicking Horse Coffee.

Sempre con il caffè l’espansione italiana, questa volta in Indonesia, ha segnato un importante risultato con l’acquisizione da parte del gruppo Segafredo del 67% del pacchetto azionario di Pt Caswells Indonesia tramite la sua consociata Boncafé International, mentre il restante 33% è rimasto di proprietà di un partner strategico del Gruppo. L’Indonesia non è soltanto una nazione in cui il consumo di caffè è in crescita, ma a livello produttivo si attesta come quarta nazione sul mercato, e questo per Segafredo è il punto di partenza per un nuovo progetto di internazionalizzazione di tutto il Gruppo.



Nel recente passato, poi, spiccano le aperture di De Cecco, società della provincia abruzzese che oggi può vantare di essere il primo produttore di pasta in Russia e terzo nel mondo dopo Barilla e Ebro Food. C’è poi l’acquisizione da parte di Campari della francese Société des Produits Marnier Lapostolle, fondata nel 1827 e produttrice del Grand Marnier. Una bella aggiudicazione se si pensa che nel 2016 proprio i francesi hanno investito circa 9 miliardi di euro nel nostro Paese.

Emerge ancora dalla ricerca condotta da KPMG e Bocconi: «Nel settore “Energy” protagonisti sono stati i soliti noti. Enel ha investito circa 650 milioni di euro per aggiudicarsi la gara pubblica per la privatizzazione di CELG Distribucao, indetta sul finire dello scorso anno dal governo brasiliano tramite la banca nazionale per lo sviluppo; ENI ha aperto ai big player petroliferi mondiali le concessioni relative al gas field con la cessione del 10% di Zohr a British Petroleum per circa 350 milioni di euro; un ulteriore 30% sarà rilevato dai russi di Rosneft nei prossimi mesi. Si attende inoltre il completamento dell’OPA di Fri-El su Alerion Clean Power.

E se per il prossimo futuro si attendono gli sviluppi relativi all’operazione Albertis che vede Atlantia impegnata nel tentativo di acquisizione della società di gestione delle autostrade spagnole con un’offerta di circa 16 miliardi di euro, nel segmento cross-border out, il Gruppo Techint, ha investito 1,5 miliardi di euro per acquisire il 100% del capitale della brasiliana CSA Siderurgica do Atlantico da Thyssenkrupp. Inoltre c’è Exor, la holding della famiglia Agnelli, che dopo l’acquisizione nel 2016 della statunitense PartnerRe continua il suo percorso di crescita acquisendo la canadese Aurigen per circa 260 milioni di euro.

Insomma, le aperture all’estero ci sono e si vedono, ma a preoccupare non sono i movimenti delle aziende italiane, quanto la sproporzione evidente che esiste con il flusso inverso. E infatti i 9,4 miliardi spesi nel 2016 dalle aziende nostrane all’estero sembrano ben poca cosa rispetto ai circa 65 miliardi investiti dagli stranieri per accaparrarsi il fior fiore del Made in Italy