È questo il rischio che oggi corre il Giappone e che sembra minacciare la revisione al ribasso delle più recenti previsioni di crescita elaborate dalla Bank of Japan e da molte istituzioni finanziarie internazionali.

Dopo anni difficili dove la stagnazione dell’economia è stata accompagnata dalla deflazione della moneta, il Sol Levante barcolla ancora tra le riforme, che dovrebbero dare una spinta alla crescita, e le difficoltà endemiche dell’economia reale. E infatti in agosto la produzione industriale del Paese è tornata a calare dello 0,5% rispetto al mese precedente, un risultato che ha convinto molti analisti a prefigurare una nuova contrazione del Pil nel terzo trimestre dell’anno, dopo il -1,2% del secondo trimestre.

Resta adesso da vedere quale sarà la reazione della Bank of Japan che nel suo ultimo Economic Outlook aveva previsto una ripresa, seppure moderata, ma stabile fino alla fine dell’anno e per tutto quello successivo.

In effetti, il panel dei dati macroeconomici è quasi generalmente positivo: i consumi privati sono in miglioramento, favoriti dall’aumento del tasso di occupazione e dalla crescita dei salari; gli investimenti nel mattone appaiono in crescita e anche le vendite al dettaglio sono cresciute dello 0,8% rispetto al 2014.

Da qui le stime della Bank of Japan, che indicano per il marzo 2016 (mese con cui si conclude l’anno fiscale giapponese) una crescita dell’1,7%, rivista tuttavia al ribasso rispetto alle previsioni iniziali del 2%. Per quanto riguarda invece l’inflazione, le previsioni indicano un aumento dello 0,7%, inferiore di appena uno 0,1% rispetto alle previsioni iniziali della Banca.

Ma il dato forse migliore di questa ripresa nipponica è legato alla fiducia delle imprese, che ha ricominciato a crescere nei mesi scorsi. L’ultima release del secondo trimestre del 2015 dell’indice Tankan, stilato dalla Bank of Japan, mostra un balzo di 15 punti nella fiducia delle aziende rispetto ai 12 punti registrati nel quarto trimestre del 2014 e nel primo trimestre del 2015.

Rimane da capire quanto gli ultimi dati impatteranno in maniera negativa su questo scenario, senza contare ovviamente che alcuni problemi di carattere strutturale rimangono invariati. Primo tra tutti il debito pubblico che si conferma il più elevato tra i Paesi aderenti all’Ocse. E proprio l’ultimo rapporto dell’Ocse lo certifica alla soglia del 226% del Pil giapponese, ben al di sopra di quello greco che ha superato il 150% e di quello italiano che viaggia intorno al 120%.

Per rilanciare il Paese e uscire dalla deflazione che ne ha soffocato per anni la vitalità economica, nel 2013 è stato lanciato un pacchetto di riforme chiamato “Abenomics” dal nome del primo ministro nipponico, Shinzo Abe. Quelle riforme prevedono tre interventi specifici: una politica monetaria espansiva basata sulla strategia del “quantitative and qualitative easing”; un pacchetto fiscale che incentivi gli investimenti e la spesa; e in ultimo la cosiddetta “Japan Revitalization Strategy” che ha previsto una serie di riforme strutturali inseguendo l’obiettivo della crescita del Pil al 2% almeno dal 2022.

All’interno di queste riforme ce ne sono alcune che l’Organizzazione economica dei paesi sviluppati considera essenziali. Tra queste il compiuto inserimento delle donne nel mondo del lavoro e la stipula di accordi commerciali internazionali che favoriscano una volta per tutte l’ingresso del Giappone nell’economia mondiale.

Può apparire un paradosso, ma il Sol Levante cresce tradizionalmente per vie interne, grazie appunto alla spesa pubblica e alla spinta ai consumi di una popolazione che supera i 120 milioni di persone. A questo si contrappone però un isolamento commerciale dovuto sia alla posizione geografica che alla mancanza di politiche economiche adeguate. E infatti – rileva l’Economic Outlook 2015 dell’Ocse – il Paese ha la quota minore di investimenti diretti esteri tra le economie sviluppate, mentre la presenza dei venture capital è ancora in una fase embrionale rispetto ai livelli raggiunti negli Stati Uniti o in Europa. Fino al 2008 la quota di IDE era inferiore al 4% del Pil e proprio le riforme varate in questi anni spingono molto in questa direzione e prevedono un aumento degli investimenti stranieri dai 18 trilioni di yen del 2012 a 35 trilioni nel 2020.



Di questo isolamento ne risentono ovviamente anche i rapporti commerciali tradizionali. In particolare, gli scambi con il nostro Paese sono ormai consolidati, ma si mantengono da anni più o meno su livelli stabili.

Gli ultimi dati dell’Istat, riferiti al periodo gennaio-luglio 2015, indicano un leggero calo dell’export italiano (-0,5%), per un valore assoluto di 3,2 miliardi di euro.

Sul fronte opposto, quello delle importazioni giapponesi in Italia, è il mercato è stato più vitale. Le importazioni sono infatti cresciute nello stesso periodo del 2015 del 14,8% raggiungendo la soglia degli 1,8 miliardi di euro, ma mantenendo comunque positivo per l’Italia il saldo commerciale.


Tutto questo conferma che il Giappone, proprio in virtù della spinta modernizzatrice impressa in questi anni, rappresenta un interessante mercato di sbocco per gli imprenditori italiani. L’interesse e il fascino che suscita il made in Italy rimangono da sempre elevatissimi, oltre al fatto che lo stato di salute dell’economia è migliorato in modo significativo negli ultimi anni. Guardando solo ai dati delle bancarotte, riportati dall’Ocse, il loro numero è in netta contrazione e il Paese si conferma nelle ultime posizioni tra le economie più sviluppate.

Per superare una volta per tutte la crisi c’è ancora molta strada da fare, a cominciare da un mercato del lavoro più produttivo e da un maggiore stock di investimenti nei settori tecnologici, ma la via è tracciata e il Giappone è pronto ad accogliere chi vorrà percorrerla.