Il primo a dirlo è stato il Dipartimento del Tesoro (www.ustreas.gov) degli Stati Uniti nel suo “Rapporto semestrale sulla manipolazione delle valute”, ma adesso anche l’Unione europea conferma la tesi secondo la quale il governo tedesco avrebbe favorito eccessivamente le vendite all’estero, riducendo così le possibilità di rilancio dell’economia europea. Alla base del dibattito c’è la Macroeconomic Imbalance Procedure (www.europa.eu), una procedura interna ai Paesi dell’Ue che stabilisce dei parametri economici da rispettare. Uno di questi impone agli stati membri di non infrangere per tre anni consecutivi il tetto del surplus commerciale superiore al 6% del Prodotto interno lordo. Solo nel 2012 l’attivo della bilancia commerciale tedesca è stato pari al 7% del Pil, dopo aver fatto registrare il 6,21% nel 2011 e il 6,24% nel 2010. E le previsioni autunnali della Commissione europea indicano che Berlino anche per il 2013 manterrà un surplus commerciale del 7% sul Pil. In sostanza, per circa otto anni la locomotiva del Vecchio Continente ha accumulato un attivo commerciale superiore a quello consigliato dall’Unione.

Ma dove risiede la forza del sistema Germania nel mondo? Prima di tutto nell’elevata competitività delle imprese che sono presenti sui mercati internazionali e nell’invidiabile livello tecnologico dei beni e delle merci venduti. Proprio queste eccellenze permettono alla Germania di non scontrarsi direttamente con l’export cinese che invece si focalizza su prodotti dagli standard tecnologici più contenuti.


Quello che colpisce, però, e che in un certo senso ribalta molti dibattiti accesi intorno alla crisi economica, è che nel 2008, poco prima del collasso di Lehman Brothers, l’area euro registrava un deficit commerciale con il resto del mondo di 100 miliardi di euro. Oggi, proprio grazie alla spinta tedesca, è in attivo di 300 miliardi. La crisi, quindi, non ha fermato l’export, anzi l’ha rafforzato spingendo le imprese a trovare nuove strade al di fuori del mercato europeo. L’altra faccia della medaglia è infatti la contrazione dei consumi dentro i confini del Vecchio Continente.


Una crisi e una difficoltà che la Germania sembra non sentire affatto. Anzi. Secondo le statistiche più recenti dell’Ente federale di statistica di Berlino, nel primo semestre del 2013 e rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, lo stato tedesco ha raggiunto un sopravanzo di 8,5 miliardi di euro rispetto al Pil. In termini assoluti nel secondo trimestre del 2013 il Prodotto interno lordo tedesco è cresciuto dello 0,7%, dopo una stagnazione (0,0%) registrata nei primi tre mesi dell’anno, mentre i dati preliminari sul terzo trimestre dell’anno parlano di un incremento dello 0,3% sui tre mesi precedenti. A dare una spinta in avanti, per la prima volta dopo diversi mesi, hanno contribuito anche i consumi interni, cresciuti dello 0,5% nel settore privato e dello 0,6% per quanto riguarda le spese statali. Un passo in avanti lo hanno compiuto anche le spese statali, aumentate leggermente rispetto al trimestre precedente, e gli investimenti in macchinari e costruzioni. In particolare nel settore edile sono aumentati del 2,5%.


Ma i veri dati sorprendenti arrivano anche dall’export e a registrarli nel suo Rapporto 2013 – stavolta – è l’Ice, l’Istituto del commercio estero divenuto Italian Trade Agency (www.ice.gov.it). Dal 2003, anno in cui c’è stato lo storico sorpasso sugli Stati Uniti, la Germania è diventata e si è confermata fino ad oggi il primo esportatore mondiale di merci, e di conseguenza la componente estera della domanda ha rappresentato il più forte fattore di sostegno alla crescita economica, soprattutto negli anni della crisi internazionale.


Un Paese a vocazione “export”, quindi, che ha fatto della presenza all’estero un punto di forza per riportare ricchezza all’interno. Il trend è stato mantenuto nel 2012, quando Berlino ha registrato un aumento del 3,4% delle esportazioni, mentre nel primo semestre dell’anno in corso sono diminuite dello 0,6% (come sintesi di un -1,7% registrato verso i Paesi Ue e di un +1 verso i Paesi extra Ue).


Nella fornitura di carburante alla locomotiva tedesca, anche l’Italia fa la sua parte e si colloca al settimo posto tra i principali Paesi acquirenti avendo speso nel primo semestre del 2013 per acquistare merci tedesche 27,5 miliardi di euro. La quota italiana sul totale dell’export è pari al 5%, mentre le prime due posizioni di Paesi acquirenti sono occupate da Francia e Stati Uniti, rispettivamente con 50,6 e 42,6 miliardi.

E proprio il carattere fortemente “export oriented” dell’economia tedesca risulta evidente dai risultati della bilancia commerciale. «Il saldo dell’interscambio tedesco con il resto del mondo – è scritto nel Rapporto dell’Ice – presenta un avanzo molto consistente e fino ad oggi in costante aumento, grazie al fatto che il tasso di crescita delle esportazioni supera quasi sempre quello delle importazioni. Lo stesso fenomeno si verifica nell’interscambio con l’Italia. Nel 2009 il surplus delle esportazioni tedesche si è ridotto del 35%, ma anche negli anni successivi ha mantenuto più o meno i livelli precedenti. Nel 2011 e nei primi nove mesi del 2012 è stato registrato un lieve miglioramento della posizione italiana e lo stesso trend è stato mantenuto anche nel primo semestre del 2013.

Ma alla base del successo tedesco sui mercati internazionali c’è un innegabile stato di salute dell’industria che contribuisce a garantire un livello di benessere invidiabile alla maggior parte della popolazione. Le riforme del mercato del lavoro varate tra il 2003 e il 2004 hanno portato ad una maggiore competitività del tessuto produttivo, ma hanno favorito anche un miglioramento delle condizioni generali del mercato del lavoro. Come prima conseguenza tra il 2005 e il 2009, i primi anni del boom tedesco all’estero, il numero dei disoccupati è diminuito in maniera sostanziale, passando da 4,9 a 3,4 milioni, e il numero di lavoratori è cresciuto, da 38,7 a 40,2 milioni. Questo andamento è stato confermato negli anni della crisi al punto che nel mese di giugno 2013 i disoccupati erano circa 2,9 milioni, 72.000 in meno rispetto al mese precedente e il numero dei lavoratori ha raggiunto i 41,8 milioni, 246mila in più rispetto allo stesso periodo del 2012. Un piccolo peggioramento è stato registrato nel mese di ottobre quando i disoccupati sono aumentati di 2mila unità, su base destagionalizzata, portando il conto totale dei senza lavoro a 2,97 milioni. Il tasso di disoccupazione si è attestato al 6,9%.


Ma fino a che punto la locomotiva delle esportazioni può continuare a trainare la “locomotiva d’Europa”? Gli esperti si interrogano anche perché gli ultimi dati confermano ancora una volta il ruolo essenziale giocato dall’export. Secondo il Rapporto 2013 dell’Ice gli ordini industriali hanno cominciato a registrare una flessione e nel mese di maggio quelli relativi al mercato interno sono calati dell’1,2% rispetto al mese precedente.


A settembre, gli ordini presso l’industria tedesca hanno registrato un nuovo rimbalzo, con un +3,3% rispetto al -0,3% del mese precedente, risultando nettamente superiori alle attese di mercato. E ancora una volta la risposta di questo exploit va cercata fuori dai confini nazionali, perché – come confermano i dati del Ministero dell’Economia di Berlino – mentre gli ordini interni sono rimasti stazionari e sono scesi dello 0,1%, quelli esteri sono balzati in avanti del 6,8%.


Questi numeri hanno un significato inequivocabile: le esportazioni continuano ad essere il punto di forza dell’economia tedesca, ma ormai la Germania non può più contare sul mercato europeo e deve puntare su Paesi più lontani dove i tassi di crescita sono ancora elevati. L’ennesima conferma che la locomotiva, per continuare a dettare l’agenda economica del Vecchio Continente, ha ancora bisogno della competitività delle sue aziende in giro per il mondo.

Articoli correlati "Export"