A dimostrarlo è l’area dell’Est europeo, la cosiddetta Europa ex-comunista, dove dalla Polonia alla Romania le economie hanno dismesso i panni ingessati dell’ideologia e hanno cominciato a macinare risultati più che interessanti.

E gli imprenditori italiani lo hanno capito se è vero che, come conferma l’ultimo Rapporto Ice-Reprint, ci sono oltre 6mila imprese operanti nella macroregione dell’Est che danno lavoro a 354mila persone, fatturano 87,6 miliardi di euro e rappresentano un quarto dell’intera presenza italiana nel mondo. Che quel mercato sia divenuto ormai un punto di riferimento per gli imprenditori italiani, lo confermano anche i risultati di alcuni singoli Stati come la Romania che ad oggi è la quarta destinazione globale degli investimenti delle nostre aziende, dopo Francia, Germania e Stati Uniti, e prima di Spagna, Gran Bretagna e Cina.

Mettendo infatti a confronto il feeling commerciale delle aziende italiane con i Paesi est-europei e con la Cina, emerge tra l’altro che per ogni impresa che investe nell’ex-Celeste Impero ce ne sono 1.100 che portano il loro business nell’Europa orientale. La vicinanza geografica ovviamente aiuta, ma non solo: le economie dell’Est si sono sviluppate in modo deciso negli ultimi anni e hanno saputo reagire bene alla crisi internazionale, mantenendo in alcuni casi tassi di crescita invidiabili.


E sono cambiate anche le ragioni di questa attrazione verso i Paesi dell’ex-blocco sovietico. Mentre fino a una decina di anni fa le motivazioni principali erano legate ai bassi costi della manodopera, dell’energia e anche della tassazione, oggi chi si spinge su quei mercati lo fa perché li considera sbocchi commerciali interessanti per i propri prodotti. Una strategia favorita anche dagli ottimi risultati interni messi a segno da diversi Paesi.

A guidare la carica dei nuovi mercati dell’Est c’è sicuramente la Polonia che negli ultimi anni ha registrato tassi di crescita costanti. Le ultime rilevazioni registrate a fine 2012 sullo stesso periodo del 2011 parlano di una crescita del Pil del 3%, ben al di sopra della media europea, e positivo è anche il valore stimato per il 2013. 
Insieme all’economia generale, anche l’industria rallenta. Nei primi quattro mesi del 2013 la produzione industriale è calata dello 0,3%, meno comunque che in Eurolandia.
Il commercio, da solo, rappresenta circa il 40% del Pil, e ha continuato a tirare perché i consumi interni, forti di una classe media in rapida crescita, sono cresciuti senza sosta negli ultimi anni. E proprio la domanda interna è uno dei fattori che ha permesso alla Polonia di evitare la recessione, a differenza di quanto accaduto alla maggior parte degli altri stati europei.
Tuttavia, nonostante il relativo ottimismo suscitato da questi dati, si cominciano a diffondere elementi che fanno guardare con attenzione ai mutamenti in corso. L’indebitamento delle aziende sta crescendo, e l’8,4% dei destinatari di credito bancario non è riuscito a restituire i prestiti ottenuti alle banche. Secondo i dati della società di consulenza Roland Berger il fenomeno è in crescita del 20% annuo. Anche la disoccupazione è salita al 13%, ma il tasso di disoccupazione giovanile rimane tra i più bassi d’Europa, e i giovani polacchi sotto i 24 anni e senza un lavoro sono il 26,7% del totale.

A fronte dei risultati polacchi, già in parte annunciati da un processo di crescita avviato ormai da diversi anni, c’è il caso di una vera e propria Cenerentola che, quasi inaspettatamente, sta registrando tassi di crescita record. È la Romania, il Paese che a giugno 2013 (sullo stesso mese del 2012) ha registrato un aumento del Pil del 5,7%, secondo in Europa solo all’Irlanda. 
Nei primi sei mesi del 2013 il Pil romeno è cresciuto dell’1,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e nel corso dell’estate il Fondo Monetario Europeo – che nel 2009 insieme all’Unione europea aveva riconosciuto alla Romania un prestito/salvataggio di 20 miliardi di euro – ha rivisto le sue stime prevedendo alla fine dell’anno una crescita intorno al 2%. Guardandolo oggi, il Paese sembra totalmente diverso da come era nel 1999, quando la sua economia si contraeva per il terzo anno consecutivo del 4,8% e il processo di privatizzazione e di riforme non portava i risultati attesi. La tendenza ha cominciato a invertirsi nel 2002 quando il Paese ha registrato una crescita del 4,5%, un tasso mantenuto anche negli anni successivi fino al record del +5% ottenuto nel 2005. Nel frattempo i salari sono aumentati e l’inflazione diminuita, ma soprattutto l’intero sistema produttivo è stato al centro di un’importante riorganizzazione che ha visto una perdita di peso del settore agricolo (che era pari al 40% del Pil) in favore dell’industria e dei servizi. L’ingresso nell’Unione europea, sancito ufficialmente insieme alla Bulgaria il 1° gennaio del 2007, ha fatto il resto e ha favorito la partecipazione della Romania al più ampio bacino degli scambi commerciali comunitari.

Più complessa è invece la situazione della Bulgaria che, dal momento dell’ingresso in Europa, ha dovuto avviare una serie di riforme che si sono rivelate molto pesanti per la popolazione. A fronte di ottimi risultati ottenuti nelle finanze pubbliche (il debito bulgaro è pari al 18% del Pil, uno dei più bassi in Europa), il Paese ha sofferto molto dal punto di vista sociale perché la rincorsa all’Europa è stata compiuta operando pesanti tagli alla spesa pubblica, oltre al congelamento degli stipendi, che oggi raggiungono in media i 400 euro mensili. Nel 2012 la crescita del Pil è stata pari allo 0,8% e, secondo le stime, l’anno in corso si chiuderà con una crescita dell’1%. Il dato è in media con molti Paesi europei anche se il punto di partenza della Bulgaria è ancora ben più arretrato della quasi totalità dei membri Ue.

Un supporto alla crescita con l’obiettivo di avvicinare questi mercati ai livelli di benessere europei, è stato dato dalle istituzioni finanziarie internazionali. La Bers (Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo), la Banca Mondiale e la Bei (Banca europea per gli investimenti) hanno lanciato un piano per il 2013-2014 che prevede il finanziamento di 30 miliardi di euro alla crescita dell’Europa Centrale e Sud-Orientale. All’interno di questo quadrante geografico, oltre a Bulgaria, Polonia e Romania, sono previsti stanziamenti per Albania, Lituania, Lettonia, Montenegro, Serbia, Slovenia, Repubblica Ceca. In particolare la Bei ha messo a disposizione 20 miliardi di euro che saranno trasformati in prestiti a lungo termine per le PMI da investire nei settori delle energie rinnovabili, dell’efficienza energetica e, più in generale, sull’innovazione. Mentre i 4 miliardi stanziati dalla Bers andranno per sostenere le esportazioni e quindi la costruzione di legami commerciali più stretti con il resto del continente.

E proprio sul tema del rapporto con l’Europa rimane aperta la questione dell’adesione all’euro, un’opzione che viene gestita diversamente da Paese a Paese. Mentre la Lettonia dovrebbe entrare nel club della moneta unica dal 2014 e la Slovacchia sembra pentirsi di averlo fatto, la Polonia ha recentemente confermato la sua scelta di rimanerne fuori. A questa decisione contribuiscono le difficoltà che stanno vivendo in questi mesi molti Paesi europei e che inevitabilmente minano l’immagine, il senso e le aspettative che per anni sono stati da molti riposti sul successo dell’Unione.

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