Basta un solo giorno lavorativo per avviare un’attività imprenditoriale in Nuova Zelanda. Ed è proprio questo che lo rende il paese dove è più facile fare business.

A rivelarlo è il report della Banca Mondiale dal titolo “Doing Business 2019 – Training for Reform”, che analizza i migliori paesi dove investire su un panel di 190 economie del mondo.

In questa classifica, tra il 2017 e il 2018, l’Italia è passata dal 46° al 51° posto, superata addirittura da Mauritius, Serbia, Armenia e Bielorussia.

Parte del giudizio della Banca Mondiale viene elaborato in base alla capacità generale di un paese di agevolare il percorso imprenditoriale sommando i dati di 11 indicatori (11 areas of the life of a business) come, ad esempio, i tempi di avviamento necessari o i costi da sostenere per registrare una società.


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Dove conviene investire

Il report permette agli imprenditori, locali come stranieri, di avere una fotografia dettagliata sulle caratteristiche dei vari mercati e quindi di riuscire a capire dove conviene investire. In questo senso un fatto molto importante è dato dal livello di corruzione di ciascun paese. Nella classifica pubblicata dal rapporto Transparency International-Corruption Perceptin index 2018, l’Italia si trova al 53° posto per percezione della corruzione con 52 punti su 100. Un punteggio pari a 0 equivale a un livello estremamente alto di corruzione, viceversa, un punteggio pari a 100 è sinonimo di un’eccellente trasparenza. La graduatoria sulla trasparenza, dove Danimarca e Nuova Zelanda ottengono rispettivamente 88 e 87 punti, coincide con la situazione descritta dalla Banca Mondiale.

Tornando alla classifica di Banca Mondiale, in Italia è difficile fare impresa soprattutto a causa di tasse troppo alte (118° posto su 190), difficoltà di accesso al credito e cattiva gestione nella concessione di permessi di costruzione (paying taxes, getting credit e dealing with construction permits).

 

La strada della digitalizzazione

Molti paesi hanno dimostrato negli anni che affacciarsi alla digitalizzazione può in alcuni casi essere di aiuto per accelerare la crescita. È il caso dell’Israele che ha velocizzato il processo del passaggio di proprietà digitalizzando l’avvio al catasto e le trascrizioni. Le ragioni che lasciano l’Italia, in termini di PIL, particolarmente indietro rispetto agli altri paesi dell’Eurozona sono molteplici e di diversa natura. Tra i tanti motivi c’è anche l’arretratezza digitale. Il DESI 2018 (Digital Economy and Society Index - l’indice dell’UE che misura il livello di digitalizzazione delle attività svolte nel paese) vede l’Italia occupare una delle ultime quattro posizioni.



 

Riforme per attirare gli investimenti migliori

Alcuni indicatori influiscono più di altri sulla capacità dei paesi di attrarre investimenti, e la tecnologia aiuta ma non fa da sola la differenza fino a che le imposte, fondamentali per l’attività imprenditoriale, rimangono alte. E infatti la capacità di introdurre riforme regolatrici a sostegno degli imprenditori si conferma, secondo Banca Mondiale, uno degli strumenti più forti per la predisposizione agli investimenti. Un salto di 9 posizioni è stato fatto dalla Malesia che è passata dal 24° al 15° posto grazie ad una serie di riforme volte alla “protezione dei piccoli investitori”. Ma è la Cina ad aver compiuto il balzo più grande, guadagnando quasi 9 punti grazie ad un intervento politico che ha avuto un effetto positivo sugli indicatori più importanti come, ad esempio, i vincoli burocratici, i cui tagli hanno accorciato i tempi per la costituzione di una società di quasi 15 giorni.

L’Italia eccelle particolarmente nell’export (trading across borders), con un punteggio uguale a 100 e tempi e costi bassissimi; un vanto per il nostro Paese che tuttavia non basta da solo a spingere in avanti l’economia e attirare l’attenzione degli investitori esteri.