“Una Cina, due sistemi” è la formula con cui si indica la soluzione negoziata nel 1997, quando Hong Kong è tornata alla Cina dopo essere stata per 150 anni una colonia britannica. Hong Kong infatti appartiene alla Cina ma di fatto è una regione amministrativa speciale. Oggi il sistema giuridico di Hong Kong rispecchia ancora il modello britannico, e insiste sulla trasparenza e sul giusto processo. I principi sono garantiti dalla costituzione, la Basic Law, che si basa sulla britannica Common Law e tutela diritti diversi da quelli dei cinesi continentali. Tra questi ci sono il diritto di protestare, di stampa libera e di libertà di parola. Fino al 2047 la Basic Law stabilisce tra l'altro “la salvaguardia dei diritti e le libertà dei cittadini". In generale la legge stabilisce anche che la città abbia “un alto grado di autonomia” in tutti i campi eccetto la politica estera e la difesa.  Ma la sensazione e il timore di molti è che Pechino stia già iniziando a violare in modo più o meno aperto questi diritti. La rivolta di Hong Kong è iniziata a marzo, ma si è poi intensificata a giugno, per protestarecontro un emendamento alla legge sulle estradizioni, con cui si permetteva a Pechino di processare e condannare nei suoi tribunali chi aveva commesso reati a Hong Kong e anche, questo il timore, dissidenti politici. La legge è stata poi ufficialmente ritirata il 9 luglio dalla Governatrice Carrie Lam Cheng Yuet-ngor, ma la rivolta nel frattempo si è trasformata più generalmente in una opposizione all'ingerenza sempre più marcata di Pechino nell'autonomia di Hong Kong e nella difesa dei diritti umani negati. Una protesta quella di Hong Kong che dura da cinque mesi e che ha portato ad una escalation di violenza, con un bilancio fino ad ora di 4.500 tra arrestati e fermati, 2.500 feriti e anche le prime vittime. A questo si aggiunge un ammontare di danni materiali che fino alla fine di ottobre era di 9 milioni di dollari,scuole e università chiuse. Intanto però un segnale importante arriva dalle elezioni per i consigli distrettuali (che ha visto il record di affluenza alle urne), dove lo schieramento democratico si è aggiudicato il 90% dei seggi. Lo schieramento, che riunisce tutte le forze a favore del mantenimento dell'autonomia dell'ex colonia britannica, ha conquistato, infatti, 388 seggi su 452. Un duro colpo al governo locale pro Pechino. Hong Kong rimane comunque nel caos non solo sociale ma anche economico.

Cosa chiedono i manifestanti di Hong Kong

All'origine delle manifestazioni di Hong Kong c'era principalmente la preoccupazione che le richieste di estradizione verso la Cina continentale dessero adito a violazioni dei diritti umani e che queste sarebbero potute essere usate come pretesto per raggiungere i dissidenti politici fuggiti a Hong Kong dal territorio cinese. L'emendamento alla legge avrebbe infatti reso possibile l'estradizione per alcuni reati, come l'omicidio o la violenza sessuale, anche se non sarebbe stata estesa ad altri tipi di crimini legati alla sfera commerciale ed economica - come l'evasione fiscale - o ai reati politici. Se l'abolizione della legge sull'estradizione era quindi una delle principali richieste dei manifestanti, a questa se ne sono poi aggiunte altre: le dimissioni della Governatrice Carrie Lam Cheng Yuet-ngor, l'avvio di una inchiesta sull'uso della violenza da parte della polizia, il rilascio dei manifestanti arrestati e soprattutto la garanzia che le libertà democratiche continuino ad esistere e ad essere rispettate. “Possiamo solo sperare che i diritti umani e la democrazia arrivino a Hong Kong con la stessa facilità con cui lo fa Pizza Hut, nonostante le difficoltà del percorso”, sono le parole del leader degli attivisti Wong Chi-fung Joshua che accompagnano la foto postata su Instagram in cui un fattorino della pizza sfreccia con lo scooter schivando i numerosi mattoni che vengono posizionati dai manifestanti sull'asfalto per impedire il passaggio dei veicoli della polizia. Hong Kong sta vivendo una situazione che molti hanno definito di pre-allarme da invasione cinese. Gli scontri continuano sempre più violenti ovunque, e, mentre i manifestanti si sono anche asserragliati all'interno della China University, che rappresenta un obiettivo strategico in quanto al suo interno si trova il server che da solo gestisce il 99% dei messaggi inviati via Internet all'ex colonia britannica, tra gli abitanti di Hong Kong sale una generalizzata paura. Un dato che testimonia questa atmosfera di allarme è rappresentato dal tasso di emigrazione da Hong Kong verso Taiwan che è salito del 28% nei primi sette mesi di quest'anno. Una meta scelta non solo per prossimità geografica o contiguità linguistica, ma anche per la sua vicinanza agli Usa. I danni che tutto questo sta infliggendo all'economia di Hong Kong sono ormai palesi.

Le conseguenze sull'economia

La Cina continentale è il principale partner commerciale di Hong Kong, ma la città è soprattutto un centro economico e finanziario internazionale che mostra però oggi le ferite inflitte da questo lungo periodo di proteste. Ad ottobre l'espressione “recessione tecnica” è stata pronunciata dalla stessa Governatrice Carrie Lam Cheng Yuet-ngor. L’agenzia di rating Fitch ha declassato il credito da AA+ ad AA, con prospettive in peggioramento. Attraverso questo territorio passano due terzi delle risorse finanziarie internazionali dirette in Cina, con 1.500 Compagnie straniere che hanno qui le loro filiali (alcune sono fra le più importanti del mondo tra banche, alta moda, ingegneria digitale). Ma oggi quello che si registra è una forte riduzione dell'attività economica e del retail (indicativo il dato del valore delle vendite al dettaglio su base annua che è calato a luglio dell'11,4% ed è in costante diminuzione da febbraio 2019), a cui si aggiunge il calo del turismo del 40% come registrato nel mese di agosto. Anche la Compagnia aerea Cathay Pacific Airways ha tagliato l'outlook sulla redditività e ha registrato un calo dei voli da e per Hong Kong del 13%, un problema non trascurabile per un aeroporto che contribuisce per il 5% al Pil della città, gestisce 1.100 voli passeggeri e merci ogni giorno, servendo circa 200 destinazioni in tutto il mondo. L'occupazione del terminal principale da parte dei manifestanti ad agosto, e il conseguente divieto da parte di Pechino alla Compagnia di assegnare piloti o assistenti di volo che sostenessero il movimento per la democrazia, ai voli che attraversavano il suo spazio aereo, ha fatto crollare le azioni di Cathay Pacific al minimo degli ultimi 10 anni. Una situazione complessiva che ha contribuito anche al pesante calo della Borsa di Hong Kong, con l'indice Hang Seng, ad oggi la maglia nera delle Borse asiatiche, calato di oltre il 20% dai massimi del primo trimestre 2018. Oggi sta soffrendo un crollo degli utili e una contrazione dell'operating income da inizio anno del 19%. E, come se non bastasse, c'è la fuga di capitali verso Singapore. Un recente report di Goldman Sachs ha segnalato infatti trasferimenti di depositi bancari verso Singapore, mentre, secondo i dati di Eurekahedge, il settore degli hedge funds di Hong Kong ha accusato il peggior deflusso di risorse dai tempi della recessione globale. E ancora stando invece ai dati di TransferWise, Società leader del money transfer con base Londra, nel solo mese di agosto per ogni dollaro entrato ad Hong Kong, 2,64 hanno lasciato la ex colonia. Il timore è ovviamente quello di vedere intrappolati i propri risparmi in quella che potrebbe diventare, anche a breve, un'area sotto diretta occupazione militare cinese, con conseguente imposizione di controlli sul capitale. Mentre il timore di Pechino è quello dell'effetto valanga. Se, come sembra, la guerra commerciale con gli Usa arriverà ad uno scontro quasi totale, l'unica arma a disposizione del Dragone per stemperare l'effetto delle nuove tariffe sull'export di beni resta l'ulteriore svalutazione dello Yuan sul dollaro, con il rischio però di innescare un ulteriore aumento della fuga di capitali. Ma la paura di Pechino è anche un'altra, e non trascurabile, quella della reputazione di Hong Kong come hub finanziario della Cina continentale, che potrebbe irradiarsi in negativo. Quale sarà la risoluzione di questa pesantissima situazione che ha sconvolto Hong Kong non si sa ancora, ma la frase pronunciata in questi giorni dal leader cinese Xi Jiping rivolgendosi ai manifestanti, “Chiunque tenti di dividere la Cina in qualsiasi sua parte sarà ridotto in polvere e finirà con le ossa spezzate”, non è certo di buon auspicio.