Se infatti a dicembre 2016 la World Trade Organization riconoscerà a Pechino il MES (Market Economy Status), questo significa che i Paesi partner dell’Organizzazione mondiale del commercio non potranno più imporre tariffe doganali sui prodotti cinesi, con la conseguenza di una possibile invasione pacifica del “Made in China”.

Il dato emerge da un’analisi dell’Ufficio Studi di Euler Hermes che ha calcolato gli effetti di questo cambiamento, dimostrando che la conseguenza maggiore sarà un vantaggio competitivo per le merci che arrivano dal Celeste Impero e vanno verso Stati Uniti ed Europa.

Shanghai

Mentre sul lato Cina l’aumento della competitività sul prezzo del 10% potrà garantire una crescita del Pil nell’ordine dello 0,4%, per le sue destinazioni commerciali l’impatto sarà molto significativo. La perdita di competitività che Euler Hermes calcola per l’Eurozona è infatti di 7 miliardi di euro. In sostanza, le importazioni meno costose dalla Cina accompagnate alla riduzione delle esportazioni europee verso Pechino, contribuiranno al deteriorarsi dei rapporti commerciali tra i due colossi economici.




Se da un lato il riconoscimento del MES favorisce il riequilibrio dei conti esterni della Cina, dall’altro avrà un impatto negativo sulla bilancia commerciale europea, portandola a un calo dello 0,03%. In particolare la Germania, proprio per via degli scambi molto intensi con la Cina, è l’economia del Vecchio Continente più colpita dal provvedimento. La perdita stimata sulla bilancia commerciale tedesca ammonta infatti a 2,5 miliardi di euro. Di contro, tuttavia, è anche vero che la Germania è di fatto l’unico Paese europeo a vantare una bilancia commerciale positiva verso la Cina e proprio questo fattore contribuirà a far sentire meno il peso dei nuovi equilibri.

La perdita di competitività sarà invece più difficile da sostenere per gli altri grandi Paesi europei, Francia, Italia e Spagna. Per loro l’impatto stimato dell’ingresso della Cina tra le economie di mercato è rispettivamente di 800, 600 e 300 milioni di euro.

Per questi Paesi lo scontro commerciale si farà più acceso nel settore manifatturiero di frangia medio-bassa, mentre l’area Nord dell’Europa (Germania, Inghilterra e Olanda) trarrebbe i maggiori benefici proprio dal taglio di costo sulle importazioni cinesi.

Guardando invece ai settori industriali, lo studio di Euler Hermes traccia una mappa di quelli che resteranno maggiormente colpiti dalla vicenda. Tra questi, sicuramente il minerario, il metallurgico e quello della produzione di macchinari e attrezzature.

In definitiva una vera e propria rivoluzione commerciale che non inizia oggi. Il primo passo dell’emancipazione cinese negli scambi internazionali viene compiuto l’11 dicembre del 2001 quando la Cina entra a far parte della World Trade Organization. Quindici anni dopo, in modo praticamente automatico, il Paese viene accreditato nell’elenco delle economie di mercato, quelle che beneficiano di rapporti commerciali privilegiati.

Questo, per quanto sia un processo naturale, promette di alimentare lo scontro commerciale tra la Cina e le economie più sviluppate, Stati Uniti ed Europa in testa.



Il commercio bilaterale tra Usa e Cina vale infatti la metà degli scambi cinesi e il disavanzo commerciale dell’America con Pechino si aggira intorno ai 230 milioni di dollari. Due ragioni in più per dare ulteriore forza all’export cinese che già compete con le imprese statunitensi sulla base di prezzi più concorrenziali.

Per quanto riguarda l’Europa, oltre ai diretti effetti sul commercio estero, si prevedono anche dei contraccolpi sostenuti sulla produzione interna. A questo proposito la Aegis Europe, associazione che riunisce oltre 25 sigle imprenditoriali del Vecchio Continente, ha presentato a Bruxelles una serie di dati secondo i quali l’ingresso della Cina nel mercato comporterebbe un crollo del fatturato delle industrie europee tra i 114 e i 228 miliardi di euro per anno, con un impatto negativo sull’occupazione che metterebbe a rischio tra gli 1,7 e i 3,5 milioni di posti di lavoro.

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